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Giorgio
Dapiran
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DIARIO
DI PESCA 6
(27 MAGGIO)
E’
venuto a trovarmi Marco Bonfanti, titolare
della C4 con due amici, mi
ha portato il casco in fibra di carbonio dove monterò la microcamera per
realizzare le riprese del mio prossimo video sul dentice e il suo fucile
monoscocca 100
che utilizzerò per le catture.
E’
stata l’occasione per una approfondita discussione sui fucili della quale vi
relazionerò in un articolo a parte, ma tutti e tre friggevano nell’impazienza
che li portassi a pescare.
La
sera precedente avevo tardato a prendere sonno pensando a quale zona battere la
mattina successiva: non conosco molti posti dove poter pescare fruttuosamente in
quattro!
All’alba,
un’occhiata al tempo e decido per il gruppo di scogli dei Poveri
di
fronte al golfo di Cugnana. Vedo questi scoglietti dalla veranda della mia casa
e vi ho pescato un numero indefinito di volte con alterna fortuna. Offrono un
basso fondo adatto alle possibilità tecniche dei miei amici e all’esterno una
secca molto vasta dove potermi sbizzarrire…
Partiamo da cala
di Volpe con il piccolo gommone dalla chiglia pneumatica che uso gonfiare e
sgonfiare giornalmente (con una pompa elettrica) per cambiare ogni volta località
di ingresso.
Per il peso, il gommone
non riesce a planare e sembriamo “un’armata Brancaleone”!
Lascio gli amici
di Marco sugli scogli più in terra, uno a sud e l’altro a nord e fisso
l’incontro del gruppo più ad est, vicino alla meda della secca del Principe
(così chiamata perché sembra vi
sia naufragato l’Aga Kan Karim).
Marco si immerge al
centro del piccolo arcipelago ed io ancoro il gommone secondo il programma.
La giornata è
nuvolosa e senza vento, l’acqua ancora un po’ torbida, ma inizia a
scaldarsi.
I giorni precedenti ho
catturato alcuni dentici: le primizie di stagione!
Le aspettative
sono tutte rivolte agli splendidi predoni, ma inizio a pescare con metodo
secondo le mie abitudini: le prime immersioni di perlustrazione con qualche aspetto posizionato piuttosto in alto rispetto al
fondo.
Mi accorgo così che i
saraghi sono distribuiti sulla
parte alta dei cappelli delle secche, alcuni addirittura vengono all’aspetto,
in generale però, sono indaffarati a ingozzarsi di alghe. I biologi ritengono
che le varietà Diplodus sargus sargus e vulgaris,
siano prevalentemente carnivore, ma la
varietà alimentare di queste specie è proverbiale e ho realizzato catture di
alcuni individui con ancora in bocca il ciuffetto di un’alga dal verde tenero.
Non ho ancora capito se è la temperatura dell’acqua, verso la superficie più
calda, che scatena la loro frenesia alimentare o se la stagione fa germogliare
le alghe di cui sono ghiotti e da
buoni opportunisti non perdono l’occasione!
Indiscutibilmente
la temperatura dell’acqua è il fattore più importante che regola la vita
subacquea: più in profondità nell’acqua fredda non c’è vita (mi riferisco
alle nostre prede).
Decido di
muovermi all’agguato, non tanto sul fondo, quanto
nella fascia alta delle secche dove si raccoglie il pesce. Cercate di
immaginarmi in certe catture delle riprese del video “L’agguato profondo”,
quando struscio sulle pareti di roccia orizzontali, per affacciarmi lentamente
sulla caduta di parete verticale o mentre aggiro una guglia conica per scoprire
il sarago che si alimenta dalla
parte opposta dalla quale mi sono immerso.
L’ambiente subacqueo è
cupo per le nuvole basse che riducono
la luminosità esterna ed è un’impresa individuare il pesce a 15 metri di
profondità. Adotto una strategia con molte soste (non li chiamerei aspetti!)
per poter scoprire la “specchiata” della livrea del sarago che per staccare
con i denti i germogli delle alghe è costretto a compiere un avvitamento per
imprimere energia cinetica allo strappo.
Mi viene in mente
Marco che col suo cannone ( corrisponde ad una lunghezza Omer 106), elastici
in gomma sintetica, corti e potenti, starà spuntando l’asta nuova che gli ho
prestato, contro gli scogli. Sicuramente il basso fondo sarà pieno di saraghi
che mangiano tra le rocce e l’agguato dalla superficie gli presenterà
occasioni per tiri ravvicinati. In
quelle occasioni io preferisco impiegare una lunghezza del fucile decisamente
inferiore (96), con elastici in lattice ricoperti (da 24/26 cm) abbastanza
lunghi e nonostante ciò, a fine giornata mi ritrovo sempre con la punta
dell’asta rotonda!
Mi sto guardando
intorno appoggiato sul fondo, pronto a muovermi nella direzione di qualche
specchiata, quando scorgo in una spaccatura buia un piccolo pesce che si agita
in maniera innaturale! Era la pinna pettorale di un sarago di più di un chilo
che devo aver spaventato nella immersione precedente.
No non è c…!
Bisogna saper
vedere certi particolari e per far questo bisogna sfruttare
frequenti pause nella
ricognizione subacquea e girare continuamente la testa per controllare il
circondario. La fretta e la scarsa concentrazione,
spesso, fanno
perdere queste occasioni.
Non riesco a
trovare il cappello più interessante, ma nella ricerca cado su un altro sommo
con una profonda spaccatura verticale che spacca la roccia come una mela. Mentre
scendo non lo vedo, ma sento che scoda, mi infilo nella spaccatura e la scorro
per qualche metro per togliermi dalla verticale del punto di immersione, dove ho
allertato il pesce, infatti ritorna:
ho azzeccato la direzione e un
dentice di 2/3 chili punta l’asta del mio fucile.
Questi predoni
quando si sentono in prossimità di una preda,
adottano la mia tecnica di proseguire per inerzia senza muovere una pinna,
immobili nell’alto corpo compresso tutte le pinne aderenti al corpo.
Mi scappava da
ridere! L’hai trovata la tua vittima, pensavo, mentre gli lasciavo andare
l’asta in mezzo agli occhi.
Forse non coglierete la
comicità della scena, ma un predatore
convinto di predare mentre viene predato, è come un ladro che nel
momento di sfilare il portafoglio su un autobus viene derubato della sua
macchina!
L’assuefazione
alle catture mi fa scoprire aspetti comici dove altri pescatori si
ecciterebbero.
Nel tentativo di
trovare il cappello che cercavo finisco un paio di volte sulla sabbia, in una
vera ghiacciaia: l’immersione nell’acqua torbida non da riferimenti per la
profondità raggiunta e non mi sono ancora convinto ad acquistare
un profondimetro digitale.
Controllo ancora
una volta gli allineamenti in terra e finalmente cado
sul cappello laterale del sommo che cercavo. Non me ne accorgo subito, ma
un insolito movimento di pesce mi schiaccia come un polpo sulle rocce, perdo
coscienza del mio stato, probabilmente esco anche da una dimensione temporale
perché una nuvola di saragoni mi viene incontro ed in mezzo c’è lei!
Un’orata che la
sospensione nell’acqua mi fa sembrare immensa. Stabilisco il contatto
telepatico e la guido docilmente in un crescendo che assomiglia ad un orgasmo.
Dentro la mia testa c’è qualcuno che grida viene, viene, viene!
Alla fine vorrei facesse
un po’ la difficile, ma offre il
fianco a tre metri di distanza e mi accorgo di aver tirato senza pensare di
farlo.
Torno cosciente
con l’orata stretta nella mano sinistra mentre la destra abbrevia la
sua sofferenza con lo spillone del portapesci.
Sul sommo catturo ancora
un paio di corvine, ma sono scarico e non ho più la baldanza e l’insaziabilità
giovanile, così torno al gommone e vado a controllare gli amici che mi
confermano numerosi avvistamenti di orate e di alcune spigole oltre ai saraghi
naturalmente.
E’ passata
un’ora dall’ingresso in acqua e Marco ha catturato tre bei saraghi, mi ha confessato che avrebbe potuto catturarne di più,
ma ha sempre aspettato un’occasione di cattura più interessante. Guardo la
punta dell’asta: è salva!
L’orata
è di tre chili e un etto ed è la più grossa che ho catturato in questa
stagione.
Giorgio Dapiran 05/2000
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