Giorgio Dapiran  
 

LA SCELTA DELLA ZONA DI PESCA PER L’AGGUATO

 Vivendo su un’isola, ho l’opportunità di scegliere la zona dove immergermi per una battuta di pesca, in funzione delle condizioni meteo/marine e trovare facilmente un ridosso dalle eventuali perturbazioni.

Ho sviluppato, così, una sensibilità particolare nell’individuare il tratto di costa, successivamente, rivelatosi più pescoso nel confronto con le esperienze di pesca degli amici che, nello stesso giorno, hanno battuto altre zone.

Non tutti i pescatori subacquei si trovano ad operare nella mia situazione, nel week-end, nella penisola, spesso lo stato del mare non è ideale per la pesca subacquea e l’appassionato della domenica deve adattarsi ad immersioni in piccoli ridossi poco pescosi o a lottare con i cavalloni e la risacca dove la visibilità è ridotta.

Nel caso fosse possibile scegliere fra diverse zone, allora, possono tornare utili le indicazioni (anche il metodo d’indagine) contenute in quest’articolo, nel quale ho riassunto la mia esperienza in merito.

 

Non esistono regole universali adattabili ad ogni litorale ed il pescatore deve imparare ad annotare le osservazioni più importanti, eventualmente scrivendo su un taccuino: periodo dell’anno, condizioni del mare, specie avvistate, loro comportamento ed altri particolari ritenuti interessanti come, direzione della corrente, presenza di mangianza nella colonna d’acqua ed altro.

Dopo qualche anno di continue annotazioni, l’osservazione si completerà in un panorama statistico delle abitudini del pesce nella zona in rapporto ai vari fattori ambientali, da prendere come guida per le scelte delle future battute di pesca.

 Sopra tutte le considerazioni, in ogni modo, è da ricordare che gli spostamenti di un “selvatico” non sono razionali, come quelli umani, ma dettati da due esigenze vitali principali:

·        l’alimentazione e la riproduzione

 

In 40 anni d’attività venatoria subacquea ho potuto costatare che le specie ittiche sono molto adattabili e trovano nelle varie zone un alimento differente per ogni periodo dell’anno. Le osservazioni sulle abitudini dei pesci che frequentano un certo tratto di litorale, anche se offrono indicazioni di massima in ogni modo valide nello specifico della zona, non si possono estendere a tratti di litorale lontani da quello dove c’immergiamo abitualmente, ad esempio, in altri bacini del Mediterraneo.

 Le prime indagini, quindi, devono rivolgersi al cibo stagionale delle specie che c’interessano ed a questo riguardo, è interessante far notare come io abbia ricevuto più informazioni sulle abitudini dei pesci controllando le loro interiora, che osservando “de visu” i loro spostamenti.

 Individuato il cibo, per deduzione e successiva ricerca, si può risalire a dove possono averlo trovato ed è lì che il “pescatore scientifico” concentrerà la sua battuta di pesca!

Ho ripetutamente citato il caso della pelagia noctiluca, una medusetta urticante che diventa un cibo prelibato per molti sparidi dopo che le onde di una mareggiata le hanno ridotte a carcasse e raccolte qualche ansa della costa. Quando trovo, nella colonna d’acqua, un’abbondanza di questi terribili Scifozoidi (terribili per le ustioni che provocano i loro filamenti), vado alla ricerca delle insenature profonde sopravvento (o sopra corrente) dove possono essersi raccolti gli ammassi delle loro cappelle.

Immancabilmente, dal profondo di qualche insenatura assisto alla fuga di gruppetti di sparidi e non è raro che, trascinata dal gruppo dei fuggiaschi veda “scodare” anche una grossa orata.

 

Quest’osservazione, si può estendere ad ogni altra sorta di “mangianza” specifica per la specie che vogliamo cacciare.

Non sempre è sufficiente rivolgere l’attenzione all’alimento diretto, a volte, bisogna risalire nella catena alimentare (parlando di carnivori) al cibo del cibo.

 

Mi spiego meglio con un esempio: molte specie, vittime di predatori come spigole dentici, si cibano del plancton spinto dalle correnti e schiacciato, sotto costa, dal moto ondoso. Le mareggiate e le correnti, quindi, raccolgono nelle anse dei litorali ammassi di plancton, concentrandovi tutte le specie che se ne cibano come: latterini, piccoli cefali, boghe, menole e tanti altri pesci di piccola taglia come gli avannotti. S’innesca così quel ciclo del pesce grande che mangia quello più piccolo e nella ricerca di dove è stato sospinto il plancton e dove si sono raccolti i branchi di “minutaglia” ci possiamo attendere anche l’incontro del grosso predatore.

Controllare dove, abitualmente, la corrente spinge il plancton, osservare la dislocazione dei branchi di piccoli pesci è la prima regola per la caccia dei predatori come spigole, dentici e ricciole!

 

Nei giorni scorsi, alle prime mareggiate autunnali, con un amico ho battuto un tratto di costa tra Vignola e Costa Paradiso sul lato nord della Sardegna. Pescando a staffetta, ho lasciato il compagno di pesca sul promontorio delimitante un’ampia baia di basso fondo e ho ancorato il gommone 500 metri più avanti, in modo da procedere entrambi con il sole alle spalle. Terminata la perlustrazione della sua zona, quando sono stato raggiunto, il mio compagno, con aria sconsolata, mi ha descritto una situazione incredibile: nella baia erano stati schiacciati migliaia di latterini dalla pressione della predazione coordinata di un piccolo branco di ricciole (di 5/6 chili), d’alcune lecce e di due grosse spigole. Nella confusione degli avvistamenti, come speso accade, l’amico non è riuscito a tirare un pesce, sia per la tensione della cattura dell’esemplare più importante, sia per l’effetto confusione che si crea nel cacciatore quando ha di fronte diverse prede!

 

Non si può prevedere, tra le tante insenature, quella dove il gioco delle correnti può aver sospinto il plancton e dove può essersi raccolta la minutaglia, come non si può prevedere, in un fondale roccioso, in quale tana può aver trovato rifugio il pesce della zona.

Il metodo di ricerca e la fortuna, a questo punto, hanno il loro peso nel successo degli avvistamenti!

Mi sono abituato, perciò, ad ispezionare a buon’andatura, ma con molta pazienza tutte le insenature alla ricerca degli indizi che possono rilevare la presenza di una grossa preda. Quando il mio intuito, collegati i piccoli segnali appena avvistati, mi porta a prevedere l’incontro con un bel pesce, io rallento la velocità di marcia e procedo moltiplicando le soste d’osservazione, dalla superficie dietro un riparo lungo la costa se il mare è calmo, o dietro una roccia sul fondo se il mare è mosso.

Questa strategia comporta qualche rischio, infatti, nella fase veloce, quando sono scoperto o in movimento, a volte, realizzo degli avvistamenti interessanti senza poter arrivare al tiro! Nel bilancio complessivo, però, questa strategia è sempre appagante: più lungo è il tratto ispezionato più pesce s’incontra e prima si giunge a valutare se conviene proseguire nella ricerca o cambiare zona.

 

Nel racconto riportato sul diario di pesca, relativo alla mia esperienza al “dito corso” (rivelatasi un parziale disastro), ricorderete come sul banco di Centuri (una secca lontana, un miglio dalla costa) nel periodo della mia visita non si trovassero neppure le castagnole. L’acqua, in quella circostanza, era trasparente e senza vita.  Mancando la mangianza era stato impossibile incontrare anche i predatori!

 

Alle prime immersioni è utile cercare nel circondario un segnale che possa anticipare la presenza delle prede. Il fruscio delle code di un branco di boghe avvistate prima di appoggiarsi sul fondo, possono annunciare l’arrivo di un dentice o di una ricciola. Controllare la disposizione dei branchi di castagnole offre un altro segnale importante: se sono compatte in una formazione a palla senza una polarità definita dimostrano di aver ricevuto un attacco recente; se fuggono tutte in una direzione ben precisa, dalla parte opposta indica che nei paraggi nuota una ricciola; se si aprono a raggiera con un’esplosione improvvisa è in atto l’attacco di un dentice, che ancora non appare nel nostro campo visivo, ma presto comparirà muovendosi con le sue strette virate.

In assenza di “vita” e di “segnali” preferisco non insistere e cambiare subito zona!

 

Se siamo ancora in viaggio verso la costa e non abbiamo ancora deciso dove immergerci, invece, quale criterio deve guidarci, a parte l’esperienza riassunta nelle nostre annotazioni?

A volte si scelgono litorali dove il mare schiuma invitante sulle rocce e non s’incontra un pesce, altre volte si scelgono tratti di mare in condizioni di “bonaccia” e si realizzano carnieri esaltanti.

Diffidate delle convinzioni di certi pescatori e dei loro detti: “corrente da levante pesce abbondante…” “con lo scirocco pesce nel sacco…”. Tutte le volte che ho pensato di aver individuato una regola sicura, ho dovuto ricredermi alla successiva battuta di pesca!

Sono troppi i fattori che influenzano la presenza del pesce e molti di questi ci sono ancora sconosciuti. Posso concludere, quindi, che le regole sulla scelta della zona di pesca sono poche e di carattere molto generale.

Il primo fattore che avvicina il pesce alla costa è il cibo, il primo fattore che l’allontana è l’uomo!

 

Bisognerebbe conoscere la storia recente della pesca esercitata dai dilettanti e dai professionisti in ogni zona (dotare ogni posto di una colonnina, tipo parchimetro, dove ogni pescatore fosse obbligato a segnalare la sua battuta di pesca, con data e catture).

Questo, però, è così solo nei miei sogni!

In realtà c’immergiamo e, dopo un chilometro di deserto, spesso, ci troviamo di fronte alle pinne di un concorrente che ci ha preceduto (un altro vantaggio di alzarsi all’alba!)

Per i pescatori subacquei che frequentano le stesse zone di pesca, è indispensabile tenersi in contatto segnalando i tratti di litorale che si sono battuti di recente.

Io riesco ad avere questo scambio di notizie con un numero limitato di persone, ma nulla vieta, nel futuro, che si arrivi ad una maggiore razionalizzazione anche della nostra attività, perché no, scambiando informazioni sul nostro sito internet!

 

Per le conseguenze del prelievo della pesca professionale, invece, bisogna prendere l’abitudine a frequentare i porti e a chiacchierare con i pescatori, controllando il pescato, oltre a tenersi informati su tutti gli strumenti di pesca impiegati.

Un tramaglio calato al largo della costa che vogliamo battere, rappresenta una barriera che limita molto tutti gli spostamenti dei pesci: può svuotare il sotto costa, concentrando tutto il pesce nelle tane di fronte alla rete.

Un palamito che ha avuto successo in una zona, l’ha anche svuotata dei suoi saraghi e lo stesso fenomeno produce una nassa calata per questi sparidi.

 

A conclusione di queste osservazioni, perciò, mi sento di consigliare a tutti di non perdere il calo di una mareggiata. Il mare agitato impedisce ogni forma di prelievo, spinge lungo i litorali grandi quantità di plancton innescando una catena alimentare che ci favorisce; le onde nel basso fondo, smuovono pietre scoprendo invertebrati, molluschi e ogni altra forma di cibo, mentre, la violenza di una perturbazione produce molte vittime tra gli individui malati o debilitati e stimola l’opportunismo dei predatori!

Non è un caso che le coste esposte alle mareggiate stagionali siano anche le più pescose!

Questo si verifica, ad esempio, nei litorali della Sardegna e della Corsica esposti a Maestrale.

 

Abbondanti indicazioni sulle zone di pesca si ricavano anche dalla conoscenza del fondale antistante la costa e dalle abitudini dei pesci che la frequentano: molte specie, quotidianamente, “fanno l’elastico” tra il basso fondo e i fondali al largo. Il bioritmo d’ogni specie (ritmo circadiano) regola quest’attività migratoria giornaliera, ma un fondale povero, al largo, con uno scarso reclutamento di forme di vita, porta necessariamente a poco pesce lungo le coste. E’ il caso di fondali profondi composti in prevalenza da sabbia e fango che raccolgono poche specie dalle abitudini costiere.

Per il pescatore subacqueo, solo un ampio fondale roccioso davanti ad un litorale può garantire un abbondante ricambio di prede !

 

La conoscenza dei periodi delle migrazioni stagionali delle varie specie offrono un’altra indicazione sicura per la scelta di una zona di pesca. Queste migrazioni sono regolate, soprattutto, dai cicli riproduttivi della specie e si ripetono annualmente con poche variazioni: all’inizio dell’inverno spigole e cefali si avvicinano alla costa per il “montone”, mentre, all’inizio dell’estate i dentici risalgono i fondali occupando stabilmente, per diversi mesi, i cappelli delle secche che si trovano sopra il termoclino, solo per citare alcuni esempi!

L’approfondimento dell’etologia delle specie cacciate oltre ad indicare la “preda di stagione” ci segnala la zona dove abitualmente si può incontrare.

 

In un diario di pesca della tarda primavera avevo segnalato come l’abbondanza di saraghi nel basso fondo, giunti a cibarsi dei germogli di una particolare alga, favorisse la strategia dell’agguato dalla superficie. Quella situazione era da collegare col riscaldamento degli strati superficiali del mare, in primavera, concomitante all’irraggiamento solare.

 

L’etologia di molte specie è ancora sconosciuta ai ricercatori e possiamo imparare poco dai loro testi! Lo scambio d’informazioni tra pescatori è ancora il metodo più efficace per farsi una cultura in merito e i miei articoli si collocano proprio in quest’ottica: arricchire con le mie esperienze le conoscenze di chi pratica la pesca subacquea.

 

Giorgio Dapiran, 11/2000