LA SCELTA DELLA ZONA DI PESCA PER L’AGGUATO Vivendo su un’isola, ho l’opportunità di scegliere la zona dove immergermi per una battuta di pesca, in funzione delle condizioni meteo/marine e trovare facilmente un ridosso dalle eventuali perturbazioni. Ho
sviluppato, così, una sensibilità particolare nell’individuare il tratto di
costa, successivamente, rivelatosi più pescoso nel confronto con le esperienze
di pesca degli amici che, nello stesso giorno, hanno battuto altre zone. Non
tutti i pescatori subacquei si trovano ad operare nella mia situazione, nel
week-end, nella penisola, spesso lo stato del mare non è ideale per la pesca
subacquea e l’appassionato della domenica deve adattarsi ad immersioni in
piccoli ridossi poco pescosi o a lottare con i cavalloni e la risacca dove la
visibilità è ridotta. Nel
caso fosse possibile scegliere fra diverse zone, allora, possono tornare utili
le indicazioni (anche il metodo d’indagine) contenute in quest’articolo, nel
quale ho riassunto la mia esperienza in merito. Non
esistono regole universali adattabili ad ogni litorale ed il pescatore deve
imparare ad annotare le osservazioni più importanti, eventualmente scrivendo su
un taccuino: periodo dell’anno, condizioni del mare, specie avvistate, loro
comportamento ed altri particolari ritenuti interessanti come, direzione della
corrente, presenza di mangianza nella colonna d’acqua ed altro. Dopo
qualche anno di continue annotazioni, l’osservazione si completerà in un
panorama statistico delle abitudini del pesce nella zona in rapporto ai vari
fattori ambientali, da prendere come guida per le scelte delle future battute di
pesca. Sopra
tutte le considerazioni, in ogni modo, è da ricordare che gli spostamenti di un
“selvatico” non sono razionali, come quelli umani, ma dettati da due
esigenze vitali principali: ·
l’alimentazione
e la riproduzione In 40 anni d’attività venatoria subacquea ho potuto costatare che le specie ittiche sono molto adattabili e trovano nelle varie zone un alimento differente per ogni periodo dell’anno. Le osservazioni sulle abitudini dei pesci che frequentano un certo tratto di litorale, anche se offrono indicazioni di massima in ogni modo valide nello specifico della zona, non si possono estendere a tratti di litorale lontani da quello dove c’immergiamo abitualmente, ad esempio, in altri bacini del Mediterraneo. Le prime indagini, quindi, devono rivolgersi al cibo stagionale delle specie che c’interessano ed a questo riguardo, è interessante far notare come io abbia ricevuto più informazioni sulle abitudini dei pesci controllando le loro interiora, che osservando “de visu” i loro spostamenti. Individuato
il cibo, per deduzione e successiva ricerca, si può risalire a dove possono
averlo trovato ed è lì che il “pescatore scientifico” concentrerà la sua
battuta di pesca! Ho
ripetutamente citato il caso della pelagia
noctiluca, una medusetta urticante che diventa un cibo prelibato per molti
sparidi dopo che le onde di una mareggiata le hanno ridotte a carcasse e
raccolte qualche ansa della costa. Quando trovo, nella colonna d’acqua,
un’abbondanza di questi terribili Scifozoidi (terribili per le ustioni che
provocano i loro filamenti), vado alla ricerca delle insenature profonde
sopravvento (o sopra corrente) dove possono essersi raccolti gli ammassi delle
loro cappelle. Immancabilmente,
dal profondo di qualche insenatura assisto alla fuga di gruppetti di sparidi e
non è raro che, trascinata dal gruppo dei fuggiaschi veda “scodare” anche
una grossa orata. Quest’osservazione,
si può estendere ad ogni altra sorta di “mangianza” specifica per la specie
che vogliamo cacciare. Non
sempre è sufficiente rivolgere l’attenzione all’alimento diretto, a volte,
bisogna risalire nella catena alimentare (parlando di carnivori) al cibo del
cibo. Mi
spiego meglio con un esempio: molte specie, vittime di predatori come spigole
dentici, si cibano del plancton spinto dalle correnti e schiacciato, sotto
costa, dal moto ondoso. Le mareggiate e le correnti, quindi, raccolgono nelle
anse dei litorali ammassi di plancton, concentrandovi tutte le specie che se ne
cibano come: latterini, piccoli cefali, boghe, menole e tanti altri pesci di
piccola taglia come gli avannotti. S’innesca così quel ciclo del pesce grande
che mangia quello più piccolo e nella ricerca di dove è stato sospinto il
plancton e dove si sono raccolti i branchi di “minutaglia” ci possiamo
attendere anche l’incontro del grosso predatore. Controllare dove, abitualmente, la corrente spinge il plancton, osservare la dislocazione dei branchi di piccoli pesci è la prima regola per la caccia dei predatori come spigole, dentici e ricciole! Nei
giorni scorsi, alle prime mareggiate autunnali, con un amico ho battuto un
tratto di costa tra Vignola e Costa Paradiso sul lato nord della Sardegna.
Pescando a staffetta, ho lasciato il compagno di pesca sul promontorio
delimitante un’ampia baia di basso fondo e ho ancorato il gommone 500 metri più
avanti, in modo da procedere entrambi con il sole alle spalle. Terminata la
perlustrazione della sua zona, quando sono stato raggiunto, il mio compagno, con
aria sconsolata, mi ha descritto una situazione incredibile: nella baia erano
stati schiacciati migliaia di latterini dalla pressione della predazione
coordinata di un piccolo branco di ricciole (di 5/6 chili), d’alcune lecce e
di due grosse spigole. Nella confusione degli avvistamenti, come speso accade,
l’amico non è riuscito a tirare un pesce, sia per la tensione della cattura
dell’esemplare più importante, sia per l’effetto confusione che si crea nel
cacciatore quando ha di fronte diverse prede! Non
si può prevedere, tra le tante insenature, quella dove il gioco delle correnti
può aver sospinto il plancton e dove può essersi raccolta la minutaglia, come
non si può prevedere, in un fondale roccioso, in quale tana può aver trovato
rifugio il pesce della zona. Il
metodo di ricerca e la fortuna, a questo punto, hanno il loro peso nel successo
degli avvistamenti! Mi
sono abituato, perciò, ad ispezionare a buon’andatura, ma con molta pazienza
tutte le insenature alla ricerca degli indizi che possono rilevare la presenza
di una grossa preda. Quando il mio intuito, collegati i piccoli segnali appena
avvistati, mi porta a prevedere l’incontro con un bel pesce, io rallento la
velocità di marcia e procedo moltiplicando le soste d’osservazione, dalla
superficie dietro un riparo lungo la costa se il mare è calmo, o dietro una
roccia sul fondo se il mare è mosso. Questa
strategia comporta qualche rischio, infatti, nella fase veloce, quando sono
scoperto o in movimento, a volte, realizzo degli avvistamenti interessanti senza
poter arrivare al tiro! Nel bilancio complessivo, però, questa strategia è
sempre appagante: più lungo è il tratto ispezionato più pesce s’incontra e
prima si giunge a valutare se conviene proseguire nella ricerca o cambiare zona. Nel
racconto riportato sul diario di pesca, relativo alla mia esperienza al “dito
corso” (rivelatasi un parziale disastro), ricorderete come sul banco di
Centuri (una secca lontana, un miglio dalla costa) nel periodo della mia visita
non si trovassero neppure le castagnole. L’acqua, in quella circostanza, era
trasparente e senza vita. Mancando
la mangianza era stato impossibile incontrare anche i predatori! Alle
prime immersioni è utile cercare nel circondario un segnale che possa
anticipare la presenza delle prede. Il fruscio delle code di un branco di boghe
avvistate prima di appoggiarsi sul fondo, possono annunciare l’arrivo di un
dentice o di una ricciola. Controllare la disposizione dei branchi di castagnole
offre un altro segnale importante: se sono compatte in una formazione a palla
senza una polarità definita dimostrano di aver ricevuto un attacco recente; se
fuggono tutte in una direzione ben precisa, dalla parte opposta indica che nei
paraggi nuota una ricciola; se si aprono a raggiera con un’esplosione
improvvisa è in atto l’attacco di un dentice, che ancora non appare nel
nostro campo visivo, ma presto comparirà muovendosi con le sue strette virate. In assenza di “vita” e di “segnali” preferisco non insistere e cambiare subito zona! Se
siamo ancora in viaggio verso la costa e non abbiamo ancora deciso dove
immergerci, invece, quale criterio deve guidarci, a parte l’esperienza
riassunta nelle nostre annotazioni? A
volte si scelgono litorali dove il mare schiuma invitante sulle rocce e non
s’incontra un pesce, altre volte si scelgono tratti di mare in condizioni di
“bonaccia” e si realizzano carnieri esaltanti. Diffidate
delle convinzioni di certi pescatori e dei loro detti: “corrente da levante
pesce abbondante…” “con lo scirocco pesce nel sacco…”. Tutte le volte
che ho pensato di aver individuato una regola sicura, ho dovuto ricredermi alla
successiva battuta di pesca! Sono
troppi i fattori che influenzano la presenza del pesce e molti di questi ci sono
ancora sconosciuti. Posso concludere, quindi, che le regole sulla scelta della
zona di pesca sono poche e di carattere molto generale. Il primo fattore che avvicina il pesce alla costa è il cibo, il primo fattore che l’allontana è l’uomo! Bisognerebbe
conoscere la storia recente della pesca esercitata dai dilettanti e dai
professionisti in ogni zona (dotare ogni posto di una colonnina, tipo
parchimetro, dove ogni pescatore fosse obbligato a segnalare la sua battuta di
pesca, con data e catture). Questo,
però, è così solo nei miei sogni! In
realtà c’immergiamo e, dopo un chilometro di deserto, spesso, ci troviamo di
fronte alle pinne di un concorrente che ci ha preceduto (un altro vantaggio di
alzarsi all’alba!) Per
i pescatori subacquei che frequentano le stesse zone di pesca, è indispensabile
tenersi in contatto segnalando i tratti di litorale che si sono battuti di
recente. Io
riesco ad avere questo scambio di notizie con un numero limitato di persone, ma
nulla vieta, nel futuro, che si arrivi ad una maggiore razionalizzazione anche
della nostra attività, perché no, scambiando informazioni sul nostro sito
internet! Per
le conseguenze del prelievo della pesca professionale, invece, bisogna prendere
l’abitudine a frequentare i porti e a chiacchierare con i pescatori,
controllando il pescato, oltre a tenersi informati su tutti gli strumenti di
pesca impiegati. Un
tramaglio calato al largo della costa che vogliamo battere, rappresenta una
barriera che limita molto tutti gli spostamenti dei pesci: può svuotare il
sotto costa, concentrando tutto il pesce nelle tane di fronte alla rete. Un
palamito che ha avuto successo in una zona, l’ha anche svuotata dei suoi
saraghi e lo stesso fenomeno produce una nassa calata per questi sparidi. A
conclusione di queste osservazioni, perciò, mi sento di consigliare a tutti di
non perdere il calo di una mareggiata. Il mare agitato impedisce ogni forma di
prelievo, spinge lungo i litorali grandi quantità di plancton innescando una
catena alimentare che ci favorisce; le onde nel basso fondo, smuovono pietre
scoprendo invertebrati, molluschi e ogni altra forma di cibo, mentre, la
violenza di una perturbazione produce molte vittime tra gli individui malati o
debilitati e stimola l’opportunismo dei predatori! Non è un caso
che le coste esposte alle mareggiate stagionali siano anche le più pescose! Questo si verifica, ad esempio, nei litorali della Sardegna e della Corsica esposti a Maestrale. Abbondanti indicazioni sulle zone di pesca si ricavano anche dalla conoscenza del fondale antistante la costa e dalle abitudini dei pesci che la frequentano: molte specie, quotidianamente, “fanno l’elastico” tra il basso fondo e i fondali al largo. Il bioritmo d’ogni specie (ritmo circadiano) regola quest’attività migratoria giornaliera, ma un fondale povero, al largo, con uno scarso reclutamento di forme di vita, porta necessariamente a poco pesce lungo le coste. E’ il caso di fondali profondi composti in prevalenza da sabbia e fango che raccolgono poche specie dalle abitudini costiere. Per
il pescatore subacqueo, solo un ampio
fondale roccioso davanti ad un litorale può garantire un abbondante ricambio di
prede ! La
conoscenza dei periodi delle migrazioni stagionali delle varie specie offrono
un’altra indicazione sicura per la scelta di una zona di pesca. Queste
migrazioni sono regolate, soprattutto, dai cicli riproduttivi della specie e si
ripetono annualmente con poche variazioni: all’inizio dell’inverno spigole e
cefali si avvicinano alla costa per il “montone”, mentre, all’inizio
dell’estate i dentici risalgono i fondali occupando stabilmente, per diversi
mesi, i cappelli delle secche che si trovano sopra il termoclino, solo per
citare alcuni esempi! L’approfondimento dell’etologia delle specie cacciate oltre ad indicare la “preda di stagione” ci segnala la zona dove abitualmente si può incontrare. In
un diario di pesca della tarda primavera avevo segnalato come l’abbondanza di
saraghi nel basso fondo, giunti a cibarsi dei germogli di una particolare alga,
favorisse la strategia dell’agguato dalla superficie. Quella situazione era da
collegare col riscaldamento degli strati superficiali del mare, in primavera,
concomitante all’irraggiamento solare. L’etologia
di molte specie è ancora sconosciuta ai ricercatori e possiamo imparare poco
dai loro testi! Lo scambio d’informazioni tra pescatori è ancora il metodo più
efficace per farsi una cultura in merito e i miei articoli si collocano proprio
in quest’ottica: arricchire con le mie esperienze le conoscenze di chi pratica
la pesca subacquea.
Giorgio Dapiran, 11/2000
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