Giorgio Dapiran
 

DIARIO DI PESCA 10

Venerdì 30 luglio, all’alba sono in gommone con Lucio.

Casella di testo:  Stiamo navigando verso la secca dei Monaci, lontana più di un miglio dalla costa, al largo di Caprera. Ho avuto l’opportunità di visitare questa risalita granitica, solo poche volte in questa stagione, ma sempre con risultati entusiasmanti.

Dopo le delusioni di capo Corso e del banco di Centuri ho proprio bisogno di “rifarmi gli occhi e il cavetto portapesci”.

Ieri, primo giorno dal rientro dall’esperienza corsa, ho catturato un dentice di cinque chili sulla secca segnalata dalla boa rossa, proprio all’uscita del porto di Santa Teresa: la cattura dei dentici che dovevo filmare al nord della Corsica si sta verificando, paradossalmente, vicino a casa!

Intorno alla meda che segnala la secca dei Monaci l’acqua ribolle, in assenza di vento, in maniera preoccupante. Calata l’ancora,  osservando l’elica del motore spento messa in movimento dalla corrente e mi rendo conto che è impossibile immergersi a costo di una faticata!

Senza essere entrati nell’acqua torniamo indietro, verso la secca delle Bisce, dove la volta scorsa ho catturato il dentice di sei chili.

Ritrovo lo stesso branco di corvine già descritto nel diario n°8. Sono diventate più furbe, mi sentono dalla superficie e si posizionano nervose tra i sassi più profondi, dove il canalone roccioso termina sulla sabbia. Dopo un primo tentativo, rinuncio per non esasperarne il comportamento nel futuro.

Ho notato che tutti i pesci hanno un’ottima memoria corta ma difettano in quella che è il pregio degli elefanti!

Razzolo qualche sarago prima di ritrovare il sommo della cattura del dentice. Le cernie non ci sono e mi consolo con qualche bella corvina!

Una leggera corrente mi fa sperare in un pelagico, ma nonostante l’abbondante minutaglia di pesce azzurro, la colonna d’acqua resta deserta!

Dopo un’ora mi incontro con Lucio sul gommone e mi racconta di essersi trovato di fronte ad una ricciola lunga quanto il gommone (si fa per dire), poco distante dal punto di ancoraggio. Gli si è presentata anche l’occasione della cattura di un dentice, che dalle proporzioni, deve essere il fratello di quello che  catturato in precedenza.

Per scaramanzia, ripeto lo stesso spostamento dell’altra volta.

La trasparenza dell’acqua è ai massimi stagionali: a 25 metri di profondità si distingue bene la morfologia del fondo!

Continua la mia serie fortunata con le corvine: ne individuo un gruppetto intorno ad un lastrone e strisciando, strisciando…..

Improvvisamente viene all’aspetto una motovedetta della Guardia di Finanza, ci gira intorno curiosa, proprio come un pelagico. Distinguo sei militari a bordo, alla fine uno non resiste e ci chiede quanti metri di fondo ci sono, mentre un altro, se stiamo pescando!

L’anno scorso sulla secca di punta Capaccia, al largo dell’hotel Romazzino, si era avvicinata al mio gommone ancorato, una motovedetta della capitaneria di porto e nonostante il pallone in acqua, un militare  aveva cercato di salpare la mia cima dell’ancora con il mezzo marinaio. Col  pallone ero distante cinquecento metri e solo con un urlo disperato ero riuscito ad interrompere  l’operazione (immaginate di dover nuotare per due miglia prima di tornare a terra!)

 Sia io che Lucio assumiamo subito l’espressione da bravi ragazzi,  per evitare le lungaggini di un controllo. Se ne vanno e noi riprendiamo a pescare.

Lucio sta prendendo confidenza con la quota –20 e cattura una corvina, ha visto anche una bella cernia ed altre corvine infilarsi sotto un sasso. Non vado neanche a guardare perché conosco bene il loro trucco di infilarsi in tana e uscire alla chetichella dall’altra parte.

La giornata sta offrendo buoni risultati e soddisfazioni per il livello di entrambi, manca solo la ciliegina sulla torta! Inconsapevolmente vado a raccoglierla sulla secca della meda del golfo del Pevero.

Dalla secca delle Bisce passiamo davanti a Porto Cervo per raggiungere il golfo adiacente. L’intenzione era di fare una sommozzata sulla secca del Cervo, ma siamo nell’ora di punta del traffico nautico e qui nessuno rispetta la boa segnasub (il mio ricordo, in questo momento, va all’arch. Marcozzi carissimo amico e compagno di pesca che in queste acque ha lasciato la vita falciato da un motoscafo).

Lascio Lucio vicino alla meda e mi allontano per il controllo di un gruppo roccioso che ha visto protagonista Silvano Agostini al campionato assoluto vinto da Antonini qualche anno fa. Protagonista, anche per un coccolone del quale sono stato testimone impotente (gli facevo da “secondo”) e che lo ha obbligato al ritiro dopo due ore di gara, con un buon carniere di saraghi, tuttavia, che gli è valso la permanenza nella prima categoria.

Il cappello, a 26 metri di profondità di questo gruppo granitico  appoggiato sulla sabbia a 28 metri, non è perfettamente visibile dalla superficie perché in tutti i golfi di questa zona l’acqua tende ad intorbidirsi. Poche sommozzate per avere la conferma che questa secca non si è più risollevata dopo quel campionato: allora c’era un branco sterminato di saraghi, molte corvine e qualche cerniotta. Su questa secca hanno pescato a contatto di gomito ben sei atleti contemporaneamente, tra cui Cottu, Bardi e Cappucciati.

 L’ho rivisitata spesso, da allora, sempre senza successo.

Anche i giovani saraghi , sicuramente, non ancora  nati in occasione di quell’evento, hanno un comportamento nevrotico. Sembra che i pesci superstiti vi abbiano messo una invisibile lapide commemorativa per tenere lontane le generazioni future.

Mi accorgo che nel golfo stanno effettuando una regata, solo ora ne individuo le boe di virata ed altri segnali che sembrano di una rete.

Raggiungo Lucio che pur vedendomi arrivare si attarda, un tuffo dopo l’altro. Quando è in immersione vedo il suo pallone spostarsi sull’acqua di molti metri e non riesco a capire che tecnica impieghi.

Finalmente mi avverte che una nuvola di saraghi si è rifugiata  su un costone pieno di spacchi. Calo subito l’ancora e mi immergo, quando Lucio mi indica uno sperone di roccia con un sasso appoggiato: dallo spacco sottostante fa capolino una cerniotta. Giro intorno e scovo un bel sarago dal comportamento preoccupato ed ansioso. Lo indico a Lucio che lo colpisce un po’ in basso incastrando l’asta. Nell’operazione di recupero il sarago si libera così lo cerco sotto i sassi circostanti. A dieci metri dallo sperone in questione e poco più in Casella di testo:  profondità, esattamente 12 metri di fondo, un bel sasso squadrato appoggiato sulla sabbia mi invita a dargli un’occhiatina.

Casella di testo:   Quando mi affaccio non credo ai miei occhi: un’orata di un paio di chili, sollevata dal fondo e messa di piatto, sta  immobile, il muso puntato contro la roccia. Non perdo tempo e la fulmino, sto per tirare la sagola dell’asta per recuperare il pesce, quando ne vedo altre due appoggiate sulla sabbia: una è decisamente più grossa delle altre.

Chiamo Lucio, lo informo della situazione e organizzo un’immersione in coppia: lui tirerà al pesce di destra io a quello di sinistra.

Detto, fatto! Complessivamente le orate si avvicineranno ai sei chili di peso.

Naturalmente, mi metto a controllare tutti i possibili rifugi adiacenti e mi accorgo che la secca è circondata da un tramaglio.

Ecco, dunque, la spiegazione per quell’ameno gruppo di orate dentro una tana! Girando ancora intorno alla meda, scovo alcuni saraghi di buona taglia dal comportamento insolito: al mio arrivo, si posizionano di muso contro il fondo per offrire la loro sezione posteriore più piccola possibile e contemporaneamente tenermi d’occhio. Alcuni entrano ed escono da alcune tane troppo anguste.

La mia interpretazione della situazione è che tutti i pesci siano stati sorpresi intorno alla meda quando è stata calata la rete ed abbiano cercato rifugi provvisori in attesa che il pericolo fosse passato.

In pratica il tramaglio ha condizionato il loro comportamento facendoli intanare e noi ne abbiamo approfittato!

Giorgio Dapiran 07/2000