Giorgio Dapiran
 

L'agonismo e la pesca subacquea

Sono stato molto dibattuto se scrivere o meno questo articolo dove esprimo dei punti di vista che potrebbe prestarsi a facili fraintendimenti mentre è solo una riflessione sulla mia vita di pescatore che ha tratto utili insegnamenti sia dalle esperienze autodidatte della gioventù che dall'attività agonistica dell'età matura e infine dalla attività professionale.
Mi rivolgo ai lettori che seguono l'agonismo e le gare di pesca subacquea nella speranza di carpirne qualche consiglio, di ricavarne delle informazioni che possono migliorare il loro livello tecnico sia come attrezzature che come tecniche impiegate.
La nostra unica rivista del settore da ampio risalto a queste manifestazioni che rappresentano un mondo a parte rispetto alla pesca subacquea esercitata dai dilettanti lungo le coste della nostra penisola.
L'ambiente delle gare rappresenta un mondo molto esclusivo e povero di messaggi per la gente comune, un mondo in parte falso: vissuto da atleti che si fanno fotografare con prodotti imposti dallo sponsor che nella migliore delle ipotesi verranno lasciati sul gommone. Poco prima dell'inizio della gara ad esempio, quasi tutti sfilano dal borsone le pale in fibra di carbonio della piccola ditta, quando il proprio sponsor non ne dispone, tirano fuori la vecchia maschera della concorrenza, l'unica che si adatta bene al proprio viso, per non parlare del fascio di fucili dove i marchi dei fabbricanti si mescolano con festosità folcloristica. Gli addetti ai lavori conoscono da anni questa realtà e ormai non si scandalizza più nessuno.
Decenni di agonismo hanno prodotto una sfilza di campioni che moriranno con i loro segreti che non si sono sforzati di comunicare di trasmettere alcunché alle nuove generazioni: hanno preso molto dal mare e non gli restituiranno nulla.
Molti non sanno che circa 20 anni fa, insieme a Marzocchini atleta fiorentino con alcune presenze in prima categoria e Portioli atleta di Reggio Emilia poi approdato ad un incarico federale, ho fondato una associazione : la U.I.P.S.S ( unione pescatori sportivi subacquei) della quale per i primi due anni sono stato presidente. Organizzazione del tutto simile alla A.I.P.S di Silvio Ferruzzi con funzione di stimolo nei confronti dell'immobilismo ( anche a quei tempi !) della nostra federazione.
I problemi di allora erano: campi gara non adeguati ( i campionati si svolgevano in quattro giornate con 40 concorrenti provenienti dalle prove selettive ) mancanza di un campionato di seconda categoria ( che otterremo negli anni successivi) scarsi rimborsi per le spese sostenute ai campionati con la formala dei gommoni al seguito, la nostra immagine non tutelata nei confronti degli attacchi della stampa ecologista, regolamenti gara sorpassati.
Le nostre riunioni a livello nazionale si svolgevano prima dei campionati assoluti e bene o male vi partecipavano tutti i 40 concorrenti, più i rappresentanti di alcune ditte del settore. Nel dibattito, a parte la generosità e l'intelligenza di qualcuno come Massimo Scarpati ( che proverà successivamente anche ad impegnarsi in un ruolo federale ), la passione e il folclore di altri come Martinuzzi , è sempre emerso l'individualismo esasperato della maggior parte degli atleti , a parole disponibili a qualsiasi impegno, nei fatti interessati solo ai loro risultati. Ognuno a tirar l'acqua al suo mulino, per raggiungere un piazzamento.
Dopo 7 campionati assoluti consecutivi, ne ho tratto un'immagine del subacqueo agonista scarsamente associativa, arrivista al limite della truffa.
Sono di quegli anni la squalifica per un biennio di un'atleta famoso di prima categoria sorpreso a farsi portare del pesce in gara e tanti altri fatti chiacchierati , non documentati per l'impossibilità di produrre delle prove che hanno contribuito a farmi allontanare da quell'ambiente.
Nelle pagine patinate delle riviste, le gare di pesca subacquea sembrano affrontate da super eroi, a volte invece vi partecipano alcuni uomini piccoli, piccoli, con problemi meschini.
Non vi sembra strano che un grande atleta come Renzo Mazzarri tre volte campione del mondo, non sia mai riuscito a vincere un campionato in casa propria?
Invece , caro Renzo, per molti di noi partecipanti, anche tu hai vinto un titolo italiano assoluto, quell'anno che giovanissimo ti sei presentato ancora sconosciuto, dopo esserti tolto la divisa militare del fermo di leva! 
Più di una volta e per gare di minor importanza, anche a me hanno detto con una pacca sulla spalla, dopo un secondo posto " sei il vincitore morale della gara"!
Mi rendo conto che questi avvenimenti possano creare diverse reazioni nelle coscienze di ognuno di noi. Per me inficiano tutta l'opera di un'organizzazione .
Questa è la mia documentazione del passato e la coscienza storica in tutte le manifestazioni umane è necessaria per la continuità e l'evoluzione di progetti e idee.
Per cui la proposta del nostro presidente di federazione Azzali, che ha vissuto quel periodo, mi sembra improponibile soprattutto perché non tiene conto della storia dell'agonismo della pesca subacquea.
Come può proporre di far partire i concorrenti da una spiaggia o da un barcone come nei lontani anni settanta quando il controllo attuale con la formula dei gommoni è insufficiente, anzi quasi tutte le irregolarità dei passati campionati italiani si sarebbero eliminate con la presenza di un commissario federale a bordo di ogni gommone. Senza parlare della sicurezza delle manifestazioni: proprio io sono stato abbandonato sul promontorio dell'Argentario alla mia prima prova selettiva di campionato italiano organizzata con la formula dei barconi ( 110 concorrenti)con il mare che nel corso della gara si è fatto agitato. Al ritorno a piedi sanguinanti per sentieri scoscesi ho trovato la fidanzata in lacrime e la giuria che mi aveva dato per disperso. Certe formule abbiamo già constatato che per diversi motivi sono inadeguate lasciamole al nostro avventuroso passato. La preoccupazione degli organi federali se vogliono tenere ancora in piedi questo giocattolo delle gare deve essere rivolto alla sicurezza e alla correttezza dello svolgimento nel rispetto delle pari opportunità di tutti gli atleti.
Ancora oggi ci sono concorrenti: 
- che vengono a sapere in anticipo le zone dei campionati italiani e perlustrano per mesi ogni angolo dei possibili campi gara, facendosi trainare con una cima lunga 
( paperino) scoprono zone vergini impossibili da scoprire a concorrenti che si presentano per la visione solo 10 giorni prima dell'inizio, 
- che pescano, durante la gara, col metodo della trainetta ( attaccati al gommone con una cima corta ), 
- che chiudono le tane con i pesci dentro con delle pietre trovate sul fondo quando sono sicuri di essere gli unici a conoscerle, in caso contrario le svuotano catturando i pesci che altrimenti andrebbero agli altri,
- che pagano con denaro contante l'indicazione di una tana " sicura".
Per non parlare della piaga dei pesci imbottiti che da sotto peso diventano "validi " (superiori al peso minimo).
Questi sono solo alcuni dei problemi che affliggono un ambiente dalla facciata linda ma dal sottofondo torbido. 
Anche se la storia della pesca subacquea è in parte diventata la storia dell'agonismo subacqueo e quest'ultimo ha rappresentato la molla per il miglioramento delle tecnologie delle attrezzature impiegate, a distanza di più di 50 anni dalla sua nascita è legittimo ora chiederci se era necessario, allora, e soprattutto oggi!
La pesca subacquea è nata come sfida individuale di alcuni pionieri tra i quali anche mio padre che a 5 anni seguivo dalla superficie mentre scendeva muovendo le gambe a rana impugnando una specie di fionda con un'asta sottile senza sagola.
E' sorta come rapporto conflittuale tra l'uomo e il pesce, un rapporto venatorio dalle radici antichissime che ci ha plasmato geneticamente nelle migliaia di generazioni che ci hanno preceduto ( questione che gli animalisti non capiranno mai).
Cosa c'entrava il confronto tra uomo e uomo con il pesce reso strumento della rivalità?
Il rapporto vero resta ed è per la maggior parte di noi tra uomo e pesce ed in senso lato tra uomo e mare, come elemento e ambiente ancora sconosciuto.
Per anni, dopo un bel carniere, mi sono trascinato la considerazione " caspita se l'avessi realizzato in gara": l'agonismo si era insinuato in me come una droga .
Alla fine di un processo di autoanalisi ho capito che quella considerazione era l'aspetto della mia insicurezza e il desiderio conseguente di affermazione e di riconoscimento da parte degli altri delle mie capacità.
Vinta l'insicurezza con la consapevolezza delle mie possibilità è scomparso anche il desiderio del confronto con gli altri pescatori ed ho recuperato la purezza dell'arte venatoria quella che io realizzo in simbiosi con le mie prede.
In una società meritocratica vince soprattutto il confronto tra gli individui, lo stabilire chi è il più bravo.
Ci viene insegnato da piccoli ed è difficile , duro togliere questo spauracchio da tutte le attività che intraprendiamo.
La nostra cultura è impregnata di questo confronto " chi è più veloce" " chi ne fa di più", che ha condotto ad un miglioramento oggettivo delle prestazioni, degli strumenti e della tecnologia umana. Ma bisogna capire dove e quando questo processo giunge all'esasperazione e soprattutto quando è portato là dove non è necessario, come nella pesca subacquea dove un uomo, nel confronto, a volte muore. Ricordo sempre la frase del mio povero amico Tore, dopo aver visto e rivisto il video di Salvatori ( campione francese ritiratosi nel '95 e dalle mitiche catture oltre i 40 metri) diceva :" se ci arriva lui perché non possiamo provarci anche noi? " 
Ha pagato con la vita la sua sfida!
Primeggiare è diventato il sale della vita di molti uomini e spesso mi sono chiesto se questo atteggiamento è nella nostra natura od è acquisito. Altre culture non ne sono schiave come la cultura occidentale!
Di sicuro, in questi ultimi anni, me ne sono liberato. Per me questa libertà ha il gusto di portare un amico a pesca e gioire delle sue catture, scendere rispettando i giusti tempi di recupero senza dover bruciare un pesce al mio compagno, poter raccontare le mie esperienze senza segreti e senza misteri.
C'è comunque un altro aspetto della questione: il condizionamento che le gare hanno determinato nell'evoluzione delle tecniche di pesca. 
Nel marasma e nel baccano della manifestazione agonistica, tutti i pesci si spingono al largo cercando un rifugio sicuro, così la tecnica prevalentemente impiegata dagli atleti è la pesca in tana. Il miglioramento delle attrezzature e delle tecniche di allenamento, inoltre, ha sprofondato i limiti dell'immersione in gara, alla ricerca di pesci dal comportamento più tranquillo e più facili da catturare. 
La conseguenza è che risulta difficile trovare un "campione agonista" abile nel basso fondo.
C'è da chiedersi, allora, cosa insegna l'attività agonistica: a tirate a tutto (labridi e gronghi compresi), a pescare in tana e a raggiungere profondità notevoli!
La pesca subacquea, a mio avviso, è qualcosa di più e soprattutto di diverso.
Non è un caso che per giungere ad una evoluzione del mio agguato ho dovuto smettere di partecipare alle gare ed imparare di nuovo a pescare nel basso fondo.
L'agonismo porta il pescatore ad operare in condizioni molto particolari, stranamente simili a quelle che trova nella sua vita metropolitana perché trascina sott'acqua un pezzo della sua civiltà caotica.
La pesca che io pratico, come a molti altri, è invece ricca del silenzio delle secche profonde, di una fusione del nostro essere con l'elemento acquatico, della cattura, si! Ma perché no, anche dell'osservazione naturalistica e di una curiosità senza limiti.
Al mondo delle gare va riconosciuto l'aspetto folcloristico ed aggregante, in un settore, haime! Povero di contatti umani e di incontri, perché la vera anima del pescatore subacqueo è ancora quella del cacciatore nomade e solitario. 

Giorgio Dapiran 05/2000