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Giorgio
Dapiran
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DIARIO
DI PESCA 5
(25 MAGGIO)
Oggi, 25
maggio, poco prima dell’alba parto da Cala di Volpe col piccolo gommone a
chiglia pneumatica impiegato per le
operazioni “mordi e fuggi” che
interpretano la mia attività nomade alla ricerca di zone di pesca
momentaneamente arricchite dall’arrivo di nuovi branchi. E’
frustrante dover prelevare i pochi pesci stanziali (in questo periodo per lo più
saraghi) dalle poche zone del nord/est della Sardegna, dove la pesca subacquea
è ancora consentita. Ieri, sotto costa, per non continuare a falcidiare saraghi
di modeste dimensioni, mi sono dedicato alla pesca dei polpi e vi garantisco che
sono diventati abili anche loro nello sparire in anfratti inaccessibili!
C’è
bonaccia e la destinazione è la secca dei Monaci. L’ultima volta che l’ho
visitata, il 14 di aprile, l’acqua era ancora torbida e fredda, ma
la stagione sott’acqua sta cambiando:
un modesto termoclino allieta le immersioni nel basso fondo e ho già indossata
la giacca da 5 mm di spessore,
quella “mezzastagione” dal mimetismo di superficie.
Esco
dalla profonda insenatura della cala, in tempo per vedere il sole
sorgere sul mare: poco prima di staccarsi dall’acqua,
il disco rosso si allarga in una specie di supporto, un piedistallo,
sull’acqua. Il fenomeno ottico mi incuriosisce e sono ancora indeciso se si
tratta di diffrazione con l’orizzonte o di diffusione per le particelle di
vapore acqueo nei bassi strati dell’atmosfera. E’ incredibile che una scena
vista migliaia di volte abbia ancora dei particolari sconosciuti.
Sappiamo
cogliere della realtà solo pochi aspetti legati alla nostra cultura! Un poeta
vi avrebbe visto il trionfo della natura, un ecologista l’inquinamento
dell’atmosfera, un impiegato forse non lo avrebbe notato affatto, afflitto
dalla necessità di alzarsi presto per il lavoro.
Mi
convinco sempre di più che la nostra visione è un fenomeno prevalentemente
cerebrale, di interpretazione del mondo esterno: la stessa scena vista da tre
persone diverse viene sicuramente elaborata e interpretata in tre maniere
distinte . Anche le immagini che tutti riteniamo un dato oggettivo, sono invece
estremamente “soggettive” !
Probabilmente,
lo stesso problema coinvolge i
pesci: c’è quello che confonde il subacqueo immobile
sul fondo con una roccia e quello che invece lo riconosce e se la fila!
Quando ci riferiamo ad una famiglia di pesci tendiamo sempre ad attribuire
caratteristiche comuni a tutti gli individui, mentre sicuramente ci saranno
sfumature nella varietà delle
capacità individuali. Tutto ciò porta all’evoluzione della specie ed io
contribuisco, mio malgrado, a questa evoluzione rendendo i sopravvissuti e le
nuove generazioni più scaltre e diffidenti.
A
metà percorso le schiene e le pinne dorsali di un branco di delfini mi allarma:
se questi predoni sono passati dalla secca dei Monaci non troverò neppure le
castagnole!
Appena
immerso mi accorgo dell’acqua più calda e trasparente rispetto la volta
precedente: gruppi di saraghi fasciati tappezzano alcuni cappelli della secca,
ma è difficile avvicinarli “in caduta” per la corrente da tramontana,
dominante in questo tratto di mare. L’acqua è letteralmente invasa da una
colonia di Ctenofori, il cinto di Venere, nastro trasparente che con movimenti
sinuosi serpeggia vicino alla superficie, alcuni mostrano
di essere stati sbocconcellati
da qualche pesce.
Altre
forme di vita, volgarmente chiamate
meduse, completa lo scenario e mi sfiorano mentre sto ventilando. La visibilità
è intorno ai 15 metri e sul fondo la temperatura dell’acqua si aggira ancora
sui 14° C, ma basta tornare in superficie per sentire il beneficio dei 19/20
gradi della primavera inoltrata.
In
questa secca ho un percorso ormai collaudato negli anni: ancoro sul sommo meno
profondo e dirigo verso nord, alternando immersioni alla base dei “cappelli”
con alcune più vicine alla superficie, le prime finalizzate all’aspetto dei
dentici, le seconde per portare l’agguato ai saraghi che di solito si
ammassano sulle pareti sopracorrente (striscio sulla parte alta della secca fino
ad affacciarmi sulle pareti di
roccia verticali).
Dopo
pochi metri mi trovo a strisciare nella stessa direzione di un branco di
ricciolette che mi controllano sospettose, guardandomi
“di coda” prima con un occhio, poi con l’altro. Non ho ancora
capito che situazione troverò e nell’incertezza mi appoggio
stupidamente su un pianoro senza ripari, completamente allo scoperto mi guardo
in giro: mi puntano due orate di un paio di chili, ma la cattura di questo
sparide all’aspetto, purtroppo, è occasionale e soprattutto richiede una
buona “copertura” mimetica, così la cattura sfuma.
Ho
visto già parecchio pesce senza aver avuto l’opportunità di fare un tiro, la
corrente rende difficile ogni avvicinamento, rinuncio all’agguato per un
aspetto tra due guglie alte una quindicina di metri. Alla base si trova una
piccola franata che, a volte, recluta qualche cernia, però, con la temperatura
dell'acqua più calda.
Per
guardarmi intorno, mentre scendo, sto per appoggiare la mano sulla testa di una murena che si ritira prontamente.
Sono già un po’ distratto, ma infilare la mano nella sua tana…Mi sposto più
avanti e prendo posizione proprio con un sasso a copertura frontale del corpo.
Sono nella fascia dell’acqua fredda e tutta la “mangianza” staziona
più in alto: castagnole, boghe e menole si distinguono chiaramente in
controluce, così come la sagoma di
due dentici che hanno appena girato provenendo dietro la parete verticale. Sono
molto alti, nello strato caldo e difficilmente verranno a vedere sul fondo. Le
ripide pareti rocciose, però, devono aver prodotto l’eco delle mie vibrazioni
e amplificato un rumore stuzzicante, così, mentre uno dei due compari continua
la sua ricerca controcorrente, l’altro
si dirige verso di me, mantenendo una posizione
alta e defilata. Rimpiango di non avere ancora l’attrezzatura per la
ripresa della scena, perché nella luce diffusa dalla superficie le squame del
dentice esplodono in mille riflessi. Mi sto già sollevando per una planata
verticale, quando il dentice punta verso il basso, sono indeciso sul tiro di
muso e lo splendido predone si gira offrendo il fianco. Si capisce che non è un
dentice “suicida”, ma quando le situazioni evolvono nella direzione giusta
è impossibile sbagliare. L’asta all’impatto produce un suono sordo perché
il colpo arriva vicino alla vescica natatoria che ne amplifica il rumore.
Il
pesce si infila sotto uno dei sassi della franata e inutilmente cerco di
recuperarlo dalla superficie (questo sarebbe il massimo del godimento!). Sono
costretto ad una seconda immersione, la tana è ampia e corta, il dentice ha la
coda fuori, l’agguanto e controllo l’asta. La doppia aletta ha fatto il suo
dovere: non ha consentito all’asta, nonostante il pesce si sia dibattuto, di
ruotare nella ferita e di sfilarsi dalla carne. Risalgo
abbracciato al dentice e mentre sto valutandone
il peso i filamenti urticanti di una Pelagia
noctiluca mi sferzano le labbra. Ho già assaggiato questo inverno i suoi
tentacoli che mi hanno lasciato una cicatrice perenne, ma non mollo il pesce,
risalgo sul gommone e mi sciacquo abbondantemente.
Il
dolore è lancinante e dimezza il piacere della cattura. Provo a tenere il
boccaglio dell’aeratore in bocca, ma non ci riesco. Devo correre in farmacia,
ho bisogno al più presto di una pomata anestetica. D’ora in poi terrò la
crema “Foille” nella borsa dei documenti!
Unica
nota positiva è il dentice di 7 chili, il primo della stagione calda.
Da
oggi so che le condizioni ambientali premieranno sempre più spesso la mia pesca
al dentice. Con l’acqua calda sono arrivati i primi branchi, come le prime
piogge portano gli Gnù nella pianura del Serengheti.
Giorgio Dapiran 05/2000
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