|
DIARIO DI PESCA -- sabato14 aprile
Il sotto costa schiuma per l'onda lunga di scirocco che giunge dal mare aperto dove le condizioni sono ancora perturbate.
Nell'assenza di vento il mare liscio forma grandi dune in movimento che sollevano al cielo il piccolo gommone sul quale navigo.
Sono le condizioni ideali per l'agguato nel basso fondo, ma mi sono svegliato con la curiosità di controllare se le ricciole, anche quest'anno, sono venute a svernare sulla secca dei Monaci al largo di Caprera.
E' un errore lasciarsi attrarre da queste fantasie, altri fattori dovrebbero guidare la scelta della zona da battere, ogni tanto però mi faccio prendere dalle intuizioni abbandonando la mia proverbiale razionalità.
All'alba arrivo accanto alla boa galleggiante che segnala la secca, circondato da numerose famiglie di gabbiani, berte e cormorani che galleggiano in un pacifico assembramento.
Quando sbaglio la scelta del posto di pesca, regolarmente, il destino mi punisce: l'acqua è molto torbida, boghe e menole in superficie appena percepiscono la mia presenza, scodano rumorosamente verso il fondo, mettendo in allerta gli altri pesci.
In profondità è buio, così, mi trovo nelle condizioni ottiche peggiori per le catture in caduta e per ogni avvistamento: la retina dei miei occhi, abituata alla luce, ha bisogno di alcuni secondi per adattarsi alla luce crepuscolare e sul fondo scuro tutto si confonde.
Non mi accorgo di planare su una cernia che scodando mi fa gelare il sangue.
Branchi di saraghi pizzuti e di saraghi fasciati coprono i cappelli della secca, con l'acqua trasparente non ci sarebbero problemi di cattura, sia all'aspetto che all'agguato, ma nell'acqua torbida anche le castagnole si tengono a distanza.
Rinuncio a cadere sui sommi, per non allontanare i pesci che vi si raccolgono, optando per degli aspetti estenuanti alla base delle guglie, fucile e sguardo rivolto verso l'alto, per mirare in controluce. Questa strategia viene premiata con tre
" fasciati" e un "pizzuto".
Ad un certo punto dal muro di sospensione si materializzano tre dentici che mi colgono impreparato, teso come sono ad individuare i saraghi, mi trovano troppo scoperto e svaniscono come fantasmi.
Finalmente capisco di essere nel posto sbagliato e dopo mezz'ora mi allontano rientrando verso porto Cervo. Sulla rotta del ritorno decido di fare ancora un tentativo sull'unico cappello della secca delle Bisce che resta fuori dal perimetro del parco dell'arcipelago de la Maddalena. Per fatalità, incontro quella ricciola che doveva trovarsi sulla secca dei Monaci: 3.7 chili. Solo pochi tuffi per verificare se era sola e poi via di nuovo verso la schiuma del basso fondo. Davanti al porto, sulla secca del Cervo mi lascio ancora tentare dalla nostalgia di controllare quel branco di corvine…Sono sicuramente le nipoti di quelle che ho incontrato per la prima volta quindici anni fa e che ho selezionato anno dopo anno! Il tempo di infilarne una e di constatare con soddisfazione che il branco si è moltiplicato e ora conta una cinquantina di individui e dopo un miglio di navigazione, senza indugi mi butto nella risacca di punta Capaccia.
In questo tratto di costa aggiungerò un tassello al quadro della mia conoscenza sul comportamento del sarago.
Sole alle spalle, procedo verso nord, il braccio destro verso il mare aperto, la mano sinistra aggrappata alle rocce a bloccare il corpo spinto dalle onde.
Tutto secondo le regole!
I frutti non tardano ad arrivare: oltre ad alcuni saraghi cade vittima un'orata.
L'agguato in queste condizioni mi diverte e non mi affatica: sono sufficienti apnee di 30/45 secondi per arrivare alla cattura. Nella gestione di lungo periodo delle proprie risorse fisiche è importante anche ottenere il miglior risultato con il minimo sforzo. Nulla di nuovo, però, rispetto a ciò che ho già scritto e filmato nei video sull'agguato.
Questa strategia così divertente, tuttavia, ha l'inconveniente del ritorno passivo.
A volte, se uso il gommone, lascio una delle due cinture di piombi che porto in vita su uno scoglio e percorro lo stesso tragitto pescando su una batimetria più profonda, ma non sempre un fondale interessante sotto costa è promettente anche più al largo.
Nel caso specifico, fuori dalla parete rocciosa il fondo diventa sabbioso alternandosi a distese di posidonia che in qualche insenatura propone piccole distese di sassi sparsi alla rinfusa. Viste le condizioni del fondale, decido nel rientro rapido, nuotando con vigore e non badando al rumore prodotto dalle pinne e dallo sciabordio dell'acqua intorno al corpo.
L'evento: In corrispondenza di un gruppo di sassi alternati a ciuffi di posidonia, proprio al limitare della distesa di sabbia, un gruppetto di saraghi mi viene incontro nuotando velocemente al confine tra la sabbia, le posidonie e le prime rocce. Alcuni dopo brevi soste, con la stessa strategia di moto, passano oltre e scompaiono oltre lo scenario visibile, altri zigzagando tra rocce e piante si infilano in nicchie modeste tra qualche sasso. Nel branco individuo subito tre o quattro esemplari di buona taglia: uno di loro si rifugia in tana proprio sotto di me, a 5/6 metri di profondità. Sono ancora disorientato dal loro comportamento e affacciatomi alla nicchia tra sabbia e roccia, non ho il riflesso di tirare subito e melo lascio scappare! Un altro passa più al largo rasente le rocce e le posidonie, senza mai sconfinare nella distesa di sabbia.
Un gruppo di due si sono letteralmente incollati al profilo di un sasso, l'ultimo rispetto alla batimetria ideale che collega le formazioni rocciose. Questa volta sono pronto: caduta lenta senza capriola, braccio disteso, uno di loro, come un cane bastonato, tutto schiacciato sulla sabbia, se ne va alla chetichella da dove è arrivato, ma l'altro prima di fuggire dalla parte opposta, mi viene incontro…
Questo è l'accaduto, ora la mia analisi e la mia interpretazione!
In situazioni di fondale simile a quello descritto, difficilmente qualunque pesce si avventura allo scoperto, di giorno, su una distesa di sabbia.
Sulle dighe prospicienti il porto di Chiavari, in Liguria, all'alba, mi era capitato spesso di osservare il costituirsi di gruppi eterogenei di pesci, giunti , di notte o poco prima dell'alba, a procurarsi il cibo e alle prime luci dell'alba, in procinto di attraversare l'estensione di sabbia che li separa dai rifugi profondi. Orate e saraghi in formazione ravvicinata e compatta sfruttando i vantaggi difensivi di appartenere ad un branco, guadagnavano il largo con cautela.
Nel Mediterraneo, molte specie "fanno l'elastico" tra gli ambienti profondi e sicuri, e il sotto costa dove trovano cibo abbondante che , di giorno, abbandonano perché è
un'area troppo luminosa e vulnerabile.
Per ragioni ataviche tutti i pesci curano con attenzione il loro mimetismo con l'ambiente e assumono atteggiamenti tranquilli solo in prossimità di rifugi o facili vie di fuga. La sabbia è una superficie riflettente che evidenzia un pesce sia in orizzontale che in verticale e lo rende facile preda di ogni aggressione.
Tornando all'evento in questione, il mio procedere rumoroso deve aver prima attirato (vedi articolo precedente sulla territorialità) e poi spaventato il branco di saraghi che non sentendosi sicuri nell'attraversare la distesa di sabbia, e non avendo rifugi sotto costa, sono rimasti bloccati dal rumore soprastante.
Il lettore potrebbe chiedersi come mai i saraghi non si siano dati subito alla fuga nelle due uniche direzioni possibili.
In parte l'hanno fatto, solo una piccola percentuale di loro è rimasta sul posto.
Anche per questo comportamento apparentemente inspiegabile ho una mia interpretazione.
Quando si è verificata questa circostanza il sole era allo zenit e per gli ormai noti problemi di pupilla fissa e assenza di palpebra che affligge buona parte dei teleostei, i saraghi non potevano guardare verso l'alto senza essere abbagliati dai raggi diretti del sole e da quelli riflessi per effetto specchio dalla superficie. I pesci posti in obliquo rispetto alla mia posizione, individuato il pericolo si sono allontanati, gli altri probabilmente non riuscendo a vedere la mia sagoma sono rimasti in attesa dell'evolversi della situazione rincantucciati in una nicchia provvisoria.
Nessuno di loro si è allontanato sulla estensione di sabbia!
In verità, molte altre volte mi sono trovato in situazioni analoghe e con molto opportunismo ho realizzato catture insperate, mai però, ero riuscito a collegare i due fattori che in questi casi influenzano il comportamento: il sole perpendicolare sull'acqua e la barriera rappresentata dalla distesa sabbiosa.
Quando il pesce ha una limitazione della vie di fuga e non può comportarsi secondo schemi automatici, dovendo scegliere una strategia di difesa dimostra incertezza e tutti i limiti del suo piccolo cervello.
Giorgio Dapiran 04/2000
|