Giorgio Dapiran
 

RESOCONTO DELLA MIA ATTIVITA’ VIDEOGRAFICA

Spero che alla pubblicazione di questo articolo, come alla pubblicazione del precedente resoconto sul  Monoscocca, non si scatenino le critiche di usare la lista per pubblicizzare un prodotto, in questo caso i miei video.

 

Voglio, allora, cogliere l’occasione per fare riflettere i lettori che il veicolo per diffondere le mie parole è internet, per antonomasia un ambiente culturale e commerciale “libero” dove non vigono le ipocrisie delle regole della carta stampata.

Casella di testo:  Nessun lettore sborsa una lira, quindi, non acquisisce il diritto di lamentarsi se tra le righe, indirettamente, viene reclamizzato un prodotto. Ha, però, la libertà di chiudere questa pagina se si sente manipolato dalle mie considerazioni su come ho realizzato le riprese, e la chiuda ora, perché dal prossimo capoverso racconterò della mia esperienza di auto ripresa nominando le case produttrici degli articoli impiegati!

 

La decisione di aprire una ditta individuale, regolarmente registrata (per i curiosi) di produzione e vendita di video subacquei è stata conseguente alla difficoltà di programmare le uscite in mare con un operatore dalle capacità eccezionali, come Sheilo Pisciottu (produttore dei miei video precedenti), ma incostante come tutti i “creativi” e di sfruttare la mia attività subacquea giornaliera. L’intenzione è stata inoltre, di giungere a documentare situazioni di caccia, senza la presenza “ingombrante” di una seconda persona che altera sempre l’ambiente di caccia rendendo estremamente difficile documentare la cattura.

In secondo luogo, di essere l’unico a decidere tecnica di ripresa e contenuti del video E’ mio intendimento, infatti, caratterizzare la mia produzione videografica con una forte componente didattica indispensabile, a mio avviso, per  far crescere tecnicamente tutti gli appassionati della pesca in mare e per divulgare un nuovo approccio alla pesca subacquea, un modo diverso di “andare per mare”.

Ho mantenuto un ottimo rapporto con l’operatore/produttore dei miei video precedenti, al punto che continuiamo a collaborare e non escludo di coinvolgerlo anche in altre mie imprese future.

 

In Italia, non ci sono molti artigiani che possano personalizzare un’attrezzatura videografica subacquea.

Mi sono rivolto a Foto Leone di Torino che avevo visitato nel suo stand all’esposizione  EUDI SHOW questa primavera.

Ero rimasto favorevolmente impressionato dalla sua attrezzatura di ripresa con occhio remoto (una microcamera contenuta in un cilindro di 54 mm di diametro lunga 110 mm), ma non avevo fatto i conti con la mia inesperienza: non avevo mai preso in mano una macchina fotografica e ancor meno una videocamera!

Nella scelta dell’attrezzatura per le riprese in un primo momento mi sono appoggiato ad un amico, grafico pubblicitario, che poi si è perso per strada, lasciandomi solo e impreparato ad affrontare una tecnologia sconosciuta. Ho perso anche la collaborazione di Gaspare Battaglia ( noto recordman di immersione in apnea) che doveva scendere in parallelo con me e riprendere da lontano i particolari delle catture:  è diventato padre in concomitanza con questa esperienza e si è reso indisponibile!

Per una forma di orgoglio non ho chiesto l’aiuto di Sheilo della Imago, dato che avevo appena costituito un ditta in concorrenza alla sua.

Casella di testo:  Per correttezza dopo qualche settimana l’ho informato dei miei progetti futuri, ma solo dopo le mie prime riprese di buona qualità abbiamo avuto un incontro nel quale gli ho mostrato il mio lavoro.

 

Dopo un’attenta ricerca nel mercato delle videocamere, la scelta dello strumento di ripresa è caduta su una handycam digitale: la Sony PC 100 E, sia per la qualità delle immagini (un CCD da 1.070.000 pixel ed una risoluzione di 520 linee orizzontali) sia per le dimensioni molto contenute della macchina.

Con una lungimiranza del tutto casuale, ho acquistato due videocamere uguali: una per l’operatore che avrebbe dovuto seguirmi, con una custodia standard, da impugnare a due mani, ed una per l’auto ripresa con la microcamera, alloggiata in una custodia personalizzata da tenere sulla schiena con una  cintura apposita.

Un cavo video collegava la custodia personalizzata con dentro la videocamera all’occhio remoto, mentre potevo osservare le immagini in un monitor separato, penzolante ed ingombrante che ho provveduto subito ad eliminare!

La prima intenzione era di montare la microcamera su un casco per avere le mani libere ed all’uopo, la C4 mi aveva preparato due caschi in fibra di carbonio, dopo aver ricevuto il calco in gesso della mia testa, chiusa nel cappuccio della muta.

 

Alla prima uscita in mare, completamente bardato, sono stato accompagnato da un amico che mi ha fatto da mezzo - appoggio con il suo gommone. La missione era di girare le prime scene della cattura del dentice con una tecnica che descriverò presto in un articolo a parte: “l’aspetto dinamico”.

Ero conscio di dover mettere a punto i primi automatismi sia nella vestizione che nella tecnica di movimento della testa, ma i problemi si rivelarono subito di tutt’altra natura.

Quel primo giorno feci l’incontro con ben dieci branchi di dentici riuscendo a catturare e riprendere solo un piccolo esemplare!

Casella di testo:  Ero sconcertato dalla difficoltà di far avvicinare il pesce con la mia attrezzatura di auto-ripresa. Verso la fine della battuta di pesca, addirittura, una ricciola tra i 20 e i 30 chili mi passava sotto la pancia, ma alla mia planata solitamente irresistibile, il pescione se l’è filata con una leggera accelerazione.

 

Giunto a casa e collegata la videocamera al monitor, arriva la seconda delusione: molti pesci non compaiono neppure nelle inquadrature e la qualità delle immagini è scadentissima. Un vero fallimento!

Quando il gioco si fa duro, però…

Cerco di individuare le ragioni dei vari inconvenienti: difficoltà di approccio del pesce, centratura del pesce nell’inquadratura e qualità dell’immagine.

Per questa analisi e la risoluzione dei problemi perdo circa 40 giorni.

 

In sintesi ecco il risultato della mia indagine con relativa soluzione:

Il motorino della videocamera produce un leggero ronzio che viene amplificato dall’aria contenuta negli spazi morti della custodia e si diffonde fedelmente senza dispersioni nell’acqua, attirando il dentice fino ad una certa distanza dalla mia postazione sul fondo, ma lasciandolo diffidente oltre la portata del fucile.

Inizia, così, il calvario dell’insonorizzazione della custodia!

 

Ottengo una certa coibenza sonora con qualche modesto intervento: monto delle boccole in teflon sui perni metallici di centraggio della slitta della videocamera, spalmo una mano di vernice fonoassorbente (antirombo) all’interno della custodia e copro con un vestitino di neoprene l’esterno della custodia. Il problema sonoro, però, è tuttora irrisolto.

Di recente mi sono procurato delle strisce di sughero: ho notato che il piano di appoggio della videocamera sulla slitta di centraggio nella custodia ha uno strato di questo materiale, probabilmente per assorbirne le vibrazioni. Con il sughero cercherò di riempire anche gli spazi morti dentro la custodia per ridurre l’effetto di amplificazione dell’aria.

 

Riguardo l’inquadratura del pesce: l’inclinazione verticale dell’occhio remoto sulla testa è una variabile fondamentale per centrare la preda.

Casella di testo:  Il cono di ripresa della microcamera è abbastanza stretto, per godere di una maggiore profondità di campo quando il pesce è lontano, perciò, occorre una buona mira oltre che col fucile anche con l’occhio remoto. Ho determinato per tentativi l’inclinazione ottimale, ma alla fine ho rinunciato a questa tecnica di ripresa perché i movimenti della testa sono troppo nervosi e nonostante l’autocontrollo è difficile  spostare il capo con una velocità gradevole anche per lo spettatore.

Per qualche giorno ho provato a montare la videocamera sul calcio del fucile impiegando una tecnica di ripresa già collaudata da altri operatori subacquei. Questa soluzione, tuttavia ha portato a diversi inconvenienti: al momento del tiro, il rinculo dell’arma provoca per alcune frazioni di secondo immagini sfuocate (tre o quattro fotogrammi ); dopo il tiro si perde il contatto visivo col pesce, a meno di non seguirlo continuando a puntare l’arma; il fucile prende costantemente buona parte dell’inquadratura e alla fine la visione diventava stucchevole.

 

Ho ottenuto una buona tecnica di ripresa, invece, montando la custodia della microcamera su un tutore, nell’avambraccio destro: il rinculo del fucile dopo il tiro viene parzialmente assorbito dall’articolazione del polso e catturato il pesce si può abbandonare il fucile, continuando a riprendere la scena del pesce arpionato dirigendo l’avambraccio nella sua direzione.

Alla fine di molti esperimenti ero arrivato a disporre di una buona tecnica di ripresa con la microcamera montata sull’avambraccio: muovendo il polso, il fucile assumeva diverse posizioni nell’inquadratura, rendendo piacevole la visione delle fasi di avvicinamento al fondo. La qualità delle immagini, tuttavia, era sempre scadente nonostante i miei tentativi di provare diversi tempi di esposizione dell’obiettivo.

 

Le moderne videocamere digitali sono dei veri computer della ripresa potendo programmare tutte le funzioni ottiche dell’obiettivo. Sono tutte dotate di “autofocus”, si può “bilanciare il bianco” e impostare anche effetti speciali.

Impiegando l’occhio remoto, però, la videocamera disposta nella custodia sulla schiena funzionava solo come registratore delle immagini, mentre le funzioni ottiche erano demandate all’obiettivo della microcamera.

In conclusione registravo con una macchina digitale molto sofisticata le immagini riprese da una microcamera scadente, con fuoco fisso, inadeguata in condizioni di luce naturale anche per riprese amatoriali !

 

Casella di testo:  Mi sono accorto di questo pasticcio riprendendo il carniere di una pescata a base di dentici posta sul paiolo del gommone, sia con la microcamera, che con la videocamera. La differenza tra le due riprese era sorprendente: la prima con colori sbiaditi e una scarsa definizione d’immagine, la seconda fedele fin nei minimi particolari, lo zoom permetteva persino di contare le squame dei pesci!

Più di nove milioni di lire tra custodia, monitor e microcamera buttati per la mia inesperienza e l’eccessiva fiducia  nella competenza dell’artigiano che me le aveva confezionate!

L’unica possibilità che mi restava era l’autoripresa con la custodia standard attrezzata per essere impugnata con la mano sinistra.

 

Il primo sforzo in questa nuova direzione si è rivolto a rendere neutra la custodia in acqua, dosando opportunamente le strisce di neoprene sulla superficie superiore della scatola.

Quello successivo, nel riuscire a mirare la preda: con il braccio destro impugnando il fucile e con il braccio sinistro impugnando la custodia della videocamera.

Che soddisfazione catturare il pesce due volte!

Tra un esperimento e l’altro, però, il periodo dei dentici è passato. I branchi stazionavano sempre più fondi e il loro comportamento era sempre più diffidente.

 Avevo perso il treno per questo appuntamento, ma si avvicinava il periodo delle orate sotto costa!

 

In Sardegna, settembre/ottobre sono mesi nei quali questo splendido sparide si avvicina alla costa per alimentarsi, prima dello sforzo riproduttivo il cui culmine oscilla intorno alla metà di novembre.

Casella di testo:  Vengono ad ingozzarsi di molluschi, piccoli crostacei, invertebrati e delle radici di alcune alghe brune. Si incontrano lungo le pareti a pochi decimetri dalla superficie, o nelle insenature poco profonde dove la roccia si alterna alla sabbia e alla posidonia.

La mia strategia di cattura in questi casi è l’agguato dalla superficie che i francesi chiamano “pèsce a l’indienne” e gli spagnoli “pesca a la india”.

Mi muovo tra le rocce cercando una continua copertura alla percezione del pesce, facendo delle brevi pause di osservazione nei punti topici della costa.

Ottengo subito buoni risultati, al punto che Sheilo, viste le riprese mi fa i suoi complimenti.

 

Il rendimento delle mie battute di pesca, però, risente dell’ingombro della custodia e soprattutto della impossibilità di usare la mano sinistra (“attrezzo” indispensabile dell’agguatista).  Non tutte le catture documentate dalle riprese subacquee, inoltre, sono utilizzabili: a volte il pesce mi coglie di sorpresa a videocamera spenta, a volte la preda  non resta centrata nell’inquadratura.

 

Giorni proficui, ricchi di prede, si alternano a giorni senza catture documentate, ma l’assiduità con la quale mi trascino dietro la videocamera alla fine premia il mio sforzo: in due mesi e mezzo, raccolgo circa trenta catture di orate all’agguato dalla superficie, un numero imprecisato di saraghi e una decina di scene di spigole.

Materiale sufficiente per iniziare il montaggio del video dell’orata, per preparare il video dell’incontro di Sorrento e per sperare, in qualche altro mese di riprese subacquee, di terminare anche un video sull’agguato dalla superficie alla spigola.

 

E’ solo l’inizio di un’impresa, tuttavia, per me rappresenta la fine di un ciclo e se vi può interessare il mio bilancio: non ho ricevuto aiuto dalle persone dalle quali me lo aspettavo, ho trovato assistenza, invece, da persone che mi hanno dato una mano spontaneamente e disinteressatamente.

Come il solito, però, la mano migliore l’ho trovata in fondo al mio braccio! 

 

 

Giorgio Dapiran

Giorgio Dapiran 11/2000