
LA PESCA AL CEFALO
PREMESSA:
le situazioni di caccia e i comportamenti descritti sono frutto
dell’esperienza diretta dell’autore dell’articolo. Le eventuali
incongruenze con le opinioni di chi legge questo pezzo derivano dalle distanze
geografiche (qui si fa riferimento al basso Adriatico e allo Ionio) e dalle
varie attitudini di caccia personali
Introduzione
Tutti noi, pescatori e non,
viviamo dei momenti durante i quali, magari rilassandoci dopo una lunga e
stressante giornata di lavoro, un “tour de force” sui libri prima di un
esame, un faticoso allenamento in palestra, o semplicemente la sera prima di
dormire, apriamo la mente a pensieri particolarmente positivi, siano essi
ricordi di belle avventure piuttosto che semplici “sogni a occhi aperti”.
Inutile specificare che per i veri “malati” della pesca subacquea queste
“elucubrazioni” riguardano spesso situazioni direttamente connesse
all’attività in apnea. Sarei pronto a scommettere un patrimonio sulle diverse
tipologie di prede che ne costituiscono i soggetti: dentici, ricciole, cernie,
grosse orate o per i più pragmatici anche saraghi e corvine. Pochissime volte,
direi mai, queste meditazioni riguardano, con giusta ragione, prede come il
cefalo. Eppure, una volta scesi con i piedi per terra, dobbiamo constatare come
questo mugilide costituisca, in determinati periodi dell’anno o in zone
particolarmente povere di prede “nobili”, un vero e proprio “asso nella
manica” per evitare la classica derisione a cui è soggetto chi, bardato di
tutto punto neanche dovesse partire per il Kossovo, si appresta a rientrare con
il cavetto portapesci desolatamente vuoto. In più mi preme una volta per tutte
sfatare il mito che vedrebbe il cefalo come preda particolarmente
“abbordabile”: indubbiamente non c’è paragone con l’astuzia del
dentice o l’indifferenza dell’orata, però credo di poter affermare con
cognizione di causa che, escludendo situazioni particolari come zone poco
battute o i periodi di riproduzione, la cattura del cefalo richieda comunque un
certo impegno.
Classificazione
La famiglia dei mugilidi assieme
a quella degli sparidi è probabilmente, fra le appartenenti all’ordine
dei perciformi, quella che annovera tra le sue fila il più alto numero
di specie classificate. Tre di queste rivestono un certo interesse venatorio,
mentre la cattura delle altre è da considerarsi casuale o eccezionale. Le
specie in questione sono: Mugil cephalus, Mugil auratus, Mugil
saliens.
Il primo (cefalo comune) è decisamente il più
diffuso sulle coste mediterranee ed è quello che raggiunge dimensioni veramente
considerevoli: riesce a pesare anche quattro Kg di peso sebbene più
frequentemente si catturino esemplari che variano dal mezzo Kg al chilo e mezzo,
due di peso. Le altre due specie (cefalo dorato e cefalo saltatore) sono
indubbiamente meno corpulente ma occorre specificare che sono le più ambite dai
buongustai per la bontà delle loro carni. Per ciò che concerne le differenze
più evidenti direi che è sufficiente specificare che il dorato è
caratterizzato dalla famosa chiazza aurea attigua all’opercolo branchiale,
mentre il saltatore ha il corpo decisamente più sfilato e longilineo rispetto
ai consimili.
Diffusione
Questa sezione
dell’articolo è stata indubbiamente la più semplice da realizzare e la cui
stesura ha richiesto realmente pochi secondi. Questo per un semplice motivo: il
cefalo è ONNIPRESENTE sulle nostre coste! Lungo le pareti naturali come intorno
ai tetrapodi delle dighe frangiflutti; nei meandri del grotto come nelle foci
dei fiumi (o addirittura nel letto dei fiumi); intorno agli scogli affioranti
delle punte rocciose come vicino agli scarichi delle navi. Il muggine ha saputo
sfoggiare una capacità di adattamento davvero impressionante. Questo fenomeno,
se da un lato aumenta il rischio di catturare esemplari dal sapore non certo
allettante, dall’altro contribuisce ad assicurare la presenza quasi costante
di questa specie lungo tutto il sottocosta. Diciamo che l’unica
puntualizzazione riguarda le batimetriche battute dal cefalo: sempre presente
entro i quindici metri, i suoi avvistamenti si riducono proporzionalmente all’
aumentare della profondità.
Tecniche
di caccia
La grande versatilità del
muggine e la sua presenza costante determina una situazione abbastanza inusuale
e comune soltanto a poche altre specie, sarago in primis (vedi art.
corrispondente sul sito): la sua cattura è effettuabile praticamente con tutte
le tecniche conosciute che elencheremo in ordine d’efficacia:
Agguato:
Applicheremo questa stimolante e redditizia tecnica in particolare lungo le
pareti rocciose o le barriere frangiflutti, dimore predilette della specie in
esame. Innanzitutto una considerazione preliminare: in questa tecnica, come già
sanno i più smaliziati, è consigliabile tenere il sole alle spalle per
disturbare l’immagine della nostra sagoma che il pesce percepisce per la
presenza dei raggi luminosi che tagliano la colonna d’acqua. L’esperienza mi
ha insegnato che nella pesca al cefalo in particolare questo aspetto è di
fondamentale importanza per due semplici motivi: in primo luogo perché il
cefalo, contrariamente ad altre specie, nuota pressappoco a tutte le quote (sul
fondo, a mezz’acqua o addirittura in superficie) e quindi oltre a essere
occultati dai massi della scogliera, dovremo essere “mimetizzati” dalla luce
del sole; inoltre adottando questo stratagemma avremo il vantaggio visivo sul
pesce, nel senso che, se opereremo con accortezza e se disporremo di buona
acquaticità, potremo, aguzzando la vista e scrutando il fondo al limite della
visibilità, notare la presenza del branco di cefali (ma vale anche per le
salpe), percependo il classico bagliore provocato dalla frenetica attività
alimentare dei pinnuti. Se riusciremo a fare le cose per bene saremo in grado di
sorprendere il cefalo spesso anche dalla superficie. Per il resto valgono le
solite regole dell’agguato già ampiamente trattate dal “vate” di questa
tecnica: il grande Giorgio Dapiran.
Aspetto:
Si tratta di un’altra tecnica di caccia molto proficua per la cattura del
muggine, applicabile praticamente su tutte le tipologie di fondale, con
l’unica eccezione delle dighe foranee formate dai classici, immensi tetrapodi
accatastati, dove preferiremo l’agguato per via dei pochi appigli utili
all’appostamento all’aspetto, in particolar modo su batimetriche piuttosto
basse. Personalmente adotto questa strategia di caccia in due modalità
differenti a seconda dell’atteggiamento dei pesci. In particolare se mi
accorgo che i cefali si spostano in maniera nervosa, rapida, se, in sostanza,
appaiono spaventati dalla mia presenza o da altri disturbi esterni quali reti da
posta, imbarcazioni, altri sub, bagnanti, predatori etc.,tento di appostarmi
dietro un masso o un avvallamento del fondo, solo dopo aver percorso almeno
cinque – sei metri strisciando sulle rocce, in modo da farmi vedere il meno
possibile. Va da sé che la capovolta, la discesa e i vari spostamenti devono
essere, come al solito, lenti e controllati. Laddove invece i muggini
manifestino tranquillità, calma e, anzi, a volte curiosità (questo succede per
lo più nei periodi in cui il disturbo umano è limitato come durante la
stagione invernale, oppure nei periodi della riproduzione), io adotto un sistema
che farà sicuramente storcere il naso ai “puristi” dell’aspetto ma che
personalmente ritengo di estrema efficacia nelle suddette situazioni: se la visibilità me lo consente scelgo
l’appostamento dalla superficie e scendo perpendicolarmente rispetto al
fondale senza curarmi di quello cha accade intorno, mi acquatto e aspetto. E
questo anche quando il branco sosta sul fondo proprio sotto di me e magari,
l’acqua torbida mi consentirebbe di azzardare un tiro in caduta. In altre
parole non faccio altro che “piombare”, ovviamente sempre a foglia morta,
sul branco che si allontanerà per qualche secondo per poi ritornare sul suo
cammino e “mostrare il fianco”. Ovviamente questa tecnica sarà
eventualmente favorita dall’acqua torbida.
Un'altra considerazione da
farsi per ciò che concerne la pesca del cefalo riguarda gli eventuali richiami
acustici che si possono emettere onde attirare più rapidamente la potenziale
preda verso il cacciatore all’aspetto. La grande diatriba tra gli aspettisti
incentrata sull’utilità di questi stratagemmi è ancora aperta e fortemente
compromessa dalle varie ed inevitabili differenze comportamentali del pesce a
seconda delle varie situazioni geografiche o ambientali. Anche in questo caso mi
atterrò alla mia esperienza personale affermando che, al contrario per esempio
del sarago, irresistibilmente attratto dalle classiche contrazioni della
glottide, il muggine si spaventa ad ogni minimo rumore che è quindi da evitare,
con l’unica eccezione, forse, dello sfregare uno scoglio con un dito. Non sono
molto convinto dell’efficacia di questo richiamo nei confronti del cefalo,
mentre ne ho potuto verificare l’effetto positivo sulle salpe.
Tana:
La cattura del cefalo in tana è certamente meno usuale rispetto a quanto
avviene con le due tattiche precedenti e sicuramente meno difficoltosa: esso
infatti sceglie come dimore, sempre temporanee, anfratti ampi e luminosi e vi si
comporta in maniera molto prevedibile, concedendo molte chance di cattura al
pescatore in apnea. In effetti la morfologia tipica del rifugio configura una
situazione di caccia piuttosto propizia: l’ individuazione del “sasso
buono” dalla superficie è quasi immediata per via del fatto che
esso sarà generalmente piuttosto appariscente, il tiro sarà agevolato
dalla buona quantità di luce presente all’interno dell’antro roccioso e non
richiederà quasi mai l’utilizzo della torcia che potrebbe provocare la
reazione spaventata del pinnuto. Inoltre, a differenza del sarago che si
divincola con estrema astuzia tra i vari cunicoli del suo rifugio, il
comportamento del cefalo si limiterà a due opzioni: la fuga scomposta da una
seconda entrata dell’apertura o l’immobilità all’interno della stessa.
Sintetizzerei il discorso sulla tana concludendo che non stiamo certo parlando
di saraghi o cernie!
Caduta :
Esistono delle stagioni dell’anno, dei momenti particolari,
che regalano al pescatore in apnea emozioni difficilmente descrivibili a
parole, con la penna, o , in questo caso, con una tastiera: la “calata delle
orate” di maggio, “l’entrata” dei saraghi di giugno, l’avvicinamento
dei pelagici di fine settembre. A queste straordinarie fasi della ciclicità
degli spostamenti e dei comportamenti dei pinnuti aggiungerei uno spettacolo di
cui si può godere in autunno in tutto il basso adriatico e lo ionio e che,
seppure non avvincente dal punto di vista strettamente venatorio, riesce a
colpire l’ apneista in maniera indelebile: la “migrazione” dei cefali
dovuta al periodo della riproduzione. Presumo che una situazione analoga sia
capitata a molti di voi, ma per chi non avesse avuto questo privilegio, posso
garantire che vedersi circondati da un numero impressionante di enormi muggini
(ho valutato la dimensione di alcuni branchi in numero che sfiora il
migliaio!!!) tanto da non poter più scorgere una porzione di mare libera dalla
presenza di pesci, è una scena che toglie il fiato. Ricordo ancora il primo
incontro con un branco di questo tipo come una delle emozioni più forti della
mia vita!
Se proprio si vuole
“rovinare” la magia di questa situazione, una tecnica efficace consiste
nell’effettuare una caduta diagonale verso il branco lasciandosi sfilare
davanti i capobranco( che a volte superano i tre Kg di peso) e avvicinandosi
progressivamente al resto del gruppo; tutti i muggini seguiranno la direzione
dei primi e non devieranno neanche quando li avremo a tiro, concedendoci una
cattura piuttosto semplice. Credo sia superfluo ricordare di limitare il
prelievo dei cefali in questa situazione a pochi esemplari data la poca
difficoltà della stessa.
05/2000 -
Armando Calizzi
calizzi@tiscalinet.it
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