Giorgio Dapiran
 

DIARIO DI PESCA
(18 Febbraio '99
)

Le previsioni meteorologiche di oggi sono: vento forte di ponente, così decido di partire con il gommone da Porto Cervo e impostare la battuta di pesca sulla costa orientale. All’alba il vento non si è ancora alzato, solo una leggera brezza increspa il mare. Il motore va solo a due cilindri, un carburatore deve essersi  sporcato, il solito problema del tre cilindri Yamaha! Non posso spingermi lontano , scelgo gli scogli al largo dell’isola delle Bisce, poco distanti dal porto, dove il giorno precedente il Maestrale deve aver ammucchiato molta mangianza. Il  lato nord di questi scogli mi ha regalato già diverse catture all’agguato di  dentici di grosse dimensioni e l’ultima volta ho visto anche una ricciola solitaria di buona taglia. Sono in acqua quando il sole si è appena alzato sull’orizzonte e come previsto nelle piccole insenature si sono raccolte le carcasse  di una medusa, la Pelagia noctiluca spinte dalla mareggiata del giorno precedente. Ho il sole alle spalle e accostato in superficie vicino alle rocce, sul lato esterno degli scogli, riesco subito a distinguere un pizzuto di circa 4 etti  che pilucca le alghe in parete, sono coperto da un promontorio di roccia e la sua coda appare e scompare mentre mangia, ogni tanto si stacca per  controllare il circondario, appena  si riavvicina alla parete per un’altra passata e la testa scompare dietro le rocce,  mi immergo con una capovolta a delfino, scivolo  lungo il declivio e lentamente mi affaccio oltre lo sperone roccioso. Le mie vibrazioni devono avere sfiorato i sensori della sua linea laterale perché viene verso la mia direzione girando inquieto il suo piccolo occhio. Si staglia di piatto illuminato dal sole contro il fondale  scuro e mi permette un tiro piazzato senza storia,  dietro l’opercolo, sulla linea laterale. Proseguo l’ispezione della costa frastagliata in superficie e  sorprendo un grosso branco di salpe che mangiano e ricoprono un’intera parete di roccia. Mi metto anch’io a strappare qualche ciuffo d’alga e poco dopo, il primo gruppetto mi viene incontro; le lascio sfilare controllando se nei drappelli che si susseguono c’è una preda più interessante e mi passano davanti, in accelerazione, 400/500 salpe della stessa taglia . Poco più avanti sono sulle lamiere di un vecchio relitto che giace a pochi metri di profondità e fino a qualche anno fa mostrava il pennone ritto fuori dall’acqua, ho ancora negli occhi una scena vissuta, quando affacciato su queste lamiere ho sorpreso un gruppetto di spigole di 3 chili, oggi distinguo solo qualche pizzuto che nervosamente dimostra di avere avvertito la mia presenza. Proseguo, sono ormai all’ultimo gruppo di scogli dove il fondo scende ripido sui 25 metri . In un canalone provo una discesa lenta che mi  permetta alla fine di affacciarmi sullo strapiombo e subito si stacca dalla parete verticale un altro pizzuto, cerco di pesarlo a vista quando da un canalone parallelo compare un’orata. Ho il fucile in un’altra direzione e lentamente cambio l’asse di tiro, è un pesce di 6 etti,  giovane e inesperto, mi guarda immobile e cerca di capire cosa si sta muovendo, ma ormai è a tiro! Sono anni che questi scogli non offrono più spigole e l’ultima cattura mi convince a cambiare strategia di caccia: abbandono l’agguato dalla superficie indicato nella pesca alla spigola, per l’agguato in parete più consono alla  conformazione della parete e alla caccia degli sparidi. Pochi metri più avanti sono premiato, per questa scelta:  un’orata sul chilo,  all’ennesima discesa lungo un canalone, mi si para davanti proprio  sull’allineamento di tiro del  fucile. Anche questo è un tiro piazzato senza difficoltà. Sono arrivato nel punto più interessante di questi scogli: il lato nord, ripido e con qualche massone alla base. Mi eccito incontrando un altro banco di salpe  proprio nello stesso punto dove  forse un mese fa ho catturato all’agguato un dentice solitario di 6 chili. Ma i loro scarti bruschi e nervosi allontanano solamente un piccolo branco di  saraghi maggiori e qualche fasciato. Provo qualche immersione più profonda , appoggiato sul fondo sento dei colpi di coda, guardo verso l’alto e un grosso banco di occhiate si staglia contro il bagliore della superficie. Aspetto invano che compaia una delle ricciole che  in questi ultimi anni svernano nell’arcipelago de la Maddalena. Provo ancora fino ad esaurire il lato nord, poi decido di ritornare sotto costa: devo percorrere la fila di scogli fino al gommone ormeggiato all’altra estremità passando all’interno. Solitamente  in questo lato accelero l’andatura perché il fondo basso di sabbia e alghe  non è molto interessante. Mi fermo comunque a spiare dietro ogni promontorio e proprio da uno di questi scopro tre orate a testa in giù intente nella loro operazione preferita: ingozzarsi di piccoli molluschi. Senza ventilare affondo in verticale aiutandomi con la mano perdo il contatto visivo e mi affaccio lentamente, ho a tiro forse la più piccola, ma vicino c’è quella leggermente più grossa: una piccola deviazione del polso con una spinta in avanti dell’avambraccio e parte il tiro che la infila dalla coda alla testa  lasciandola immobile. Torno al gommone e  torno indietro verso gli  isolotti dei Nibbani. Scelgo quelli più a nord,  privilegiando un senso di marcia nord/ovest che lasci il sole alle mie spalle, ma la scelta di questo posto si rivela sbagliata: provo in parete, sul fondo, solo qualche sarago qua e la!. Ad una discesa su un fondale  di 15 metri, da sotto uno scoglio,  in una zona in ombra, si intravede un bel sarago che mastica, proseguo la discesa in caduta e sorprendentemente il pesce mi viene incontro. E’ un bel sarago di 7 etti che appena catturato rigurgita pezzi di cappella della noctiluca . Quando gli sparidi masticano  dimostrano di avere una scarsa ricezione a livello della linea laterale e  gli avvicinamenti  diventano più facili. A parte questa cattura le successive immersioni si susseguono con noia e la concentrazione scende ai più bassi livelli. Cerco il pesce spostandomi su diverse batimetrie senza risultato, giunto alla fine della fila di isolotti  prima di tornare indietro passando all’interno del canale dei Nibbani, decido di provare un paio di immersioni sulle secche che si ergono a nord degli ultimi scogli: ad ottobre  un giorno festivo del fermo biologico, quando la pesca  sportiva era consentita, avevo catturato una cernia di 17,5 chili che passeggiava sul fondo vicino ad uno spacco in compagnia di un cernione. L’idea di rincontrarlo accende il mio interesse e alza il livello della concentrazione. Lo spacco taglia, nella parte alta orizzontalmente, una grande roccia di granito tondeggiante  che successivamente, scendendo verso il fondo, cambia inclinazione e diventa verticale oltre ad allargarsi su un fondo di sabbia pulita. Eseguo l’immersione a cadere sull’estremità alta dello spacco per ispezionarlo tutto dalla parte stretta fino a dove si allarga. A volte nella zona angusta si rifugia qualche sarago e nel passato vi ho catturato più di una corvina. Tutto senza vita fino  a dove si allarga: sul bianco della sabbia, invece, ecco che si staglia la sagoma di una bella cernia, in candela, che mi fissa. Ho tenuto il fucile sempre con l’allineamento dentro lo spacco e mi trovo il muso della cernia  davanti alla punta dell’asta che dopo il tiro le entra in mezzo agli occhi. Lei cerca di  guadagnare la parte stretta dello spacco ma è un gioco da ragazzi  tirare la sagola e farla salire con me verso la superficie. A conferma che una tana dove si è catturata una cernia può, anche nel futuro, dare rifugio ad un altro pesce della stessa specie. Nel tragitto di ritorno, continuo a osservarla per constatare che non è la compagna di quella che avevo catturato ad ottobre: questa è più piccola , al peso si confermerà di 13 chili. Mentre nuoto, la giro tra le mani, le tolgo una pulce dalla pinna ventrale che appena tolta se la fila verso il fondo in cerca di una nuovo ospite,  intanto le osservo gli occhi e mi accorgo che come la ruoto sul suo asse longitudinale  anche gli occhi ruotano sullo stesso asse. La cernia è ancora viva quindi ha intatti tutti i suoi riflessi. Il tempo di arrivare al gommone ed ho intuito la ragione del fenomeno.

L’occhio della cernia  ha una sclera abbondante che le consente una ampia rotazione nell’orbita  oltre una certa estroflessione per migliorare la  visione bioculare. Il suo organo visivo è un vero gioiello: può ruotare gli occhi indipendentemente , tanto per intenderci non come noi umani che li ruotiamo insieme e possono solo convergere  nel punto che stiamo osservando. La cernia ha uno strabismo funzionale e può guardare con un occhio in avanti e verso il basso mentre l’altro guarda indietro e verso l’alto. Ho già evidenziato nell’articolo sull’occhio dei teleostei che la cornea ( la parte esterna, trasparente a contatto con l’acqua, prosecuzione della sclera) è pigmentata  nel settore che è rivolto verso la superficie per fare da schermo ai raggi luminosi che provengono dall’alto e che potrebbero abbagliare i sensori della retina ( effetto occhiali da sole)  Questa soluzione è obbligata dalla mancanza, nei teleostei,  di una palpebra e di una pupilla contrattile. La  scoperta di oggi riguarda un  riflesso motorio, determinato sicuramente dalle cellule sensoriali della retina, che ruota l’occhio contemporaneamente alla rotazione del corpo in modo che la retina non si trovi mai investita dai raggi luminosi diretti, ma ponga nella direzione della luce la parte pigmentata della cornea che filtrerà  la luce troppo intensa. Questa rotazione non è volontaria, non voglio pensare che la cernia con un’asta conficcata nella testa decida di ruotare l’occhio verso il basso quando la giro a pancia in su per ripararsi dalla luce del sole! 

 

 VENERDI 20 FEBBRAIO

Nonostante il mare calmo e l’assenza di vento ho privilegiato ancora la costa orientale, forse per la pigrizia di affrontare il viaggio verso Santa Teresa, forse per la doccia calda di cui posso godere al rientro a Porto Cervo. La scelta non si è rivelata sbagliata in assoluto perché si è presentata l’occasione di una cernia sui 10 chili al Mortoriotto e una ricciola di 7/8 chili nella secca a nord del Mortorio dove quest’anno si è raccolto un branco eterogeneo che ha già fruttato 4 ricciole circa due mesi fa. Le 5/6 zone sotto costa che ho visitato hanno rivelato una insolita mancanza di vita per questa stagione.  Il poco pesce si concentra in certi siti tra i 15 e i 25 metri. Ma l’acqua molto torbida per le mareggiate dei giorni precedenti rende impossibile l’avvicinamento all’agguato: tutte le varietà di pesci in queste condizioni sono allertati dall’impossibilità  di poter definire visivamente l’origine dei rumori che produco durante la discesa e nei piccoli spostamenti sul fondo. Anche i pesci di piccole dimensioni si dimostrano diffidenti. E’ molto più producente la tecnica dell’aspetto anche se in questo caso bisogna accelerare la discesa per ridurre il tempo di permanenza nella colonna d’acqua: i pesci avvertono i miei  rumori fin dalla superficie per le condizioni di mare calmo ,  si avvicinano per avere un’informazione sull’intrusione, ma se mi trovano ancora in movimento o in fase di assestamento sul fondo, si allontanano subito. Inoltre sulle secche lontano dalla costa non si riesce a capire da dove può arrivare  il pesce, per la scarsa visibilità ( 6/7 metri ) è sempre difficile impostare per tempo la direzione di tiro, la loro presenza si nota solo all’ultimo momento e lo spostamento del fucile viene  avvertito facilmente per la distanza ravvicinata. La battuta si è conclusa con un carniere complessivo di 4,2 kg : tutti saraghi tranne un’orata di 6/7 etti .

 

Giorgio Dapiran 06/2000