Giorgio Dapiran
 

Nov. 2000

 

DIARIO DI PESCA 12 

 

Siamo nella prima decade di novembre, in una stagione che nel centro del Mediterraneo si presenta spesso con delle caratteristiche bonacce.

 Le perturbazioni atlantiche stanno passando più a nord portando piogge torrenziali, alluvioni e dissesti del territorio. In Sardegna, invece, viviamo con rassegnazione una siccità eccezionale: i fiumi e i torrenti alimentano con poca acqua dolce gli sbocchi a mare, fenomeno che contribuisce a ritardare l’arrivo delle spigole.

 

Dopo due mesi strepitosi: settembre, ottobre, per la cattura delle orate sotto costa, improvvisamente, questi sparidi sono spariti dal basso fondo.

Casella di testo:  Ho terminato di girare le riprese dell’agguato all’orata dalla superficie, giusto in tempo per quest’avvenimento che voglio documentare con altre osservazioni (è andata diversamente per il video sul dentice, sospeso per la loro migrazione stagionale!)

Dopo settimane di costanti perlustrazioni del basso fondo alla disperata ricerca di qualche cattura di spigola da “riprendere”, ho appeso la videocamera al fatidico chiodo.

 

Due giorni fa, dopo l’ennesimo “cappotto” sotto costa, mi sono spostato su una secca al largo, con il cappello a 20 metri di profondità ed ho avuto la sorpresa di catturare in una maniera avventurosa un dentice di sei chili.

Ero intento ad amoreggiare con un sarago che “non ne voleva sapere”, quando il predatore si è materializzato all’improvviso nell’acqua lattiginosa.

 Ci siamo scrutati entrambi con una certa sorpresa, poi con lentezza estenuante ho spostato il fucile nella direzione del suo muso, mentre, il dentice con una rapida virata si è girato di 180°.

Casella di testo:  Mi stava offrendo la coda quando ho scoccato il tiro.

Un tiro disperato sul peduncolo di coda, a pesce ormai lontano!

 

Stavo impiegando il fucile da basso fondo senza il mulinello, attrezzato per pesci piccoli e per tiri a breve distanza. In pratica avevo montato sul Monoscocca 100 elastici da 16 mm, lunghi 26 cm ed un’asta corta, monoaletta, da 6 mm di diametro, per 140 cm di lunghezza. Il mio fucile attrezzato per la pesca del dentice, invece, prevede l’impiego di un’asta da 150 cm di lunghezza, doppia aletta ed elastici corti da 18/20 mm di diametro, oltre naturalmente ad essere provvisto del mulinello.

 

In conclusione l’asta non riesce a passare il corpo del pesce che si disarpiona subito, ma con mia gran sorpresa si dibatte convulsamente restando sul posto!

La punta si era conficcata nella spina dorsale ledendo i centri nervosi, di fatto, paralizzando i centri motori del dentice.

 

Poco dopo, sono stato costretto dalla “fame d’aria” a risalire in superficie dalla quale, però, non riuscivo a vedere distintamente il fondo. Intravedevo solamente la specchiata della livrea del pesce ad ogni sua convulsione.

Per l’emozione, in questi frangenti, la ventilazione necessaria per preparare l’immersione successiva, non produce mai quel necessario senso di benessere per iniziare l’apnea e i secondi in superficie sembravano eterni.

Finalmente mi sento pronto, ma non vedo più la specchiata del pesce.

 

Qualche giorno prima avevo “strappato” l’orata della stagione (stimata quattro chili) per prolungare il tempo di ripresa della cattura con la videocamera e sto già imprecando contro la sfortuna, nemica acerrima del pescatore subacqueo!

 

Mi accorgo, dopo i primi metri d’immersione, di un grosso sasso appoggiato sul fondo che verso il basso “fa tana”. Prima ancora di affacciarmi alla spaccatura ho già capito che il dentice è lì dentro: due sciarrani stanno puntando con interesse l’ingresso del nascondiglio!

Il sangue del dentice ha intorbidito l’imboccatura e sono costretto a tenere chiusi gli occhi, per qualche secondo, prima di assuefarmi all’oscurità, poi lo intravedo: mi offre ancora la coda, ma il tiro è ravvicinato, a pesce fermo non posso sbagliare!

 

Questa cattura non mi ha illuso di trovare ancora i branchi di dentici sulle secche profonde, come d’estate: era sicuramente un solitario venuto su quel cappello di roccia a fare lo “sciacallo”. In questa stagione, infatti, la bassa temperatura dell’acqua non consente più al dentice di produrre gli scatti fulminei per la predazione e la maggior parte dei cospecifici sono migrati in località più profonde (sono informato sulla loro dislocazione dai racconti di catture di pescatori alla traina e con i palamiti, ora si trovano a 60/70 metri di profondità).

 

I teleostei sono ectotermi, in altre parole, il loro corpo assume la temperatura dell’ambiente esterno: come le lucertole che si scaldano al sole perché i muscoli raggiungano la temperatura per guizzi necessari alla caccia, anche il dentice ha bisogno di trovarsi nell’acqua calda per sviluppare la massima velocità che gli consente la sua gran massa muscolare.

Passata l’estate, nell’acqua più fredda, il dentice è la parodia dello splendido predatore che è sopra il termoclino estivo. Diventa goffo ed impacciato e i piccoli pesci si prendono la rivincita in agilità e destrezza, riuscendo sempre a fuggire e a

lasciarlo con la bocca asciutta.

 

Il giorno successivo alla cattura del dentice, predisposta la zavorra da pesca profonda (senza schienalino e con tre chili di piombi in meno) decido di ispezionare una secca al largo dell’isola di Caprera, dove gli ammassi di granito si alternano alla posidonia ed alla sabbia.

 

Con mia gran sorpresa incontro tre branchi d’orate ed altri individui solitari che stanno mangiando tra le foglie della posidonia.

Tutti i branchi sono venuti a controllare la mia posizione sul fondo, contravvenendo al comportamento standard di questa famiglia di sparidi che non gradisce il controllo territoriale e raramente “viene all’aspetto”.

 Durante il periodo riproduttivo, però, tutte le specie esaltano il loro comportamento territoriale!

Nessun pesce, tuttavia, si è avvicinato a tiro.

Ho rinunciato, allora, alla tecnica dell’aspetto per la strategia dell’agguato in profondità: così, tra un sarago e l’altro, sono riuscito ad arpionare anche un’orata di un chilo e mezzo.

 

I giorni successivi per assecondare un amico che mi era venuto a trovare e non gradisce la pesca profonda, sono tornato nel basso fondo sulla calata di una sciroccata ed ho catturato tre oratelle, avvistandone diverse altre. Pesci indubbiamente sessualmente maturi, ma inesperti e che, per chissà quale ragione, non stavano partecipando al montone che si consuma tra i 20 e i 30 metri di fondo (una di queste ha lasciato una strisciata di sperma quando l’ho appoggiata sul paiolo del gommone).

Incontro anche un dentice stimato più di cinque chili di peso e ne catturo uno di più di tre chili!

In questo periodo, infatti, gli individui solitari si avvicinano anche sotto costa per rimediare qualche pasto facile sul calo di una mareggiata.

 

Questo resoconto è particolarmente istruttivo per approfondire le abitudini di due specie, appartenenti alla stessa famiglia, ma così diverse riguardo alla riproduzione e l’alimentazione. Conferma, comunque, le osservazioni effettuate gli anni scorsi riguardo alla presenza, nel basso fondo, solo di giovani esemplari di orate, mentre le adulte sono impegnate nella riproduzione in profondità e l’avvicinamento di grossi esemplari di dentici solitari sulla calata delle mareggiate.

 

 

Giorgio Dapiran


Novembre 2000

 

Risposta all’osservazione di Antonello Cossu

 

(Gradirei che questo chiarimento fosse aggiunto al mio diario di pesca n° 12 con la pubblicazione nel diario della lettera di Antonello Cossu):

 

Domanda: “Per Giorgio che dire... è un maestro e come tale ogni suo scritto e’ ricco di spunti ed osservazioni interessantissime. Sono rimasto un po’ interdetto però sul fatto che lui dice che nel periodo del montone le orate grandi stanno in profondità. Dove ti portai l'unica volta che pescammo insieme (purtroppo) per diversi anni, proprio a novembre, beccai un branco sparso nell'acqua bassa. Decine di esemplari di più di 2-3 kg cadauno stavano in 50 cm d'acqua colonizzando tutto il tratto di costa che battemmo quel giorno.

Anche nell'ultima pescata di 2 settimane fa incontrai un branco in accoppiamento sotto costa in 4 metri d'acqua. Senz'altro Giorgio ha una casistica maggiore della mia però.....”

Antonello Cossu

 

Risposta

Il montone delle orate e le zone dove si svolge, offre lo spunto per un approfondimento che prima o poi avrei dovuto affrontare.

 

Casella di testo:  In un mio articolo precedente (…) sostengo che la pressione del prelievo della pesca professionale e sportiva  ha modificato le abitudini di molte specie ittiche.

Non è un mistero, ad esempio, che la cernia  in molte zone del Mediterraneo, più di trenta anni fa, dimorasse abitualmente a pochi metri di profondità.

 

Casella di testo: Antonello, all’estrema destra, prima di entrare nel suo “eden”.
Giu. 2000			Archivio L.Pappadà
I vecchi pescatori sardi, inoltre, ricordano ancora le migrazione delle aragoste avvistate dalle scogliere. Alcuni addirittura raccontano di catture di qualche esemplare con le mani dalla superficie.

 

Oggi le cernie adulte si incontrano, ormai, oltre i trenta metri di profondità e le aragoste si catturano, con dei tramagli specifici, ad oltre cinquanta metri di fondo!

Le osservazioni di questo tipo, però, potrebbero estendersi a molte altre famiglie di teleostei  soprattutto per quella che è la funzione fondamentale di ogni specie: la riproduzione!

 

Per quanto riguarda l’orata, probabilmente, nel passato questo sparide si riproduceva vicino alla riva per il vantaggio che ne poteva trarre la futura prole.

A questo punto devo approfondire come funziona la strategia riproduttiva delle specie che abbandonano le proprie uova nelle correnti planctoniche, per aver chiara la funzione delle aree di bassi fondali.

 

La riproduzione dei teleostei è sessuata: il meccanismo di base è quello dell’incontro tra gameti maschili e femminili che portano alla fecondazione di una cellula.

Poiché l’incontro avviene in un mezzo liquido, a volte in movimento, per aumentare le probabilità che la fecondazione abbia successo è necessaria una grande produzione di spermatozoi e di uova: diversi maschi, nel rituale del corteggiamento, seguono la femmina che può deporre (nel caso dell’orata) fino a mezzo milione di uova (per le orate, la femmina è l’esemplare adulto di grandi dimensioni, mentre i maschi sono i piccoli e giovani esemplari che, una volta cresciuti cambieranno sesso. L’orata infatti è ermafrodita proterandrica) .

 

Alla schiusa dell’uovo la piccola larva si nutre di plancton e vaga sospinta dalle correnti alla mercé di molti altri organismi, anche loro alla ricerca disperata di cibo.

La probabilità che una larva giunga allo stadio adulto sono molto basse ed ancora più critica è la fase dell’insediamento sul fondo quando per la successiva metamorfosi la larva ha bisogno di un substrato idoneo per trovare altro cibo ed accrescersi.

Può accadere, infatti, che la larva spinta dalle correnti al largo, si trovi nell’impossibilità di raggiungere il terreno posto a diverse centinaia di metri di profondità.

 

L’esiguità della piattaforma continentale del Mediterraneo, cioè quelle aree di basso fondo vicine alle coste è estremamente sfavorevole alla fauna marina del Mare nostrum, proprio in quest’ultima metamorfosi.

La piattaforma continentale è considerata dai biologi la nursery indispensabile ai giovani pesci per l’accrescimento, ma quando questa è di modesta estensione e le correnti provengono dalla costa, il sistema di riproduzione non funziona come dovrebbe: grandi branchi di giovani pesci si trovano sospesi su acque profonde e non riescono a sopravvivere!

 

Per tutte queste circostanze, la selezione naturale ha operato nel Mediterraneo, dal Pliocene in poi (era geologica nella quale le convulsioni della crosta terrestre hanno aperto lo stretto di Gibilterra) una cernita nella variabilità delle specie, selezionando gli individui dalle abitudini riproduttive nel basso fondo.

Ciò che la natura ha determinato, impiegando centinai di milioni di anni, l’uomo  però, ha modificato in poche centinaia di anni con una accelerazione sorprendente nell’ultimo secolo!

 

Il massiccio prelievo della pesca professionale e sportiva nelle aree costiere di riproduzione  ha operato un’ulteriore selezione: sono sopravvissuti solo gli esemplari dalle abitudini riproduttive più profonde  rendendo, sicuramente,  ancor più critica la fase di passaggio dallo stato larvale a quello di avannotto, alzando la mortalità delle larve.

Il risultato complessivo è una minor produttività del Mediterraneo in termini di numero di individui, per specie,  che raggiungono lo stadio adulto.

In questo quadro, comunque, non mancano le sorprese: il reclutamento in questi ultimi anni, di un gran numero di giovani esemplari  di Epinephelus marginatus  nel sotto costa, dimostra un buon adattamento  della cernia alla vita  in fondali più profondi, soprattutto per ciò che riguarda la riproduzione.

 

Tornando all’osservazione di Antonello di avvistamenti di branchi di orate in riproduzione a pochi metri di profondità, devo riconoscere che ho potuto osservare lo stesso spettacolo diverse volte quest’anno, proprio a novembre: con una scena del genere (senza alcun tiro!) inizio le riprese subacquee del mio video sull’agguato all’orata dalla superficie.

 

Come una rondine non fa primavera, però, qualche avvistamento non stabilisce la norma, solo che la zona dov’è avvenuto è particolarmente tranquilla o si è salvata da quell’evoluzione negativa di cui ho ampiamente scritto.

Aggiungo che venti anni fa prima della scelta che mi ha portato in Sardegna, i pescatori di Camogli, un centro rivierasco della Liguria dalla lunga esperienza marinara, nel mese di ottobre abbandonavano gli altri tipi di pesca per dedicarsi a quella dell’orata: calavano palamiti innescati col “Bibi”( un  verme particolare che anche dopo l’innesco emette strane vibrazioni) sui 50 metri di fondo. Alla stessa profondità calavano i “cianciolli” (una rete a circuizione posta intorno ad una luce molto forte).

 

In Liguria il processo di allontanamento dell’orata dalla costa  si è avviato molto tempo prima, o semplicemente avendo coste ripide che sprofondano rapidamente, in quella zona si è selezionata una varietà di orata dalle abitudini riproduttive profonde.

I nostri nipoti, quando racconteremo del montone dell’orata che potevamo ammirare dalla superficie, ci guarderanno strabuzzando gli occhi.

Abituiamoci ad un Mediterraneo in continua evoluzione: il pescatore moderno è un autentico osservatore e non vive di ricordi!

Giorgio Dapiran