RESOCONTO DELLA MIA ATTIVITA’ VIDEOGRAFICASpero che alla pubblicazione di questo articolo, come alla pubblicazione del precedente resoconto sul Monoscocca, non si scatenino le critiche di usare la lista per pubblicizzare un prodotto, in questo caso i miei video. Voglio, allora, cogliere l’occasione per fare
riflettere i lettori che il veicolo per diffondere le mie parole è internet,
per antonomasia un ambiente culturale e commerciale “libero” dove non vigono
le ipocrisie delle regole della carta stampata.
La decisione di aprire una ditta individuale,
regolarmente registrata (per i curiosi) di produzione e vendita di video
subacquei è stata conseguente alla difficoltà di programmare le uscite in mare
con un operatore dalle capacità eccezionali, come Sheilo Pisciottu (produttore
dei miei video precedenti), ma incostante come tutti i “creativi” e di
sfruttare la mia attività subacquea giornaliera. L’intenzione è stata
inoltre, di giungere a documentare situazioni di caccia, senza la presenza
“ingombrante” di una seconda persona che altera sempre l’ambiente di
caccia rendendo estremamente difficile documentare la cattura. In secondo luogo, di essere l’unico a decidere
tecnica di ripresa e contenuti del video E’ mio intendimento, infatti,
caratterizzare la mia produzione videografica con una forte componente didattica
indispensabile, a mio avviso, per far
crescere tecnicamente tutti gli appassionati della pesca in mare e per divulgare
un nuovo approccio alla pesca subacquea, un modo diverso di “andare per
mare”. Ho mantenuto un ottimo rapporto con
l’operatore/produttore dei miei video precedenti, al punto che continuiamo a
collaborare e non escludo di coinvolgerlo anche in altre mie imprese future. In Italia, non ci sono molti artigiani che possano
personalizzare un’attrezzatura videografica subacquea. Mi sono rivolto a Foto Leone di Torino che avevo
visitato nel suo stand all’esposizione EUDI
SHOW questa primavera. Ero rimasto favorevolmente impressionato dalla sua
attrezzatura di ripresa con occhio remoto (una microcamera contenuta in un
cilindro di 54 mm di diametro lunga 110 mm), ma non avevo fatto i conti con la
mia inesperienza: non avevo mai preso in mano una macchina fotografica e ancor
meno una videocamera! Nella scelta dell’attrezzatura per le riprese in un
primo momento mi sono appoggiato ad un amico, grafico pubblicitario, che poi si
è perso per strada, lasciandomi solo e impreparato ad affrontare una tecnologia
sconosciuta. Ho perso anche la collaborazione di Gaspare Battaglia ( noto
recordman di immersione in apnea) che doveva scendere in parallelo con me e
riprendere da lontano i particolari delle catture: è diventato padre in concomitanza con questa esperienza e si
è reso indisponibile! Per una forma di orgoglio non ho chiesto l’aiuto di
Sheilo della Imago, dato che avevo appena costituito un ditta in concorrenza
alla sua.
Dopo un’attenta ricerca nel mercato delle
videocamere, la scelta dello strumento di ripresa è caduta su una handycam
digitale: la Sony PC 100 E, sia per la qualità delle immagini (un CCD da
1.070.000 pixel ed una risoluzione di 520 linee orizzontali) sia per le
dimensioni molto contenute della macchina. Con una lungimiranza del tutto casuale, ho acquistato
due videocamere uguali: una per l’operatore che avrebbe dovuto seguirmi, con
una custodia standard, da impugnare a due mani, ed una per l’auto ripresa con
la microcamera, alloggiata in una custodia personalizzata da tenere sulla
schiena con una cintura apposita. Un cavo video collegava la custodia personalizzata
con dentro la videocamera all’occhio remoto, mentre potevo osservare le
immagini in un monitor separato, penzolante ed ingombrante che ho provveduto
subito ad eliminare! La prima intenzione era di montare la microcamera su
un casco per avere le mani libere ed all’uopo, la C4 mi aveva preparato due
caschi in fibra di carbonio, dopo aver ricevuto il calco in gesso della mia
testa, chiusa nel cappuccio della muta. Alla prima uscita in mare, completamente bardato,
sono stato accompagnato da un amico che mi ha fatto da mezzo - appoggio con il
suo gommone. La missione era di girare le prime scene della cattura del dentice
con una tecnica che descriverò presto in un articolo a parte: “l’aspetto
dinamico”. Ero conscio di dover mettere a punto i primi
automatismi sia nella vestizione che nella tecnica di movimento della testa, ma
i problemi si rivelarono subito di tutt’altra natura. Quel primo giorno feci l’incontro con ben dieci
branchi di dentici riuscendo a catturare e riprendere solo un piccolo esemplare!
Giunto a casa e collegata la videocamera al monitor,
arriva la seconda delusione: molti pesci non compaiono neppure nelle
inquadrature e la qualità delle immagini è scadentissima. Un vero fallimento! Quando il gioco si fa duro, però… Cerco di individuare le ragioni dei vari
inconvenienti: difficoltà di approccio del pesce, centratura del pesce
nell’inquadratura e qualità dell’immagine. Per questa analisi e la risoluzione dei problemi
perdo circa 40 giorni. In sintesi ecco il risultato della mia indagine con
relativa soluzione: Il motorino della videocamera produce un leggero
ronzio che viene amplificato dall’aria contenuta negli spazi morti della
custodia e si diffonde fedelmente senza dispersioni nell’acqua, attirando il
dentice fino ad una certa distanza dalla mia postazione sul fondo, ma
lasciandolo diffidente oltre la portata del fucile. Inizia, così, il calvario dell’insonorizzazione
della custodia! Ottengo una certa coibenza sonora con qualche modesto
intervento: monto delle boccole in teflon sui perni metallici di centraggio
della slitta della videocamera, spalmo una mano di vernice fonoassorbente
(antirombo) all’interno della custodia e copro con un vestitino di neoprene
l’esterno della custodia. Il problema sonoro, però, è tuttora irrisolto. Di recente mi sono procurato delle strisce di
sughero: ho notato che il piano di appoggio della videocamera sulla slitta di
centraggio nella custodia ha uno strato di questo materiale, probabilmente per
assorbirne le vibrazioni. Con il sughero cercherò di riempire anche gli spazi
morti dentro la custodia per ridurre l’effetto di amplificazione dell’aria. Riguardo l’inquadratura del pesce: l’inclinazione
verticale dell’occhio remoto sulla testa è una variabile fondamentale per
centrare la preda.
Per qualche giorno ho provato a montare la
videocamera sul calcio del fucile impiegando una tecnica di ripresa già
collaudata da altri operatori subacquei. Questa soluzione, tuttavia ha portato a
diversi inconvenienti: al momento del tiro, il rinculo dell’arma provoca per
alcune frazioni di secondo immagini sfuocate (tre o quattro fotogrammi ); dopo
il tiro si perde il contatto visivo col pesce, a meno di non seguirlo
continuando a puntare l’arma; il fucile prende costantemente buona parte
dell’inquadratura e alla fine la visione diventava stucchevole. Ho ottenuto una buona tecnica di ripresa, invece,
montando la custodia della microcamera su un tutore, nell’avambraccio destro:
il rinculo del fucile dopo il tiro viene parzialmente assorbito
dall’articolazione del polso e catturato il pesce si può abbandonare il
fucile, continuando a riprendere la scena del pesce arpionato dirigendo
l’avambraccio nella sua direzione. Alla fine di molti esperimenti ero arrivato a
disporre di una buona tecnica di ripresa con la microcamera montata
sull’avambraccio: muovendo il polso, il fucile assumeva diverse posizioni
nell’inquadratura, rendendo piacevole la visione delle fasi di avvicinamento
al fondo. La qualità delle immagini, tuttavia, era sempre scadente nonostante i
miei tentativi di provare diversi tempi di esposizione dell’obiettivo. Le moderne videocamere digitali sono dei veri
computer della ripresa potendo programmare tutte le funzioni ottiche
dell’obiettivo. Sono tutte dotate di “autofocus”, si può “bilanciare il
bianco” e impostare anche effetti speciali. Impiegando l’occhio remoto, però, la videocamera
disposta nella custodia sulla schiena funzionava solo come registratore delle
immagini, mentre le funzioni ottiche erano demandate all’obiettivo della
microcamera. In conclusione registravo con una macchina digitale
molto sofisticata le immagini riprese da una microcamera scadente, con fuoco
fisso, inadeguata in condizioni di luce naturale anche per riprese amatoriali !
Più di nove milioni di lire tra custodia, monitor e
microcamera buttati per la mia inesperienza e l’eccessiva fiducia
nella competenza dell’artigiano che me le aveva confezionate! L’unica possibilità che mi restava era l’autoripresa
con la custodia standard attrezzata per essere impugnata con la mano sinistra. Il primo sforzo in questa nuova direzione si è
rivolto a rendere neutra la custodia in acqua, dosando opportunamente le strisce
di neoprene sulla superficie superiore della scatola. Quello successivo, nel riuscire a mirare la preda:
con il braccio destro impugnando il fucile e con il braccio sinistro impugnando
la custodia della videocamera. Che soddisfazione catturare il pesce due volte! Tra un esperimento e l’altro, però, il periodo dei
dentici è passato. I branchi stazionavano sempre più fondi e il loro
comportamento era sempre più diffidente. Avevo
perso il treno per questo appuntamento, ma si avvicinava il periodo delle orate
sotto costa! In Sardegna, settembre/ottobre sono mesi nei quali
questo splendido sparide si avvicina alla costa per alimentarsi, prima dello
sforzo riproduttivo il cui culmine oscilla intorno alla metà di novembre.
La mia strategia di cattura in questi casi è
l’agguato dalla superficie che i francesi chiamano “pèsce a l’indienne”
e gli spagnoli “pesca a la india”. Mi muovo tra le rocce cercando una continua copertura
alla percezione del pesce, facendo delle brevi pause di osservazione nei punti
topici della costa. Ottengo subito buoni risultati, al punto che Sheilo,
viste le riprese mi fa i suoi complimenti. Il rendimento delle mie battute di pesca, però,
risente dell’ingombro della custodia e soprattutto della impossibilità di
usare la mano sinistra (“attrezzo” indispensabile dell’agguatista).
Non tutte le catture documentate dalle riprese subacquee, inoltre, sono
utilizzabili: a volte il pesce mi coglie di sorpresa a videocamera spenta, a
volte la preda non resta centrata nell’inquadratura. Giorni proficui, ricchi di prede, si alternano a
giorni senza catture documentate, ma l’assiduità con la quale mi trascino
dietro la videocamera alla fine premia il mio sforzo: in due mesi e mezzo,
raccolgo circa trenta catture di orate all’agguato dalla superficie, un numero
imprecisato di saraghi e una decina di scene di spigole. Materiale sufficiente per iniziare il montaggio del
video dell’orata, per preparare il video dell’incontro di Sorrento e per
sperare, in qualche altro mese di riprese subacquee, di terminare anche un video
sull’agguato dalla superficie alla spigola. E’ solo l’inizio di un’impresa, tuttavia, per
me rappresenta la fine di un ciclo e se vi può interessare il mio bilancio: non
ho ricevuto aiuto dalle persone dalle quali me lo aspettavo, ho trovato
assistenza, invece, da persone che mi hanno dato una mano spontaneamente e
disinteressatamente. Come il solito, però, la mano migliore l’ho
trovata in fondo al mio braccio!
Giorgio Dapiran 11/2000
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