Giorgio Dapiran
 

DIARIO DI PESCA 7
 

Oggi 14 giugno, risalendo sul gommone dopo aver ispezionato il cappello nord della secca del Diavolo, ho scoperto una pulce di mare attaccata al polpaccio, non mi era mai successo!

 Non so come interpretare l’avvenimento: o con la mia tecnica raffinata e il disegno mimetico sulla muta riesco ad ingannare anche le pulci, oppure puzzo tanto di pesce da attirare anche i parassiti!

Ho trovato la carcassa in putrefazione del dentice che ho colpito una settimana fa, era a poche decine di metri dal luogo dell’incontro. L’avevo infilato dalla testa verso la coda, ma l’asta non aveva passato completamente il corpo e si era sfilata in risalita. Me n’ero accorto solo in superficie perché al termine di una lunga apnea avevo filato solo parzialmente la sagola del mulinello, pinneggiando verso l’aria e guardando in alto. Che sconforto rimirare l’asta vuota dopo un aspetto e un tiro perfetto!

 Non avevo nessun riferimento per poterlo cercare, sicuramente era nascosto morente in uno dei mille spacchi e anfratti che caratterizza questa secca.

Il dentice una volta colpito ha una reazione violentissima proporzionata alla sua imponente massa muscolare, ma esaurisce subito le energie e cerca un rifugio nel primo spacco che incontra.

 Quand’ero più giovane e disprezzavo il mulinello, colpito il dentice lo accompagnavo personalmente assecondandolo nel nuoto verso un rifugio, incastravo il fucile e recuperavo il pesce l’immersione successiva. Con questa tecnica, in passato, ho perso solo pochi pesci e mai il fucile!

Con gli anni sono diventato pigro e adottato il mulinello nella pesca profonda, dopo aver centrato il bersaglio risalgo subito, ”lavorando” il pesce con la sagola, quando posso…

Nel passato, invece, agguantavo tutto in mano prima di risalire, forse pescavo meno in profondità, forse ero un po’ incosciente, forse ero più giovane! 

Quando il dentice si staccava dall’asta, iniziavo una rapida ricerca a spirale a pochi metri dal fondo, fino ad individuare la traccia di sangue che usciva da un buco o le castagnole nervose che prima si appallavano e poi esplodevano davanti alla sua ultima tana.

 Il sangue del pesce in profondità perde il caratteristico colore rosso, ma s’individua facilmente perché ha una densità diversa dall’acqua e la rifrazione dei raggi luminosi che lo attraversano produce un effetto tremolante, simile a quello del termoclino.

Se fossi andato a cercarlo il giorno dopo, l’avrei trovato ancora commestibile, lì dov’è oggi.

Prima di morire il dentice esce dalla tana, a volte è sufficiente aspettare qualche ora per notare, anche dalla superficie, la macchia bianca del suo corpo che si staglia sul fondo scuro.

Appena scorta la carcassa ho pensato: ”Qualche imbranato del corso istruttori d’Apnea Accademy di Santa Teresa che si è fatto scappare un dentice ferito!”

Invece l’imbranato ero io…

Non per giustificarmi, ma per la dovuta analisi: quest’anno ho adottato delle aste con la doppia aletta che, pur offrendo una ridotta sezione frontale (l’asta è stata fresata per alloggiarle senza eccessive sporgenze) producono, comunque, una minore penetrazione nelle carni dei grossi pesci.

 I giorni scorsi ho provveduto a montare elastici più potenti, ma, come immaginavo, ho perso in precisione del tiro.

 Gli elastici corti si possono usare solo per la cattura di grosse prede, ma come prevederne l’incontro?

Quattro giorni fa, sulla secca davanti all’Hotel Romazzino, tra l’isola del Mortorio e Porto Cervo ero con Gaspare Battaglia a provare videocamere e custodie per le prossime riprese: discutevamo in superficie quando lui m’indica col dito di guardare verso il fondo. Una ricciola di trentadue chili incuriosita dalla discussione stava venendo a prenderne parte.

 Gaspare non se l’è sentita di seguirmi, per non spaventare il pesce così le sono andato incontro da solo: la planata si è conclusa a 10 metri dalla superficie con un tiro, dal suono sordo, in pieno corpo.

 Tiro a 4 metri di distanza, pesce non passato!

Filo subito la sagola, ma la ricciola ha una debole reazione che capirò solo dopo il recupero.

In superficie chiedo a Gaspare di andare a prendere il gommone immaginando, quanto prima, di dover fare un po’ di sci nautico, ma dopo qualche giro il pesce nuota verso l’alto e sono costretto a recuperare, a mano, trenta metri della sagola.

Gaspare mi è sulla testa, gli passo la sagola e lui il BATfucile già carico. A due metri “gliela tiro” verso la coda, come per il tonno del mio video: completamente passata…!

Tutto il resto non fa storia, tranne che per un particolare: anche in questo caso ho realizzato una “cattura sottopelle”. La prima asta ha tenuto il pesce, con le due alette aperte, solo per la pelle.

 Se non avessi documentato questo genere di catture con un pesce più grosso passerei per un millantatore.

La reazione modesta del pesce, quindi, era dovuta al leggero prurito superficiale che le avevo provocato con l’asta. Forse, fino al secondo tiro, la ricciola ha immaginato che si trattasse di un nuovo gioco!

Non pensate che stia teorizzando una nuova tecnica di cattura: il tiro sottopelle…

Quando si verificano questi incontri bisogna essere ben attrezzati: fucile ad elastici di almeno 115 cm con elastici corti e potenti o fucile oleopneumatico da un metro in su.

E’ il solito problema, t’immergi con un cannone e ti si presentano dei saraghetti, porti il fucile da pesce bianco e arriva il pelagico!

Giorgio Dapiran 06/2000