Giorgio Dapiran
 

DIARIO DI PESCA

Oggi, 4 maggio, con il mare forza olio ho attraversato il tratto di mare, spesso tempestoso, delle Bocche di Bonifacio:  canale che separa la Corsica dalla Sardegna.

La settimana scorsa ho battuto la costa da Capo di Feno (punta sud della Corsica) verso occidente, trovando l’acqua torbida e il comportamento del pesce molto diffidente.

 Interpretando correttamente il  ruolo di cacciatore, costretto al nomadismo  dai tempi atavici dell’uomo  primitivo, mi sposto in continuazione e questa volta la destinazione è un piccolo tratto di costa dove la pesca subacquea è ancora consentita,

 tra Capo Pertusato e Punta Sperono, al limite del parco dell’arcipelago di Lavezzi. Ho con me il fido scudiero Fulvio, indispensabile per praticare la pesca a staffetta nel sotto costa. Mente acuta, è spesso il mio contraddittorio per realizzare le ricerche etologiche che compaiono in molti miei articoli.

Capo Pertusato è posto al centro di un’anomalia geologica: i 5 km della bianca falesia calcarea di Bonifacio, ricca di grotte, incastonata come una gemma a sud di un’isola dove il granito è dominante,  caratterizzando ovunque il paesaggio.

 Questo tipo di roccia, solitamente, crea sul fondale marino degli interessanti lastroni spaccati al disotto dei quali…

Appena sceso in acqua, lasciatomi cadere in verticale verso il fondo per far uscire l’aria ancora intrappolata nella muta, a fucile scarico, noto un gruppetto di saraghi, sotto di me,  che si dimostra stranamente incuriosito alla manovra, ma  caricata l’arma si allontanano senza fretta.

Le condizioni ambientali sono le stesse della settimana scorsa a Capo di Feno :  acqua torbida, ancora fredda con  corrente da levante come per buona parte dell’anno.

I primi tuffi sono fondamentali per  interpretare il comportamento del pesce: dov’è dislocato, in che direzione si spostano i “corridori” e soprattutto che atteggiamento assumono nei confronti del pescatore subacqueo.

Il primo contatto con quel  gruppo di saraghi mi fa presagire una situazione diversa da quella di Capo di Feno. 

 Da tempo, ormai, ho notato che nelle condizioni di acqua torbida tutti i pesci reagiscono in maniera esagerata ad ogni piccolo rumore, alzando la soglia di allerta alle informazioni  dell’apparato acustico/laterale. Questo comportamento, in effetti, è assunto anche dall’uomo: al buio prestiamo attenzione ad ogni piccolo rumore come se questo  ci aiutasse a vedere. I non vedenti, è risaputo, che sviluppano una sensibilità particolare alla percezione dei rumori e al tatto, in un processo di integrazione delle informazioni sensoriali dove quelle attive, ipersensibili, supportano quelle non efficienti.

Queste ripetute osservazioni,  mi hanno convinto che nell’acqua torbida è molto difficile praticare l’agguato con  buoni risultati perché è impossibile eliminare tutti i rumori della nostra presenza ed è meglio preferirgli la tecnica dell’aspetto.

 Difatti, la settimana precedente, nella costa 5 km più a ovest avevo preferito impostare la battuta di pesca a 10 metri circa dalla costa con lunghi aspetti nel basso fondo,  rivolto verso terra, dove avevo verificato che si  concentravano i pesci per alimentarsi. Molti saraghi, sentendo le mie vibrazioni nel guadagnare il largo mi   passavano accanto e avevano favorito qualche tiro al volo.

Come spesso accade, riguardo alle abitudini ed al comportamento dei pesci, ogni volta che crediamo di aver raggiunto una certezza, siamo subito smentiti dall’esperienza della volta successiva e dobbiamo correggere le nostre supposizioni.

E’ di una di queste correzioni che tratta il diario di oggi e deve farci riflettere sulla precarietà di ogni nostra teoria!

Torniamo al comportamento tranquillo e un po’ infingardo del nostro piccolo branco di saraghi: era evidente , al primo tuffo, che l’atteggiamento era diverso rispetto a quello della zona poco più ad ovest, così decido di adottare un agguato dalla superficie da condurre con molta calma e lentezza tra i massi affioranti della costa. L’acqua torbida e il particolare fondale, però, non favoriscono l’individuazione dei pesci: saraghi e salpe, cefali e occhiate, appena percepiscono il mio spostamento in superficie, schizzano verso il largo partendo dalle spaccature sotto i lastroni.

Rallento ulteriormente l’andatura della ricognizione e rivolgo tutta la mia attenzione alle cavità orizzontali sotto i lastroni, sia immergendomi lontano dalla spaccatura e presentandomi a velocità rallentata al suo ingresso, sia restando immobile in superficie, sopra il masso, con l’arma puntata verso il basso ad attendere il “movimento” del pesce. E’ in quest’ultima posizione che ho le migliori occasioni: i saraghi escono, come per miracolo, da spacchi imprevedibili e non identificabili dall’alto per girare in torno, poco distanti, con tutti i loro sensori attivati.

I più piccoli vengono quasi in superficie per il controllo più sfrontato e irresponsabile, i più grossi si tengono vicino al fondo indugiando ancora qualche secondo prima di allontanarsi. Eseguo tiri dall’alto verso il basso, a volte dalla superficie altre volte con un modesto affondamento, fino a  formare il solito gonnellino di code col cavetto del portapesci. In una di queste  posizioni, appoggiato sopra un masso sto selezionando le prede: “tu sei troppo piccolo, tu sei messo male, tu sei troppo nervoso e non stai mai fermo”, quando un’orata di più di due chili esce imperiosa ed arrogante, infilandosi nel gruppo di saraghetti. Non ho scritto questi due aggettivi solo per colorire la descrizione, in realtà la mole,  nella competizione alimentare, rappresenta il diritto alla prima opzione, alla prima scelta nel cibo.

 In mare non si scherza, il più grosso ha sempre ragione (altroché legge della giungla, il mondo sommerso è la caienna della selezione naturale). La presenza dei saraghi intorno ha ridotto la naturale accortezza della magnifica preda che prima dell’arpionata ha accennato anche a venirmi incontro.

Nel passetto tra l’isolotto di S. Antoine e terra, dove la parete liscia non lascia nascondigli, faccio l'errore di  non variare la mia strategia, preferendo un aspetto alla base della parete. Spunta una spigola,  io cerco di fare il polpo attaccato alla roccia, ma non interpreto bene la parte, anche perché ho il braccio del fucile contro le rocce (scelta obbligata dalla posizione del sole tenuto alle spalle) e la spigola se ne va!

 L’isolotto in questione nel suo lato sud offre un ampio pianoro per poi sprofondare in verticale sino a 15/20 metri: ho la pancia sulle rocce e faccio fatica ad avere profondità sufficiente per immergere la maschera, il mento mi impiccia e a volte non riesco a vedere le decine di saraghi che si “intrippano” in 10 centimetri d’acqua. Nel frattempo si è alzato un leggero grecale che, a galla, rende instabile la fase di puntamento. Sono al limite della zona con divieto di pesca, così chiudo la battuta.

Penso di aver tirato 80 volte per una ventina di catture, quasi tutti saraghi di buona taglia e la splendida orata!

Fino a questo punto della descrizione tutto nella norma di una buona giornata di pesca, ma non mi accontento mai delle sole catture, voglio anche capire  ciò ch’è accaduto.  

La finalità di questi diari non è mirata solo al  racconto, ma ad informare il lettore sulle conclusioni delle mie riflessioni sul comportamento dei pesci.

 In certe giornate realizzo catture anche più eclatanti che non dicono nulla di nuovo,  dal punto di vista tecnico e da quello etologico,  preferisco allora non citarle, come, d’altra parte, non amo fotografare i miei carnieri quando sono un’esibizione senza storia.

Perché nelle stesse condizioni meteo, a pochi giorni di distanza, su tratti di mare contigui si può osservare un comportamento del pesce così diverso?

Quando ci immergiamo lungo una scogliera, a parte i ricordi delle pescate precedenti, ignoriamo la storia recente del posto ed il verificarsi di alcuni eventi che possono aver influenzato l’atteggiamento, oltre che la presenza delle nostre prede.

Analizziamo, allora, alcuni di questi possibili eventi negativi, le reazioni che determinano, per poi arrivare ad una mia ipotesi sulla giornata in questione.

-         La presenza  di tramagli posti lungo la costa limita il movimento dei pesci tra gli alti fondali e il basso fondo in quel processo che io chiamo “l’elastico alimentare” tra il largo e la costa. Questi sbarramenti sono ampiamente riconosciuti da tutte le specie ittiche, frutto di un “apprendimento genetico” che dura da più di 3000 anni. Molti  pesci che si muovono a poca distanza dal terreno, individuano la rete, sia di giorno che di notte, attraverso i sensori della linea laterale  determinando l’attuale pessima resa di questa tecnica di prelievo. Per tutte le altre tecniche di pesca, dalla pesca subacquea alla pesca  con la canna, la presenza di un tramaglio calato vicino alla costa rappresenta un’alta percentuale di possibilità di insuccesso.

-         Il passaggio di un branco di delfini provoca il panico tra tutti i pinnuti, allontanandoli dalla zona e in molti casi obbligandoli ad un  rifugio in tana. Tutte le volte che li ho incontrati, durante le mie battute di pesca, ho fatto molta fatica a realizzare buone catture. Hanno un influenza negativa anche su branchi di dentici che si tengono a distanza  dai nostri appostamenti all’aspetto. La loro presenza si individua dal caratteristico corto  gorgoglio dell’espirazione, se sono appena passati, potete notare i piccoli pesci che solitamente vengono davanti alla maschera, tenersi alla larga con un comportamento  particolarmente scostante.

-         Quando il sotto costa viene battuto sistematicamente da equipaggi subacquei che pescano praticando la “trainetta” ( trascinati dal gommone con una cima corta) il litorale si spopola e il pesce, o cambia zona, o preferisce stazionare su fondali più profondi. L’azione della pesca subacquea, unitamente ad altre tecniche di pesca, ha  progressivamente allontanato molte specie      dalle zone poco profonde.  Pur non incidendo sulla massa complessiva degli stoks ittici, la “trainetta” esalta questo fenomeno lasciando tracce anche per lungo tempo lungo i nostri litorali.

In conclusione, la costanza di tutti i fattori più importanti per la presenza ed il tranquillo  comportamento del pesce nei due tratti di mare limitrofi, mi fa supporre   che la zona tra Capo Pertusato e Punta Sperono, per un caso fortuito, sia stata risparmiata da uno di questi tre eventi.

La zona di capo di Feno, inoltre viene battuta sistematicamente sia dai pescatori professionisti di Bonifacio che  dai pescatori subacquei presentando un fondale più ricco di roccia, di conseguenza è più difficile trovare una giornata lontana da un loro prelievo.

Tra Capo Pertusato Punta Sperono, invece,  al largo si trovano solo poche isole di roccia su sabbia e posidonia e la costa viene considerata meno pescosa.

 

Giorgio Dapiran 05/2000