I RIFLESSI NEI VETRI DELLA MASCHERA La diffidenza del dentice è proverbiale. Fra le prede che si catturano all’aspetto è la più imprevedibile: a volte si avvicina sconsideratamente, altre volte si mantiene appena fuori il tiro utile del fucile, come se ne conoscesse la gittata. Ogni pescatore subacqueo interpreta con motivazioni diverse questo comportamento credendo di averne intuito le recondite ragioni e le tiene gelosamente nascoste, convinto com’è di avere scoperto il segreto per la sua cattura. Tutti con i propri trucchi e i sicuri richiami, man mano che catturano altri dentici, si convincono sempre di più della validità del loro “metodo infallibile”. Arriva il giorno, però, che questo non funziona: il dentice resta laggiù, sospettoso dopo una breve perlustrazione e non c’è modo di farlo avvicinare. Allora si sprecano le spiegazioni e le interpretazioni fantasiose: il dentice non si avvicina perché il termoclino è troppo alto… un branco di delfini è passato al largo… la notte appena trascorsa era di luna piena ed altro ancora. La verità è che l’etologia di questo sparide, ancora sconosciuta, lascia libero ognuno di dare la sua spiegazione senza timore di essere contraddetto. Il mio rapporto con la pesca subacquea è sempre stato molto razionale e pur rispettando le spiegazioni d’altri pescatori, dai quali ho sempre imparato qualcosa, ho preferito il metodo scientifico come unico strumento per interpretare la realtà del mondo della pesca. Purtroppo, nonostante la continua documentazione biologica ed etologica, non sono andato molto lontano nella comprensione del mondo ittico perché ancora oggi, dopo 40 anni di pesca subacquea, ho più dubbi di certezze. Casualmente, però, credo di avere scoperto il fenomeno ottico che può essere all’origine della diffidenza del dentice ed in certi casi ne fornisce una spiegazione molto convincente. Devo riconoscere ai “patiti” dell’aspetto, di avermi messo sulla giusta strada per affrontare il problema. A parte quei pescatori ai quali esce aria dalla maschera e in immersione fanno ogni incredibile rumore, cui riesce solo la cattura di una varietà in via d’estinzione: il “dentice suicida”, i pescatori più raffinati avevano individuato, da tempo, nella maschera e più propriamente negli occhi, la causa che, nella fase d’avvicinamento, metteva in allerta il nostro predone. Ho condiviso le mie battute di pesca con diversi appassionati dell’aspetto al dentice: uno di questi infilava la testa dentro una calza di nylon per celare il movimento delle palpebre, un altro fissava l’arrivo del pesce con gli occhi socchiusi per non mostrare la parte bianca dell’occhio, un terzo lo attendeva con la testa bassa e lo guardava in tralice, sicuro che lo sguardo diretto trasmettesse una carica d’aggressività. Devo ammettere che tutti questi amici ottenevano un discreto successo, ma lo ottenevo anch’io con un atteggiamento normale ed un’attrezzatura tradizionale, non ho approfondito, perciò, i loro accorgimenti. La diffidenza del dentice, però, si è fatto un problema serio durante le riprese del video “ l’agguato profondo”: non riuscivamo a realizzare le riprese della cattura di un dentice di buona taglia ed ero sceso sotto ai miei rendimenti standard. Le zone di pesca erano scelte opportunamente, infatti, incontravamo sempre branchi numerosi, ma nessun pesce si avvicinava a tiro! Al termine della giornata dedicata alle riprese subacquee, sistematicamente, io e l’operatore/produttore del video, controllavamo le immagini realizzate sui dentici cercando le ragioni della loro diffidenza. Un paio di volte avevamo riscontrato la concomitanza di uno scarto nel nuoto del pesce, con un particolare rumore prodotto dall’operatore durante la compensazione, ma i dentici non arrivarono a tiro anche dopo aver eliminato quest’inconveniente. Successivamente, abbiamo preso in considerazione i due fari posti a lato della custodia della videocamera, la cui parabola riflettendo la luce diffusa nella colonna d’acqua, poteva essere associata all’occhio di un grosso predatore. Posti dei tappi sui fari, però, non abbiamo risolto il problema. Un giorno, guardando e riguardando una scena dov’ero ripreso mentre girando la testa controllavo il circondario, finalmente ho un’intuizione: nella rotazione del capo, vedo scorrere, sui vetri della maschera, il riflesso del panorama che avevo di lato come se vi scorresse un’animazione o un film. Così ho pensato: “anche tenendo immobile la testa, quando il dentice mi gira intorno osserva lo stesso fenomeno ottico! “ La retina del dentice ed in generale di tutti i teleostei è impostata sul rilevamento dei movimenti. Recenti studi hanno svelato che questi pesci vedono molto bene ciò che si muove e non riescono a vedere gli oggetti immobili, confusi con lo sfondo. L’animazione dei vetri della maschera, probabilmente, deve apparire un fenomeno sospetto per un pesce intelligente come il dentice, soprattutto, perché attraverso l’apparato acustico /laterale ha già individuato, nella nostra direzione, la sorgente di uno strano rumore... Alla luce di questa rivelazione ho controllato tutte le altre scene. In una, in particolare, ho un’altra folgorazione! L’operatore mi stava riprendendo dal basso mentre sopra uno sperone roccioso controllavo la colonna d’acqua alla ricerca di un “pelagico”. Anche in questo caso, nel sollevare ed abbassare la testa, i vetri della maschera riflettevano, questa volta, la luce proveniente dalla superficie accendendo i vetri della maschera come due lampadine azzurre. Per esperienza tutti i miei appostamenti al dentice seguono la regola di posizionarsi più bassi del livello medio del terreno sul quale mi appoggio, ho sempre sostenuto che una posizione elevata rendesse troppo evidente e riconoscibile la mia emissione sonora. A questa convinzione ora si aggiunge quella che un dentice in avvicinamento dal basso, può vedere, improvvisamente, illuminarsi i vetri della maschera di un subacqueo posto più in alto. Questo fenomeno, indubbiamente, accade anche senza l’operatore al seguito, ma di solito, all’avvicinamento di un dentice, tendo ad appiattirmi lentamente sul terreno fino a scomparire dietro qualche riparo (questo comportamento stimola ulteriormente l’atteggiamento territoriale del pesce) ed elimino inconsapevolmente i riflessi sui vetri. Le esigenze della ripresa subacquea, invece, obbligavano l’operatore a posizionarsi più in alto e a girare spesso la testa per poi dirigere la videocamera nella direzione del pesce. In questo caso i riflessi si sprecano. Ecco chiarita la difficoltà di cattura, girando il video! Questa, per me è stata una lezione come tutte le altre, ricevute dal mare secondo una prassi ricorrente: l’osservazione, in più di una circostanza, dello stesso fenomeno apparentemente inspiegabile, cui seguono anni d’interpretazioni errate, il problema che resta dormiente in un angolo del cervello, poi, inaspettatamente, la soluzione! A conferma che la comprensione degli avvenimenti del mondo sommerso, non è un processo lineare, ma procede per livelli, sale un gradino per volta: i nostri ragionamenti seguono per anni gli stessi circuiti neurali, le stesse connessioni, finche l’osservazione continua aggiunge inconsapevolmente la porta di un nuovo circuito. Come prima soluzione del problema avevo pensato di montare sulla maschera dei vetri antiriflettenti, ma il chiarimento di un amico ottico mi ha fatto capire che il fenomeno non dipendeva dai vetri, bensì, da un problema più complesso di rifrazione/riflessione dell’insieme vetro /aria contenuta dentro la maschera. Molto spesso, in immersione, si nota che il vetro della maschera di un compagno diventa riflettente come uno specchio. Per spiegare questo fenomeno bisogna ricordare alcune nozioni elementari d’ottica fisica, che tutti i subacquei dovrebbero conoscere data l’importanza che i fenomeni ottici rappresentano per il mondo sommerso: La luce viaggia nel vuoto dello spazio ad una velocità di 300.000 km/s e si propaga in linea retta. Quando un raggio di luce attraversa una sostanza trasparente rallenta, di più o di meno, in funzione della densità della sostanza. Questo fenomeno, da un punto di vista ottico, corrisponde ad una deviazione del raggio luminoso rispetto alla direzione originaria. Il rapporto V/ VM, tra la velocità della luce nel vuoto, V, e la velocità della luce nel mezzo trasparente che attraversa, VM, definisce l’indice di rifrazione assoluto, n, del mezzo. E’ sempre un numero più grande dell’unità, per l’aria è uguale a 1, cioè la velocità della luce nel vuoto e nell’aria coincidono, per l’acqua è 1.33, cioè la velocità della luce nell’acqua è più lenta che nel vuoto, per il vetro è 1.56. Cos’è la riflessione? E’ un fenomeno ottico per cui un raggio originario, detto incidente, colpendo la superficie di separazione tra due mezzi dalle proprietà ottiche differenti, è rinviato, riflesso, nel primo mezzo. L’angolo d’incidenza (tra la perpendicolare alla superficie riflettente e la direzione del raggio incidente) è uguale all’angolo di riflessione (tra la perpendicolare e il raggio riflesso). Cos’è la rifrazione? E’ la deviazione dei raggi luminosi rispetto alla direzione originaria che si verifica sulla superficie di due mezzi, otticamente diversi, quando i raggi passano dal primo al secondo mezzo. L’angolo di rifrazione, r, (tra la perpendicolare alla superficie rifrangente e il raggio rifratto) è legato all’angolo d’incidenza, i, da una relazione trigonometrica sin i/sin r = n2 /n1 con n1 e n2, indici di rifrazione dei due mezzi. Più il secondo mezzo è denso, più il raggio rifratto si avvicina alla perpendicolare (rallenta); meno è denso più il raggio rifratto si allontana dalla perpendicolare (accelera). Sulla superficie di separazione dei due mezzi, quando si verifica una rifrazione, in genere, si manifesta anche una piccola riflessione cioè una parte dell’energia luminosa è riflessa nel primo mezzo mentre l’altra parte viene rifratta o assorbita. In pratica la maggiore densità provoca anche un effetto di riflessione superficiale. E’ su questi riflessi che agiscono i trattamenti superficiali antiriflettenti , ma non è questo il fenomeno che sto per descrivere.
Descrizione ottica dell’effetto specchio sui vetri della maschera: Il raggio di luce, sott’acqua, viaggia in un mezzo con indice di rifrazione 1.33, quando incontra il vetro, con indice di rifrazione 1.56, rallenta un poco avvicinandosi alla perpendicolare alla superficie del vetro. Visto il piccolo spessore dei vetri, questo piccolo rallentamento si può anche trascurare nell’analisi ottica e nella rappresentazione grafica del fenomeno. Successivamente, il raggio incontra l’aria, con indice di rifrazione 1 ed accelera notevolmente, allontanandosi dalla perpendicolare. C’è un angolo, del raggio incidente, per il quale l’angolo del raggio rifratto è di 90°, in pratica questo raggio non è né riflesso ne rifratto, ma va ad illuminare il corpo gomma della struttura della maschera. L’angolo che provoca questo fenomeno è detto angolo limite, il e si ricava dalla relazione trigonometrica sin il = sin 90° n aria / n vetro . A conti fatti l’angolo limite risulta il = 48.6°. Tutti i raggi incidenti con angolo superiore a 48.6°, perciò, sono riflessi totalmente e senza perdite (effetto specchio). Appare chiaro che questo fenomeno ottico è diverso dalla modesta riflessione del vetro interposto tra due strati d’aria che si può eliminare con un trattamento superficiale specifico. L’effetto specchio della maschera, in immersione, non dipende dai vetri, ma dall’aria che questa racchiude.
Appurato l’effetto specchio, approfondiamo quello dell’animazione dei vetri. Un dentice che si avvicini alla maschera avanzando nel settore bianco della figura, non vede alcun riflesso, ma se nuota nel settore punteggiato e ruota intorno alla maschera, incontra, in successione, vari raggi di riflessione totale, quindi, vede scorrere il panorama dalla parte opposta del subacqueo. L’effetto finale è che il dentice vede nei vetri dei movimenti sospetti.
La maschera del pescatore appostato in una conca del terreno rifletterà un’animazione uniformemente scura, senza contrasti che, difficilmente, sarà percepita dal pesce. Al contrario, se il subacqueo è appostato in posizione dominante rifletterà dei chiaro/ scuro, soprattutto, se il dentice nuota più in basso perché vedrà la luce diffusa nella colonna d’acqua. La visione dei teleostei opera proprio sui contrasti e la percezione dei movimenti, in quest’ultimo caso il subacqueo sarà subito individuato. Anche i movimenti rotatori della testa per l’ispezione del circondario sono deleteri, perché specchiano le zone circostanti, purtroppo sono necessari per individuare la direzione d’arrivo del pesce e realizzare l’allineamento di tiro del fucile. Possono avere la probabilità di non essere percepiti solo se il pesce è ancora lontano, tutti i teleostei, infatti, sono fisiologicamente miopi, per la forma sferica del loro cristallino, l’unica lente nel loro occhio che provvede all’accomodazione (messa a fuoco delle immagini). A queste
considerazioni aggiungiamo che le ore vicine all’alba e al tramonto, con una
scarsa illuminazione dell’ambiente sommerso, riducono fortemente questi
fenomeni ottici. Sono anche i momenti, solitamente, scelti dal dentice per la
caccia, infatti, il suo ritmo circadiano (il bioritmo giornaliero, circadian
rhythm) lo vede attivo durante il giorno ed in riposo vigile durante la notte.
Gli istanti poco prima il riposo e subito dopo la “sveglia” sono
notoriamente i più attivi, dove si manifesta più evidente la sua territorialità. Conclusioni: L’aria dalla maschera non si può eliminare, quindi, tecnicamente l’effetto specchio non si può rimuovere. Analizziamo ,però, alcune possibili e parziali riduzioni del problema. Paradossalmente, l’amico che infilava la testa in una calza di nylon era anche l’unico che aveva risolto il fenomeno della specchiata dei vetri. Più tecnicamente, senza adottare questa soluzione ridicola, si possono applicare delle vetrofanie, dette filtri di Bangherter, ai soli vetri. Questi reticoli molto fitti, applicati agli occhiali, aiutano i convalescenti da un’operazione agli occhi a riprendere gradatamente l’abitudine alle forti intensità luminose: sono formati da righe scure molto vicine che hanno la funzione di ridurre l’intensità luminosa delle immagini. Applicate ai vetri della maschera, nell’ambiente subacqueo dove la luminosità è carente, possono rappresentare un grosso handicap nell’individuazione dei pesci. Otticamente questi reticoli produrrebbero un effetto di diffrazione sulla specchiata che risulterebbe frantumata, quindi, meno individuabile all’occhio del pesce. La soluzione parziale più efficace, però, sarebbe quella di utilizzare dei vetri con una curvatura particolare per ridurre la specchiata ad una minima parte del vetro della maschera. Non credo, tuttavia, che le ditte specializzate nella costruzione d’attrezzature subacquee siano interessate ad una ricerca in questo campo, vista l’attuale contrazione del mercato della pesca subacquea. Probabilmente dovremo accontentarci di una soluzione “ fai da te”… Una
nota ditta del settore subacqueo, nel passato, produceva più di 3000 maschere
all’anno, costruite espressamente per la pesca subacquea, con la superficie
del vetro trattata a specchio. L’intento era di nascondere i movimenti
oculari! A conferma di quanto siano radicate certe false convinzioni nel mondo
della pesca Giorgio Dapiran 06/2000
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