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A PESCA COL MARE MOSSO

Molti pescatori quando il mare si imbianca e le onde frangono schizzando alte sugli scogli, montano in macchina ed iniziano a pellegrinare lungo la costa cercando un ridosso dove poter tranquillamente pescare, magari in un posto di ripiego ma riparato.

Io , invece, avendo operato principalmente in zone molto battute dal mare ed essendo andato in fissa con l’aspetto costiero a  spigole, saraghi ed orate, ho dovuto, dapprima per necessità e poi avendone constatato i vantaggi, imparare a pescare col mare mosso    

Ho iniziato a pescare con questa tecnica intorno agli anni 78-79 nel Nord della Sardegna, dove, oltre ai pesci avevo trovato anche moglie, la quale tuttora sopporta pazientemente le mie interminabili battute di pesca.

Tutto il “Mare di Fuori” e la costa da Porto Torres a S.Teresa di Gallura sono spesso spazzati dal Maestrale: per trovare un ridosso bisogna arrivare a Valle dell’Erica o ripiegare sull’algoso e torbidiccio “Mare di dentro”.

All’epoca la trainetta ancora non era diffusa ed i pesci bazzicavano abbondanti il sottocosta: non tardai a scoprire che col mare mosso c’era molta più animazione e che soprattutto le spigole diventavano molto più attive ed aggressive, avvicinandosi spavalde al sub che invadeva la loro zona.

Feci le prime grosse pescate e da allora non ho più smesso di pescare in controtendenza: mentre gli altri cercano i ridossi io cerco la schiuma.

Questo mi consente di essere praticamente sempre solo e tranquillo in acqua, anche se spesso chi se ne va a ridosso prende molti più pesci di me! D’altro canto riesco a fare grosse pescate in luoghi dove di solito non si prende un gran che.

Ho poi applicato questa tecnica anche nelle altre zone d’Italia che ho avuto occasione di frequentare per lavoro ed ho sempre avuto riscontri positivi.

Certo bisogna trovare dei posti dove anche con una bella risacca la visibilità si mantenga decente.

Questo non avviene dappertutto: l’esperienza ci insegnerà in quali luoghi ed in quali condizioni potremo mettere in pratica questa divertentissima ma estremamente impegnativa tecnica.

 

Vantaggi della pesca col mare mosso

 

I vantaggi di questa situazione di pesca li possiamo così sintetizzare:

1)      Sparizione dal sottocosta dei rompiscatole! Bagnanti, barche, altri sub, cannisti ecc. sgombrano il campo in cerca di lidi più riparati, lasciando il pesce tranquillo e tutto per noi!

2)      Iperattività ( non sempre, e vedremo poi perché ) dei pesci

3)      Frequente presenza nel sottocosta di grossi predatori

4)      Ottima copertura sonora e visiva dei movimenti da parte del moto ondoso e quindi maggiore facilità nell’avvicinamento alle prede, quasi sempre intente a nutrirsi o a cacciare in questa situazione.   

 

Svantaggi

 

1)      Maggiori problemi psicofisici di acquaticità e  fatica

2)      Maggiori rischi di infortuni a carattere traumatico-contusivo!

3)      Esposizione, per chi lo soffre, al mal di mare

4)      Impossibilità di usare un mezzo nautico di appoggio

5)      Maggiore usura dell’attrezzatura.

 

 

 

 

PROBLEMA N° 1: PREPARAZIONE TECNICO - FISICA.

 

Pescare col mare mosso è difficile ed impegnativo, spesso al limite del sacrificio o, secondo mia moglie, del Masochismo!

Bisogna essere capaci di nuotare per ore intensamente, disporre di un buon recupero tra una sommozzata e l’altra, di un discreto fiato e non soffrire troppo il mal di mare.

La resistenza al mal di mare varia molto a seconda delle condizioni del mare stesso: un bel mare lungo e potente, con acqua torbida, posidonie ondeggianti  e sospensione rappresenta un cocktail ambientale duro da resistere!

Con l’acqua limpida la situazione migliora molto. Tuttavia la cosa più importante da fare è curare molto l’alimentazione prima della pescata.

Il classico cappuccino a colazione o, peggio, un buon caffè, devono essere visti come veleno di vipere e siero di serpenti! Non c’è niente di più indicato per sentirsi male!

Molto meglio pochi biscottini energetici e secchi o delle barrette per uso sportivo facilmente digeribili. Se proprio avete bisogno di bere qualcosa molto meglio l’orzo del caffè.

Non abbuffarsi la sera prima e dormire tanto e bene.

Se seguirete queste norme sarete già a buon punto; tuttavia certi individui soffrono inevitabilmente il moto ondoso. Con l’esercizio e l’abitudine si può migliorare ma per qualcuno è consigliabile andarsi a cercare il famoso…. ridosso!

 

La necessità di nuotare continuamente ed a buon ritmo rende fondamentale l’uso di una pinna comoda che non ci affatichi il piede e con una pala medio – morbida; deve però anche spingere abbastanza perché in questa situazione possono crearsi forti correnti, difficili da contrastare.

In estate non uso cavigliere mentre in inverno, coi pantaloni da 6 mm., uso una barretta da 500g. per gamba da infilarsi a mò di parastinco sotto la muta.

Le gambe devono essere leggere per poter nuotare forte e planare nel bassofondo senza strusciare sugli scogli: terremo basse le pinne in fase di aspetto incastrandoci con le ginocchia tra le asperità del  fondale.

 

La maschera lo stesso deve essere molto confortevole ed offrire un ampia visuale: sconsigliati i mascherini da profondista.

 

L’areatore deve essere sufficientemente lungo da non riempirsi continuamente d’acqua col moto ondoso e non troppo morbido.

 

La muta deve essere categoricamente foderata esternamente e bella resistente, molto comoda, non deve crearci problemi di piaghe o abrasioni e deve essere di colore mimetico.

Personalmente prediligo toni sul verde oliva chiaro, marroncino o grigetto.

Ritengo abbastanza sconsigliabile il nero, molto visibile nel luminoso ambiente del bassofondo.

D’altronde avete mai visto un predatore nero? Spigole, dentici, pesci serra, barracuda e lecce sono tutti argentei con riflessi grigio bluastri e la pancia bianca. Cernie, razze e scorfani hanno la capacità di assumere il colore del fondale. Un bestione nero, lungo due metri con una “spada” di 150 cm. davanti che si aggira per il bassofondo con fare strisciante è molto poco rassicurante per un sarago!

 

Un pesce che grufola sul fondo ci vede stagliati contro la superficie, col chiaro del cielo alle spalle.

Uno che ci vede arrivare all’agguato strisciando sul fondo ci vede col  verde- blu del mare ed il verde marroncino degli scogli o , peggio, il bianco del calcare, alle spalle. Solo una volta piazzati all’aspetto vicino ad un grosso scoglio, il nero può aiutarci a confonderci immobili con l’ombra.

Può invece andare bene una muta a scomposizione di immagine, ad esempio con zone nere o scure ed altre mimetiche o un mix di mute diverse ( giacca e pantaloni ) che ottenga lo stesso risultato.

Quando saranno affidabili e messe definitivamente a punto, le pinne trasparenti potranno rappresentare un vantaggio eccezionale per tutte le tecniche di avvicinamento al pesce, in quanto sono la parte che più si muove della sagoma del pescasub in azione.

Sempre obbligatori guanti robusti e calzari.: soprattutto il povero guanto sinistro avrà vita breve, visto che ci tireremo ed aggrapperemo continuamente agli scogli.

I guanti devono avere un bel “grip”soprattutto per non farci scappare il fucile in risacca.

L’ideale è avere un amico mancino con cui smezzare le paia e risparmiare le spese!

 

La zavorra “ben temperata”

 

Parafrasando ignobilmente J.S.Bach intendo sottolineare che la zavorra giusta è la chiave del successo di questa tecnica.

Bisogna essere abbastanza  pesanti da riuscire a piazzarsi all’aspetto nella risacca ma non troppo da affaticarsi nel nuoto e nella respirazione a galla, sufficientemente bilanciati e neutri da poter scivolare all’agguato tra gli scogli o a mezz’acqua senza strusciare sul fondale. Non è semplice!

Io adotto per l’inverno con muta da 6 mm. e sottomuta,  uno schienalino da 7 Kg. + una cintura marsigliese con 6 kg.  in vita ed una seconda cintura con 3 kg molto bassa sulle anche + le due cavigliere da 500g.

In estate con giacca da 5 mm. e pantaloni da 3 mm., uno schienalino da 4,5 kg., 4 kg. in cintura, 1,5 kg. sulla cintura bassa e niente cavigliere.

Naturalmente questi sono solo esempi in quanto la quantità di zavorra necessaria varia enormemente da individuo ad individuo a seconda della struttura del fisico.

La scelta dell’arma sarà fortemente condizionata dalla forza del moto ondoso. Più è mosso il mare e più si scorcerà il fucile, anche a causa dell’intorbidamento delle acque.

Quando il mare diventa troppo forte per consentirci di entrare nella schiuma saremo costretti a pescare più fuori e più profondo e quindi potremo usare un fucile un poco più lungo.

 Sia gli oleopneumatici che gli arbaletes ben si adattano a questo tipo di pesca e saranno le nostre preferenze ed abitudini personali a farci optare per l’uno o per l’altro.

L’oleopneumatico si brandeggia meglio, è potente e veloce e, col fragore dei marosi, anche il problema del rumore perde di importanza; è pure molto adatto alla cattura dei grossi pesci.             Di contro è più difficile da caricare, soprattutto nelle misure lunghe, più pesante per il polso in acqua bassa e crea dei fori più grossi sui pesci.

L’arbalete è preciso, veloce e silenzioso, si carica meglio, è leggero ed affidabile e rovina poco il pesce: di contro si brandeggia peggio ed ha l’asta più fragile.

 A voi la scelta: io preferisco l’arbalete perché mi consente di prendere più pesce, in quanto non sbaglio( o quasi ) un tiro e sparo più a cuor leggero senza l’incubo di dovermi impiccare tra carichini e pericolosi contorsionismi in risacca ma, ripeto, è un fatto del tutto personale.

Se pescassi solo lecce, dentici e ricciole userei l’oleopneumatico con l’asta da 7 mm..  

Invece, statisticamente, il 95% delle catture è rappresentato da saraghi, cefali e spigole più qualche orata; pesci medio piccoli che richiedono molta precisione e velocità ma poca potenza.

Inoltre la scarsa massa dell’asta mi consente di sparare a pesci poggiati al fondo o tra gli scogli affioranti senza rovinarla troppo.

Infine la notevole distanza dalla macchina, la difficoltà di entrare ed uscire, la mancanza di un mezzo appoggio mi fanno optare per il fucile più semplice, robusto ed affidabile possibile.

Portandoci sotto la muta una coppia di elastici con un ogiva di ricambio già montata ed avendo cura di avvitare semplicemente gli elastici a mano sul fucile e mai, come fanno in molti sbagliando, con le pinze ( rischiando di rompere cuffie, filettatura e testata ) potremo molto facilmente sostituire l’elastico in acqua in caso di rottura di un componente. Se invece ci portiamo un circolare con ogiva, potremo sempre disporre di un overdose di potenza se avvistassimo, ad esempio, dentici o pelagici in caccia sottoriva.

  

                                                 CONSIDERAZIONI STRATEGICHE

 

La scelta del posto e del momento giusto per mettere in pratica la nostra pescata è fondamentale e difficile.

Ci sono alcune regole che bisogna assolutamente seguire:

1)      Non entrare mai in acqua finché non si è abbastanza sicuri di che evoluzione prenderà il tempo.

2)      Disporre di un punto da dove si possa entrare e , soprattutto, uscire dall’acqua senza farsi male.

3)      Non entrare in acqua se non ci si sente più che bene.

4)      Non affrontare mai un mare superiore alle nostre capacità di acquaticità.

5)      Non andare in condizioni limite in posti che non si conoscono bene, soprattutto a livello di accessi al mare.

6)      Non usare mai in queste condizioni attrezzature nuove o un po’ a rischio.

 

Punto uno: se si entra in acqua col mare in aumento bisognerà continuamente valutare se tale aumento ci consentirà di rientrare e di uscire dall’acqua senza troppi problemi.

Per questo motivo non vado mai a pesca la mattina presto: preferisco aspettare e dare al tempo modo di pronunciarsi in maniera evidente.

In questo tipo di pesca l’orario, la marea ed il disturbo derivante da barche e bagnanti non hanno più molta importanza. Gli schemi classici sono saltati ed i pesci sono in preda alla frenesia alimentare.

 

Punto due: non è semplice entrare ed uscire dall’acqua senza farsi male: nelle zone rocciose ricci e scogli ci renderanno la vita dura. Sarà invece facile entrare dalle spiagge ma spesso una corrente di risacca contraria ci renderà assai faticosa l’uscita.

Da moli ed antemurali sarà abbastanza facile tuffarsi ma molto pericoloso uscire, al punto che consiglio di entrare nel porto per uscire dall’acqua: anzi, anche se siamo entrati dalla riva ma il mare si è alzato in modo pericoloso, entrare in un porticciolo è il modo più sicuro per uscire dall’acqua.

A questo proposito consiglio di portarsi sempre in cintura, come faccio io, le scarpette di plastica.

Questo ci consentirà di uscire dall’acqua in caso di necessità  ovunque ci si trovi, anche a causa di un malore o problemi tecnici, e di tornare alla macchina senza massacrarci i piedi!      

 

Punto tre: siamo senza barca e senza appoggio: tutto dipende dalla nostra efficienza fisica.

Non possiamo permetterci di sottovalutare eventuali segnali provenienti dal nostro corpo: resistere alla nausea o al mal di testa è stupido e pericoloso. Potremmo perdere di efficienza e di lucidità e complicarci le cose.

 

Punto quattro: bisogna studiare molto bene la situazione prima di entrare in acqua: non bisogna commettere l’errore di sottovalutare il mare o  di sopravalutare le nostre forze.

Il mare va rispettato e non sfidato: le nostre azioni devono essere improntate all’armonia con gli elementi che ci circondano, lasciarci avvolgere senza farci prendere la mano e senza avventurarci in prove di forza il cui esito sarebbe scontato.

Rambo va bene al cinema ma nella realtà le prende….

 

Punto sei: mai usare in queste condizioni un attrezzo che non sia completamente affidabile: non c’è appello. Una pinna che ci fa male, ci affatica o si rompe, una muta che ci tortura e ci fa venire piaghe ed irritazioni, un fucile che ci molla a due ore di nuoto dalla macchina, ci rovinano nella migliore delle ipotesi la giornata, se non addirittura possono metterci in grave difficoltà.

Per cui evitare al massimo di esporsi a questi rischi.

La sfortuna esiste ma andarsela a cercare è evitabile.  

 

                                                      L’AZIONE DI PESCA

 

L’azione di pesca è naturalmente condizionata dalla forza del moto ondoso; possiamo anche qui fissare dei parametri che distinguano le situazioni tipo:

 

1)      Mare poco mosso

2)      Mare  molto mosso

3)      Mare in aumento

4)      Mare in scaduta

 

Mare poco mosso.

 

Con il mare poco mosso possiamo mettere in atto la tipica pesca di risacca; infatti potremo senza eccessivi rischi spingerci tra i frangenti alla ricerca di spigole, cefali, orate e saraghi.

Anche qualche dentice potrebbe fare la sua comparsa nel bassofondo, ma restandosene sempre estremamente all’erta.

I saraghi sono le prede più frequenti: si aggirano di solito nei canaloni dove il moto ondoso convoglia animaletti ed alga morta, meglio se sul fondo c’è la sabbia.

Qui, nel torbido della sospensione, grossi saraghi si nutrono avidamente ed in questa situazione sono abbastanza distratti e vulnerabili: planando dal largo verso la costa raso fondo ed entrando molto delicatamente in questi canaloni assecondando il moto ondoso, potremo entrare in contatto visivo coi saraghi.

A seconda della situazione poi potremo scegliere se continuare l’avvicinamento a velocità ridotta, non aggressiva ( copyright Dapiran!), o fermarci all’aspetto.

Entrambe le soluzioni possono dare risultati positivi: un saragone isolato intento a nutrirsi può essere avvicinato abbastanza facilmente, mentre se i saraghi sono molti conviene aspettare perché è facile che uno si spaventi, provocando un fuggi-fuggi generale.

Le orate prediligono anch’esse i canaloni ma si possono incontrare anche mentre nuotano vicino ai frangenti sui tavolati rocciosi; dopo averla individuata l’aspetto è la tecnica migliore.

Anche degli aspetti effettuati a caso verso la schiuma possono dare dei risultati; in questa situazione le orate sono più tranquille del solito e vengono abbastanza facilmente a tiro.

I cefali sono dappertutto e si prendono più che altro all’aspetto; l’unico problema è coglierli, vista la loro sagoma snella, ma ci vengono spesso vicinissimi, tanto è vero che quasi sempre ne prendo un paio per mangiarmeli e poi non gli sparo più.

Le spigole si trovano sempre nascoste nella schiuma, vicinissime alle rocce, spesso in acqua incredibilmente bassa. Adorano i tavolati rocciosi e le cale piene di alga morta e sospensione.

Qui il problema è vederle: hanno infatti la capacità di mimetizzarsi benissimo a mezz’acqua nell’alga morta, che ci confonde molto la vista.

Inoltre ci puntano quasi sempre di muso, rendendo il tiro, a causa del moto ondoso, tutt’altro che semplice; in compenso ci giungono spesso vicinissime.

Una volta uno spigolone di sei-sette chili si materializzò dalla schiuma vicino alla mia spalla destra, immobile: mi fissò negli occhi, poi osservò attentamente il fucile, passò sopra l’impugnatura e con un colpo di coda sparì verso sinistra!

Un’altra volta una spigola di due chili mi arrivò da dietro, poiché a causa della conformazione del fondale e del moto ondoso ero riuscito ad abbarbicarmi puntato verso il largo, mi sorvolò e cominciò a scorrere il fucile annusandolo da cinque centimetri di distanza! Giunta in punta all’asta si fermò a fissare l’arpione; sparai e la spigola finì ultra-insagolata…

 

Il problema è riuscire ad arrivare nel bassofondo, armonizzando i nostri movimenti con i cavalloni riuscendo ad andare dove vogliamo, senza spaventare i pesci e trovando un buon incastro per disporci all’aspetto.

Di solito mi sposto a galla molto piano, poi scendo, faccio un tratto più o meno lungo, entro in un canalone o salgo verso la schiuma e faccio un’aspetto.

Emergendo bisogna sempre disporsi “di prua” alle onde, pronti a nuotare verso il largo. Se arriva un onda grossa l’unica è immergersi subito e passargli sotto, oppure aggrapparsi al fondo.

Il boccaglio va tenuto sempre in bocca perché le onde possono strapparcelo via, avendo cura di farlo riempire d’acqua dopo la capovolta per non spaventare con l’emissione di bolle un pesce che ci si stia avvicinando all’aspetto.

Un’onda grossa che ci spinga improvvisamente mentre ci stiamo avvicinando in immersione alla schiuma può farci accelerare e spingerci contro gli scogli: l’unica è vedere bene dove si va a finire ed  eventualmente ammortizzare l’impatto con le mani. Passata la batosta allontanatevi subito dai frangenti a distanza di sicurezza e recuperate. Occhio ai ricci!

Se un frangente vi coglie di sorpresa e finite travolti cercate di non perdere la maschera e di non battere la testa: cercate se possibile di guardare dove state andando a sbattere e di finire dove scegliete voi. Se finite arenati uscite a terra, riprendetevi e poi, se ve la sentite e non vi siete fatti male, provate a rientrare. Mani, gomiti e ginocchia pagano di solito il tributo più alto  

Una volta, cercando di pizzicare delle spigole che giravano nella schiuma in 50 cm. d’acqua alla base di un molo che poggiava sulla roccia, mi sono fatto sorprendere di poppa da un cavallone più forte: dopo aver planato per almeno 10 metri mi sono schiantato sul molo, rimanendo arenato e perdendo una pinna ed il fucile! Ho riagguantato pinna e fucile che erano lì accanto a me ma, prima che potessi tentare qualcosa, un secondo cavallone mi ha colto con le mani occupate mentre mi agitavo come un globicefalo spiaggiato e….mi sono ritrovato pesto e pieno di ricci dall’altra parte del molo!

Da questa poco brillante esperienza ho guadagnato qualche punto di sutura ad una mano, 127 spine di riccio soprattutto nelle ginocchia e due insegnamenti tecnici fondamentali.

1)      I bassofondi estesi sono pericolosissimi perché è impossibile passare sotto l’onda e non c’è spazio di manovra.

2)      Usare sempre i vecchi, cari fissapinne che in risacca danno una grande sicurezza in più.

 

 

Per questa pesca uso un arbalete da 90 cm. in fibra di carbonio con elastici da 16  ed asta da 6,25 in acqua limpida o un 75, in alluminio col tubo da 25 mm., con elastici da 16 cm. ed asta da 6,25 se l’acqua è torbida.

Entrambe i fucili sono senza mulinello, che appesantirebbe l’arma, complicherebbe il brandeggio e le operazioni di ricarica: non è il caso di mettersi a riavvolgere il filo sballottati tra affioranti e cavalloni!          

Per contrastare eventuali grosse prede mi affido ad un mulinello da cintura sempre pronto che tengo sulla seconda cintura, quella più bassa.

Per la cronaca facendo questo tipo di pesca è facile incontrare, soprattutto in estate, lecce, barracuda e ricciole.

In particolare i barracuda stanno ormai prendendo il posto delle spigole, soprattutto in Sardegna, anche se sono pesci che raramente superano i quattro chili di peso.

E’ fondamentale bloccare l’aletta dell’asta  con un o-ring, perchè col moto ondoso si apre e si chiude in continuazione mentre facciamo l’aspetto, disturbando i pesci.

 

E’impossibile e pericoloso portarci il pallone, che finirebbe inevitabilmente dopo 5 secondi sulle rocce legandoci collo e piedi: ancoratelo a largo oppure portatelo sgonfio sotto la cintura e gonfiatelo solo se vi allontanate dai frangenti.

Premesso che col mare così non gira nessuno, ho sviluppato una tecnica per evitare verbali ed utilizzare il pallone costruttivamente anche in questa situazione.

Poiché il ritorno al punto di partenza lungo lo stesso tratto di costa è, dal punto di vista della pesca, quasi inutile in quanto i pesci li abbiamo presi e spaventati all’andata, mi porto un palloncino di quelli a bandiera incorporata gonfiabile con una quindicina di metri di monofilo del 100 arrotolati intorno piegato sotto la cintura.

All’andata pesco nella schiuma col palloncino sgonfio, al ritorno gonfio il pallone, attacco due o tre chili di piombi a sgancio rapido al moschettone che ho sotto il pallone e batto la fascia di fondale più al largo, intorno alla batimetrica dei dieci-quindici metri.

Questa manovra a volte mi frutta qualche altro sarago o addirittura un dentice o una ricciolotta.

 Abbiate l’accortezza di mettere un metro di cima elastica a mò di ammortizzatore tra il monofilo ed il pallone onde evitare rumorosi strappi del moschettone in cintura mentre fate l’aspetto.

 

Mi sorge il dubbio che vi stia rivelando un pò troppi “segreti” di  questa tecnica….

Quasi-quasi smetto di scrivere e cancello tutto! 

   

MARE MOLTO MOSSO

 

Paradossalmente col mare molto mosso la tecnica di pesca attuabile è praticamente esclusivamente l’aspetto o l’agguato medio – profondo.

Infatti la forza dei marosi rende molto difficile e pericoloso l’avvicinarsi ai frangenti per cui l’unica carta possibile da giocare è la pesca ad una certa distanza di sicurezza dalla costa; inoltre, nelle zone caratterizzate da cale sabbiose o piene di alga morta, la visibilità sottoriva si ridurrà drasticamente, obbligandoci a cercare l’acqua più limpida del largo.

Comunque la difficoltà di entrare ed uscire dall’acqua in sicurezza sarà pure maggiore che col mare poco mosso, obbligandoci ad operare in posti dove questa operazione si possa svolgere con una ragionevole facilità.

Dovendo operare ad una certa distanza dalla riva dovremo ridurre la zavorra e sarà necessario portare una boa, anche se non passerà nessuna barca e, nella remota eventualità che arrivasse un audace motonauta, sarà quasi impossibile che questi veda la nostra boa tra le onde, anche perché le persone normali non immaginano che qualcuno possa fare pesca subacquea con quel mare e quindi danno per scontato che non ci sia nessuno in giro.

Per cui bisogna prestare una certa attenzione e stare con l’orecchio teso a percepire eventuali rumori di imbarcazioni in arrivo.

Inoltre la corrente è molto spesso assai forte in queste giornate, costringendoci spesso a prendere terra lontano dal punto di partenza.

Va da se che è necessaria una perfetta conoscenza del tratto di costa dove opereremo e che entrata, pescata ed uscita devono seguire un ben preciso itinerario ed essere accuratamente programmate.

Le condizioni ambientali sono assai impegnative e bisogna limitare al massimo le incognite, pena il ritrovarsi in difficoltà.

Conviene portarsi le solite scarpette di plastica per arrampicarsi su per la scogliera ( magari carichi di pesce!) o, meglio, accordarsi con moglie, amico o fidanzata per farci recuperare al luogo convenuto, precisando bene che un nostro eventuale ritardo o cambio di programma non deve trasformarsi in una prematura telefonata in lacrime al 113.

Una volta, all’Argentario, il mio caro e compianto amico Paolo, mentre io lo aspettavo alla macchina ormai a notte fatta, uscì dall’acqua in punto sconosciuto della costa in preda al mal di mare, che era il suo tallone d’Achille. Privo di ciabatte ma con due belle spigole in cintura iniziò a risalire a caso la parete addentrandosi nella macchia finchè non si imbattè in un interminabile muro di cinta. Non c’era altra soluzione che abbandonare pesci, zavorra ed attrezzatura e scavalcare per venirmi ad avvisare per poi tornare con la macchina a recuperare tutto. Il piano era buono ma non piacque  al cane da guardia della lussuosa villa che si trovava dall’altra parte del muro! Così al caro Paolo non restò altro da fare che rimanersene appollaiato sul muro finchè i padroni di casa, rientrati dalla spesa a Port’Ercole, non richiamarono il mastino e, superata la sorpresa di trovarsi un tizio con la muta a cavallo del muro di cinta, comprensivi e divertiti, lo aiutarono a scendere; mi si presentò, esausto e coi piedi sanguinanti proprio mentre, dopo aver inutilmente battuto la scogliera con la torcia, stavo andando a chiamare i vigili del fuoco….

 

Personalmente vado da solo e da solo me la cavo: se sbaglio od ho problemi pago dazio ma non creo casini a nessuno e sono più libero psicologicamente !

 

La boa deve essere idrodinamica, dotata di ammortizzatore sul sagolone, che terminerà con una decina di metri di monofilo del 100, e non bisogna appenderci nulla sotto; con corrente forte il monofilo fischia che è un piacere, per cui conviene ancorarla e fare gli aspetti ad una certa distanza da essa. Planando a favore di corrente, invece, il sagolone farà meno rumore, ma quando ci fermeremo all’aspetto la boa, spinta dal vento, ci sorpasserà spaventando il pesce.

Purtroppo in queste condizioni sarà quasi sempre improbo pescare controcorrente, per cui questo problema del sorpasso da parte della boa si potrà risolvere solo ancorandola, proseguendo per due o tre tuffi, per poi tornare indietro girandogli intorno pescando per poi riprenderla e ripartire.

 

La “pompa” delle onde spesso si avverte anche a venti metri di fondo e se ci sono le alghe che ondeggiano il problema del mal di mare si potrebbe presentare. Se soffriamo di questo disturbo è meglio lasciare perdere;  pescare all’aspetto abbastanza fondi con la nausea non è il massimo della prudenza e perderemo pure lucidità, esponendoci a pericoli e sofferenze.

 

Dopo questo “quadretto” poco incoraggiante sorge spontanea la domanda: “Ma chi ce lo fa fare?”

 

Ce lo fanno fare i pesci; infatti con queste condizioni i saraghi gironzolano numerosi al libero ed i predatori sono in caccia sottocosta.

Barracuda, grandi dentici, pesci serra e grosse spigole solitarie salgono dalle profondità e vengono a cacciare sui cappelli delle secche, sulle punte rocciose o nei canali tra gli isolotti.

Durante le mareggiate ho incontrato spesso branchi di palamite sotto riva, ricciole e persino un tonno enorme a 50 metri dalla parete.

Ma il pesce di prestigio che sicuramente ci offre la più alta possibilità di incontro sottoriva col mare molto mosso è la leccia, in Sardegna soprattutto nei mesi di luglio, agosto e settembre; anzi, col mare giusto in certi posti ben precisi è quasi sicuro che l’incontreremo.

La leccia spesso si avvicina tranquillamente, a volte a gruppetti di tre o quattro esemplari, tanto è vero che a volte l’ho sparata dalla superficie; la sua reazione è violentissima! Una leccia di 15 kg. tira come una locomotiva, più di una ricciola di 30 kg. e ci farà penare non poco per recuperarla, mettendo a dura prova la solidità dell’attrezzatura e portandosi spesso via tutto.

 

Sappiate che in questa situazione, col mare grosso e senza barca appoggio, sparare una grossa leccia o un ricciolone equivale a smettere di pescare: se la prendiamo sarà impossibile continuare a pescare con un pesce del genere in cintura o sotto alla boa, se si porta via tutto o spezza l’asta toccherà uscire dall’acqua con le pive nel sacco.

Pescando professionalmente, anni fa, ho spesso rinunciato a sparare a lecce avvicinatesi ad un metro per continuare a prendere saraghi ed altri pesci pregiati. Una volta le stesse due lecce mi sono regolarmente tornate a girare intorno, ad intervalli di un ora circa, due o tre volte; un'altra volta non ne ho sparata una lunga due metri , alta come un televisore da ristorante che avrà potuto fare almeno trenta chili ( le lecce sono più leggere delle ricciole di pari lunghezza ).

Lo stesso dicasi ovviamente per i tonni, che ho incontrato tre volte nel corso degli anni, senza mai sparare. Uno, incontrato a dicembre a Capo Falcone a Stintino, avrà potuto fare 200 kg. almeno!

 

Naturalmente, vista l’elevata probabilità di grossi incontri, sarà bene usare un’arma adeguata. L’esigenza di dovere sparare soprattutto saraghi medio – grandi ma anche dentici grossi, barracuda (  assai frequenti in Sardegna ), spigoloni, ricciole e lecce, mi fa propendere per un 100 con asta da 6,5 mm. , mulinello ed elastico potente, con fusto in carbonio o in legno.

Personalmente odio l’asta a doppia aletta che ha grossi problemi di penetrazione, soprattutto sparando con l’arbalete a pesci grossi. Il fabbricante spesso tende a risolvere questo problema usando alette più leggere e fresando l’alloggiamento delle stesse in punta all’asta. Risultato: la penetrazione migliora ma le alette e l’asta si indeboliscono ed il pescione può facilmente rovesciare le alette, o l’asta può storcersi in corrispondenza del foro per il perno delle alette in caso di urto sugli scogli.

Meglio una bella aletta robusta, neanche troppo lunga, 7,5 cm. se no non si apre, con alloggio leggermente fresato.” Ah, le vecchie Ujvari! Dove siete?”

Occhio pure alle tacche che devono essere non troppo profonde.” Ah, le vecchie Ujvari ! ( 2 )”

 

Michel Ujvari purtroppo è andato in pensione, a quanto ne so; comunque belle aste si trovano ancora a ben vedere…

 

MARE  IN AUMENTO                     

 

E’ da sempre molto dibattuta la questione se sia bene  pescare col mare in aumento oppure no: indubbiamente ci sono state delle giornate dove l’aumento del moto ondoso ha provocato una grande attività dei pesci ed altre dove invece, con una situazione apparentemente uguale, i pesci sono letteralmente spariti.

In realtà le varie situazioni non sono mai perfettamente uguali ed i comportamenti dei pesci sono influenzati da vari fattori: l’avvicinarsi della grossa perturbazione crea comportamenti diversi dei pesci rispetto ad un colpo di mare giornaliero così come la stessa direzione di provenienza del vento dà luogo a situazioni completamente diverse nella stessa zona.

Lungo il litorale tirrenico laziale, ad esempio, è sicuramente lo scirocco a creare la migliore situazione di pesca, anche perché è il tipico vento di inizio mareggiata.

Mano mano che il moto ondoso aumenterà di intensità il vento, di norma, tenderà a ruotare da libeccio: durante queste prime, brevi ore di rinforzo di scirocco si assiste di solito ad un aumento dell’attività del pesce al libero. Saraghi, spigole e pure qualche orata si attiveranno numerosi mentre aumenteranno le possibilità di incontrare predatori sottocosta.

Poi il mare diventerà troppo mosso, intorbidendosi  eccessivamente e rendendo impossibile la pesca.

In Sardegna anche durante la mareggiata si può provare a pescare: anche qui le ore durante le quali il mare aumenta sono le migliori, soprattutto se arriva lo scirocco, ma anche il tipico maestrale sardo non è male. Ho potuto notare che quando il mare è molto mosso, anche se qualche sarago si vede sempre, il pesce bianco non gira molto: forse anche l’impossibilità di arrivare sottocosta ne impedisce l’avvistamento ma l’impressione è che anche i pesci si mettano al riparo cercando un ridosso o sprofondandosi in acque più tranquille.

Sono i grossi predatori, invece, a giustificare il nostro tentativo: lecce, ricciole, barracuda, dentici e grosse spigole isolate si spingono sottoriva e sui cappelli delle secche durante le mareggiate.

La nostra pescata spesso ci consentirà di sparare due o tre soli pesci che però potrebbero essere memorabili! Una volta durante una maestralata, raggiunto a nuoto il cappello a 7 metri di una arcinota secca  posto a circa  800 mt. dalla riva, dove di solito si rimedia  poco, al primo aspetto è sbucata dal torbido una spigola di quasi 7 kg., a cui è andata a fare compagnia poco dopo un dentice di circa 4 kg.! Dopodiché, mezzo spompato e con la nausea me ne sono andato…ma è valsa la pena, che ne dite?           

 

 

MARE DI SCADUTA

 

La scaduta di mare è sicuramente il momento migliore per questo tipo di pesca: la diminuzione del moto ondoso crea la condizione ideale per nutrirsi ai saraghi ed alle orate, le spigole ancora cacciano come pure gli altri predatori di media taglia. Difficilmente incontreremo le lecce e le ricciole ma dentici e barracuda ancora si aggireranno in vicinanza della costa.

Ma saranno soprattutto saraghi, spigole ed orate l’obbiettivo della nostra azione: capitàno delle giornate durante le quali si incontrano talmente tanti saraghi in giro che non pensavamo potessero ancora esistere; sono soprattutto le zone di parete e con poche spacche, in vicinanza di alti fondali dove gli specialisti della trainetta non riescono a pescare  ad offrire grandiosi spettacoli.

Pescare non è facile: forti di una perfetta zavorratura strisceremo dal largo verso la costa o lungo le pareti risalendole dal basso in alto e concludendo i nostri percorsi con degli aspetti rivolti verso la schiuma.

Spesso i tiri saranno fulminei e bisognerà sparare bene.

Mano mano che il tempo passa ed il mare si calma potremo avvicinarci sempre più ai frangenti sino a che, calmatesi definitivamente le acque, i pesci spariranno e tutto tornerà tranquillo facendoci preferire altre tecniche.   

Il momento magico è difficile da cogliere e le scadute sono più o meno valide a seconda del vento che ha portato la mareggiata e che ancora starà soffiando durante la scaduta.

Una piccola mareggiata di scirocco che non giri a maestrale e che sia seguita da una scaduta sempre di scirocco è a mio avviso l’ideale,  ma anche dopo giorni di maestrale e relativa scaduta possono crearsi le condizioni ideali.

Anche luna, marea, stagione, temperatura dell’acqua e pressione atmosferica giocano la loro parte, anche se in misura minore rispetto alla condizione  di mare calmo.

Purtroppo ci sarà poco da scegliere: dovremo buttarci non appena il mare inizia a calare tentando di pescare il più possibile vicino ai frangenti. A volte non sarà possibile ed il giorno dopo il mare potrebbe essere diventato troppo calmo: fa parte del gioco ma, provandoci assiduamente prima o poi beccheremo la scaduta magica e allora….

 

Fabio Ciocci