VACANZE A PELJESAC (SABBIONCELLO) 2003 Per chi non lo sapesse (chi sa già tutto quello che c’è da sapere può fare a meno di leggere), Peljesac è una penisola lunga un’ottantina di km. a Nord di Dubrovnik, da cui dista un centinaio di km., piuttosto stretta e montuosa, con la parte interna che alterna picchi di roccia scabra a valli coltivate perlopiù a vigneto e olivi e folta macchia mediterranea; per i naturalisti, qua, tra la varia fauna selvatica, sopravvive lo sciacallo europeo (oltre a cinghiali, mufloni, volpi, etc.). La penisola forma, nella parte settentrionale, una sorta di profondo golfo, in fondo al quale si trova la foce della Neretva che, con il suo apporto di nutrienti crea un habitat (sabbia, fango) favorevole a cefali, branzini e orate (vedi oltre); sul lato opposto acqua più limpida, il che equivale a dire pareti di roccia, cernie, scorfani, corvine etc.. Dalla costa settentrionale, attraversando un braccio di mare di appena tre miglia, si arriva alla costa dell’isola di Hvar, dal lato meridionale si può raggiungere (appena due miglia) l’isola di Korcula. Per arrivare a Peljesac potete scegliere (e su internet trovate tutte le notizie del caso) tra: catamarano solo passeggeri da Pescara, che parte al mattino e arriva sull’isola di Korcula a Vela Luka a tarda sera, poi autobus e traghetto da Korcula scalo fino a Orebic; traghetto da Ancona, con partenze alla sera e arrivo al mattino a Spalato, poi autobus o automobile prendendo la litoranea (Magistrala), circa 3-4 ore di viaggio. Catamarano (più veloce ma più caro) con trasporto auto sempre da Ancona. Gli aerei non li considero perché i pescasubbi viaggiano carichi. Se arrivate via terra occorre il passaporto; infatti per arrivare a Peljesac (o anche per visitare Dubrovnik, se è per questo), si attraversa lo sbocco al mare della Bosnia, che si trova proprio dentro il golfo di cui sopra, detto Malo More, ovvero mare piccolo. Avvertenza: questo è il mio diario, quindi zeppo di esperienze, considerazioni o anche solo patetici tentativi di umorismo che interessano solo me, lo pubblico per condividere le notizie utili, informazioni turistiche ed esperienze di pesca sono in grassetto, il resto si può anche saltare.
I PREPARATIVI
Causa accidenti vari quest’anno ho dovuto prenotare in ritardo e, soprattutto, spostare le ferie dal mese di Luglio a quello di Agosto. Avendo sperimentato l’esosità delle agenzie di viaggio croate cerco su internet qualche contatto privato, alla fine riesco a reperire un alloggio che si distingue per essere piuttosto a buon mercato e dall’aspetto più che dignitoso in località Trpanj, ovvero sul lato sbagliato della penisola; quello settentrionale, mentre diversi amici mi avevano assicurato ricchezza e varietà di pesce sul lato opposto, rivolto verso il mare aperto. Quest’anno le mie finanze languono (dentista, sostituzione del p.c., inflazione, tasse etc.) per cui mi faccio convincere dalla possibilità di ridurre le spese. Prenoto quindi con uno scambio di e-mail con l’indirizzo ninavitaljic@net.hr presso la famiglia Vitaljic (info e foto all’indirizzo web http://www.peljesac.info/vitaljic/ ) concordando un prezzo in alta stagione per un appartamentino da due/tre posti con bagno camera da letto e cucinino, tavolino sotto il pergolato nel cortile, posto in acqua per il gommone, posto auto, uso barbecue etc. a 20 euro al giorno; se ve la cavicchiate con l’inglese potete anche telefonare al 0038520743634. Anticipo con vaglia postale internazionale (le commissioni per un bonifico bancario internazionale sono mostruose). Ordino carte nautiche particolareggiate alle edizioni “il frangente” (meno costose di quelle italiane, possibilità di acquisto contrassegno a mezzo internet www.frangente.com ) Quest’anno, considerato che, in altissima stagione e con il rimorchio del gommone (500 euro circa con il passaggio ponte, la compagnia più scalcinata e la partenza infrasettimanale), il traghetto è decisamente costoso, e volendo vedere un po’ più della Croazia, decido di fare il viaggio in auto passando da Trieste. Gli auspici non sono buoni, bloccato da mal di schiena, sono all’asciutto da diverso tempo, una noiosa infezione all’anulare sinistro si è trasformata in un’unghia incarnita (ogni volta che afferro qualcosa vedo le stelle e comincio a sanguinare), naturalmente a Luglio non riesco a trovare un medico che me la sistemi, trovatone uno questi mi sposta pure l’appuntamento, riesco a recarmici solo la sera prima della partenza. Anestesia al dito, cauterizzazione della masserella di tessuto che aveva ricoperto l’unghia, resezione della stessa e, ahi, ahi, raccomandazione a non bagnare la medicazione; scena 1 atto I°: io: “ma, veramente, sto per partire per le vacanze al mare, e vorrei andare in acqua” medico: “glielo proibisco, questo è pur sempre un piccolo intervento chirurgico, i suoi tessuti sono allo scoperto e le infezioni in agguato” io (propositivo): “ma io volevo andarmene a pesca, non potrei rimediare con la protezione di un guanto di caucciù?” medico: “no, su queste cose non transigo, non se ne parla” …….(silenzio carico di tensione) medico (conciliante): “ma dove va a pesca?” io: “pensavo di andarmene in Dalmazia, penisola di Peljesac, amici me ne hanno parlato bene” medico: “fa pesca d’altura?” io “no, pesca subacquea” medico (illuminandosi): “ah, anch’io faccio pesca subacquea, lo scorso anno sono andato in Grecia con amici e abbiamo preso diverse cernie” io: “eh, sì, anch’io sono stato in Grecia per un paio d’anni, veramente un bel mare, anche se la normativa penalizza noi italiani” ……. (silenzio carico di ricordi) medico: “beh, tanto se fa pesca subacquea metterà i guanti, no?! Per cui penso che se usa questa pomata antibiotica e cambia la medicazione ogni due giorni non dovrebbero esserci problemi, in caso ha dello zimox?” io “sì, ne ho una scatola nella farmacia da viaggio” medico: “allora buon viaggio e in culo alla balena!!” morale: VIVA I MEDICI PESCASUBBI!!!
Arrivo a casa alle 21,00 dopo il necessario giro per rintracciare la farmacia di turno, inizio il carico dell’auto, operazione che si concluderà il mattino dopo. Anche quest’anno l’equipaggio è composto da me, Monica (qualifica consorte), citroen Berlingo detto “carriolo”, gommone Mariner 4.30 con Mercury 2 tempi da 40 cavalli detto “Sunz” sia per le doti di sporchevolezza che per l’aspetto salsicciforme (data l’origine vernacolare questa la dovrebbero capire solo i romagnoli), carrello leggero TB350 marca Pima con cuscinetti di ricambio per le ruote; un’amica di Monica, Luisa, ci raggiungerà dopo una decina di giorni.
29/07/2003
Giorno della partenza, scelta infrasettimanale per evitare un po’ di traffico e non aver problemi a rimediare un’officina meccanica aperta in caso di bisogno. Alle 8,30 siamo in strada. Tratto italiano Rimini- Trieste senza storia: code, traffico rallentato da autotreni, un incidente grave etc. etc.. Monica si rende conto di aver dimenticato a casa l’unico ingrediente indispensabile per la sua alimentazione che in Croazia è difficilmente reperibile, ovvero il parmigiano reggiano, provvediamo al primo supermarket che troviamo in strada. A Trieste arriviamo all’imbocco per la E63 per Fiume (Rijeka) alle 15,00 circa. La strada si snoda per una settantina di km tra prati e boschi di conifere con frequenti sobe (affittacamere) e konobe (trattorie), nonché qualche gostilna (locanda). A Rijeka inizia una strada larga e nuovissima con limiti di velocità tra i 30 e i 50; data la forte pendenza e i controlli della locale polizia, è meglio non ignorarli. Superato il pittoresco fiordo di Bakar inizia la litoranea vera e propria, con splendini panorami sulle isole. Devo procedere con cautela, dopo mesi di bonaccia si è scatenato un vento settentrionale (Bora, per dirla tutta) che ha facile presa sul mio rimorchio. Alle 18,00 decido che è meglio cominciare a cercare un alloggio per la notte; mezz’ora dopo arriviamo al paesino di Karlobag, di fronte all’isola di Pag, lungo la strada d’accesso al paese diverse signore mostrano cartelli che offrono alloggi. Ci rivolgiamo alla seconda che ci conduce alle camere Marija, una casetta con alloggi ricavati in economia dal corpo principale, impianto elettrico vetusto, mobili spaiati, ma il materasso a molle è nuovo e l’appartamento di due stanze + bagno e cucina + parcheggio recintato x auto e traino per una sola notte è più di quanto desiderassimo (30 euro il conto). Bello senz’altro l’esterno, circondato da pergolati d’uva, alberi di fico, oleandri e da un grande e nodoso prunus che non sono riuscito ad identificare, c’è pure lo stenditoio, il tavolino e il barbecue. La sera passeggiata per il paese, che spicca per la mancanza di attrattive; ci rivolgiamo alla locale agenzia bancaria per cambiare un po’ di euro nella moneta locale; ci informano che hanno esaurito la moneta locale (!?!) e ci invitano a rivolgerci alla agenzia di cambio nonché ufficio turistico nella piazzetta del paese. Cena in un ristorante pizzeria con pizza ai frutti di mare, spiedini di carne, insalata, patatine, birra e calamari fritti il tutto equamente ripartito (conto 20 euro). Il vento è così forte che avrei bisogno di una zavorra per la pizza; afferriamo al volo due volte il cestino per il pane; l’idea di poltrire in un caffè all’aperto diventa irrealizzabile: Monica è decisamente infreddolita. Dopo la recente visita dei ladri in casa nostra, mi chiede di sbarrare le finestre. Il caldo inevitabilmente mi sveglia alle 2,00. Acqua e magnesia, aggiornamento del diario e controllo sulla cartina il tragitto di domani, scopro che la litoranea (Magistrala) prima di Zadar passa su un ponte chiuso ai rimorchi in caso di forte vento, speriamo bene!! Saluto il grasso scorpione lungo circa 8 cm. che scorazza sui muri in funzione insetticida e ritorno a letto.
30/07/2003 Colazione in un bar del centro, niente croissant o biscotti, al limite uova e pancetta, la panetteria ha una fila di ¾ d’ora; ci accontentiamo di un cappuccino pressoché imbevibile, saldiamo il conto dell’affittacamere e ripartiamo alle 9.00. Da qui fino a Novigrad la strada è l’ideale per un motociclista, con i suoi saliscendi e le sue curve che seguono la linea di costa, praticamente niente centri abitati, senza rimorchio avrei potuto tenere la media degli 80, avendo però incontrato due pattuglie con autovelox la mia andatura lumachesca è decisamente preferibile. A Novigrad troviamo l’unico tratto autostradale della costa croata (circa una ventina di km); all’uscita decidiamo, convinti dalla cartina a ns. disposizione, di abbandonare la Magistrala tagliando per Split verso l’interno. Per quanto riguarda i tempi di percorrenza e l’agibilità si rivelerà un errore. Due notazioni importanti su questo tratto: la prima riguarda la triste evidenza della recente guerra (1991/1995), interi villaggi distrutti, centinaia di case con il tetto sfondato e i muri crivellati di proiettili, ovunque i segni degli incendi appiccati, la zona è ancora spopolata, non tutti i croati cacciati dalle loro case hanno fatto ritorno e i serbi che abitavano sono stati cacciati dalle milizie croate o se ne sono andati per paura di ritorsioni; non bello ma utile per la memoria di cosa sia la guerra; la seconda riguarda la strada stessa che, benché non risulti dalla carta fornita dall’ufficio turistico, a un certo punto diventa bianca e si tuffa con pendenza non indifferente in un’ampia gola restringendosi progressivamente; in fondo alla gola un fiume (è la Krka), con antichi mulini in pietra, laghetti, cascatelle, vegetazione lussureggiante, acque cristalline e numerose passerelle che permettono di goderne anche ai più pigri e meno rustici; una Plitvice in miniatura, insomma; il tutto ha un’aria così riposante che propongo a Monica una sosta di 10 minuti per qualche foto, ma un addetto del parco (sì, la zona è parco nazionale) ci informa che c’è da pagare un biglietto di circa 20 euro a testa, valido per tutta la giornata ma un po’ troppo caro per i 10 minuti a ns. disposizione, quindi proseguiamo accontentandoci della sbirciatina a un angolo di mondo incantevole. Arriviamo a Split alle 13,30 e riprendiamo la Magistrala. Alla faccia di Lunardi posso tranquillamente asserire che solo la mia bassa velocità (max 70 km/h su strada normale) mi ha permesso di evitare, lungo i 1100 km. complessivi di tragitto, almeno 3 incidenti. La Magistrala è trafficata ma mi permette una velocità media di 60 km/h; alle 15.00 mi rendo conto che il mio livello di attenzione è precipitato. Finalmente adocchio un caffè che ha posto per il mio ingombrante convoglio nel parcheggio: mi fermo, chiedo un espresso; il barista nasconde evidentemente un paio di ali angeliche sotto la camicia bianca, il caffè non è solo discreto, ma anche a livello bordo tazzina, con la maggior quantità possibile di caffeina spremuta dalla miscela, mentre lo sorseggio, guardando qualcosa che non sia la strada e la luce abbacinante della giornata estiva, il velo di stanchezza mi cade dagli occhi, acquisto una coca come integratore di zucchero e caffeina e riprendo il viaggio rinfrancato (a conti fatti ho guidato per dieci ore al giorno per due giorni, senza sosta per il pranzo e, naturalmente, senza pranzo). Monica, gesticolando, riesce a perdere la cartina stradale che veleggia dal finestrino verso il mare aperto (comunque, ormai, non dovremmo avere dubbi). Arriviamo a Ploce, alla foce della Neretva, da qui parte anche un traghetto diretto a Trpanj, ma ormai manca poco più di un’ora di strada e non ho voglia di mettermi in fila per un traghetto e una biglietteria, molto meglio camminare con i finestrini aperti per scacciare il caldo. Questa un tempo era una zona di acquitrini, ora, pur restando una importante zona umida, è stata bonificata e trasformata in un intrico di canali che alimentano una ricca produzione di ortaggi e frutta; lo scacchiere geometrico formato da fossati, chiuse e campi, con isolotti rocciosi che spuntano dal verde come un tempo spuntavano dalla palude, ha il fascino dell’inusuale. Subito dopo inizia una lunga teoria di produttori che vendono, ai margini della strada, frutta e verdura tenuta in fresco con l’acqua del fiume spruzzata senza sosta (dall’orto alla tavola), ne acquistiamo un po’ e posso affermare che è ottima e a buon mercato. Attraversiamo anche due corsi d’acqua (bracci del fiume? Canali?) navigabili, con file di case sugli argini, ognuna con una barca di fronte, non fosse per l’acqua più limpida il ricordo va al canale del Brenta. Attraversiamo poco dopo il confine bosniaco (niente visto, basta esibire i passaporti); la città che si affaccia sul mare, Neum, è francamente orribile, genere Montecarlo con meno eleganza, ovvero un coacervo di costruzioni massicce impilate in uno spazio limitato che ci lasciamo volentieri alle spalle. Stiamo costeggiando il Malo More da almeno 45 min.; lo stretto braccio di mare è punteggiato dagli allevamenti di molluschi (perlopiù cozze e ostriche), dopo le verdure dall’orto al consumatore cominciano a vedersi chioschi che vendono cozze e ostriche dal mare direttamente alla tavola, alla faccia della catena del freddo. Il posto sta rivelandosi pericoloso per chi ama la buona tavola. Superiamo il paesino di Ston, porta di ingresso della penisola di Peljesac, con le sue saline ancora in funzione e la sua imponente cinta fortificata duecentesca, un vero e proprio vallo che controllava l’accesso alla penisola (il ns. ospite ci informerà che è la seconda fortificazione per estensione dopo la muraglia cinese, ancora intatta); il paese è rinomato per i ristoranti di pesce. Proseguiamo per Trpanj attraversando valli dove, anche con l’esteso utilizzo di terrazzamenti , ogni palmo di terreno è riservato alle basse viti locali. Attraversiamo l’abitato di Janijna dove compaiono i primi cartelli di vendita vino; arranchiamo dietro un’autobotte con motore e freni spompati, a 10 km. all’ora, passiamo Potomje, centro di produzione vinicola con diverse cantine che invitano alla degustazione del proprio prodotto, e infine arriviamo al bivio per Trpanj. La cittadina sorge in fondo a una stretta gola il cui fondo è coperto di viti e olivi e, vicino al mare e al paese, di orti, fichi, noci e agrumi, nei giardini delle case palme, oleandri, limoni e mandarini. Troviamo subito casa Vitalijc: è proprio di fianco al campo di calcio, il parcheggio è un altro paio di maniche, qua i cm. sono contati, ma con l’aiuto del ns. ospite riusciamo a sistemarci in poco tempo. Il sig. Ivan Vitalijc e gentile signora ci offrono del liquore di propria produzione (acquavite aromatizzata con coccole verdi di cipresso) che vendono anche (35 kn al litro) e ci mostrano l’appartamento, molto lindo e, quel che conta, con un modernissimo impianto di aria condizionata in camera da letto; da segnalare le deficienze “culturali” dell’attrezzatura della piccola cucina, mancano un pentolino per il latte, un colapasta, una caffettiera e una grattugia, ovviamente, a parte il colapasta che acquisteremo in plastica e a poco prezzo in un mercatino locale, il resto ce lo siamo portati da casa. Come a Rimini, ai vecchi tempi, l’acqua della doccia, all’ora del ritorno dalle spiagge, è ridotta a un filo. Facciamo conoscenza anche con le figlie dei ns. ospiti: Ivana e Nina (entrambe molto graziose e gentili, vera miniera di informazioni utili in risposta ai ns. quesiti posti nel mio. pidgin english italiota). Doccia e poi a cercare un posto dove procurarci la cena. Dal porto (a circa 500 mt.) si vedono ardere i fuochi degli incendi sull’isola di Hvar, che il vento sta spingendo verso il mare. Durante il ns. viaggio sono scoppiati incendi su Hvar, Korcula e Vis, un vero disastro. I tavoli all’aperto delle taverne più invitanti sono ormai tutti occupati, ripieghiamo su birra e pizza (buona la prima, orrenda la seconda) in una taverna specializzata nell’arrostire montoni interi nei fine settimana (da evitare negli altri giorni).
31/07/2003 Sveglia alle 5,00, colazione e giretto esplorativo del paese, ci sono due edicole che vendono al prezzo di 13 Kn (1 euro = 7.,5 Kn) anche quotidiani italiani vecchi di un giorno, tre mini market, due panetterie, tre negozi di frutta e verdura, qualche konoba, alcuni caffè, una gelateria, un grill bar specializzato in pesce con tavolini sulla spiaggia di ciottoli all’estremità occidentale del paese, due caffè/ristoranti/pizzeria, in un negozio acquisto pane, strudel e krapfen con marmellata, se non si vogliono fare i 500 mt. fino al centro c’è un minimarket che ha un po’ di tutto a 50 mt. da casa Vitalijc. Il ns. padrone di casa ci accompagna all’alaggio del gommone: una spiaggetta di ciottoli all’estremo limite orientale del porto, subito dopo il distributore di benzina, l’unico di tutta la penisola oltre a quello di Potomje, distante una ventina di km e nell’entroterra, gli altri approdi e porticcioli della penisola, Orebic, Trstenik, Zuliana, Loviste, Drace, ne sono sprovvisti. Da lì mi accompagna alla baietta di Blace, una caletta all’imbocco della prima insenatura procedendo verso Est; si entra solo con il motore nella posizione di shallow drive per un passaggio largo 2 mt., per ritornare a casa c’è un sentiero che sale per 50 mt. con una serie di gradini, poi duecento mt. di stradello. La tappa successiva è la capitaneria per il permesso di navigazione e di pesca; qui il sig.Vitalijc non era ben informato, i permessi di pesca per i non residenti vanno acquistati a Korcula o a Ploce; con permesso di navigazione dell’anno precedente (da’ diritto a un abbuono del 10%), certificato di assicurazione, certificato d’uso del motore, patente nautica, passaporti, riusciamo ad ottenere almeno il permesso di navigazione (l’addetto è gentilissimo e parla pure italiano), praticamente proibito raccogliere altri passeggeri, questo per scoraggiare l’attività abusiva di noleggiatore di natanti (più probabile che serva a incoraggiare l’attività dei locali noleggiatori), ogni nuovo passeggero va registrato con pagamento di un balzello per la pratica. Pranzo con scatolame e pennichella che, complice la stanchezza del viaggio, si protrae troppo, Korcula e il permesso di pesca dovranno aspettare domani, l’avessi saputo avrei provveduto per strada. La motonave e il traghetto per Korcula partono da Orebic, che dista una ventina di km., intanto andiamo a dare un’occhiata al posto e a fare un giro turistico, qualche foto alle ville del 700/800 di fronte al mare, cena e a letto.
1/8/2003
Sveglia alle 7,00, colazione e partenza per Orebic ; parcheggiamo in prossimità del molo (il parcheggio si trova sempre anche perché è a pagamento, 5 kn all’ora); traghetto alle 9,30, biglietto 10 kn; tragitto 15 min. Korcula val bene una giornata per la visita, già dal mare è uno spettacolo. In capitaneria non fanno permessi di pesca, mi indirizzano a un negozietto sull’altro lato della rada denominato “Sessa marina”; al primo passaggio non lo noto, anche perché espone una grande scritta che parla di attività di fotocopisteria, il permesso costa 700 kn per un mese e 600 kn per 14 giorni, opto per il mese. Monica, nel frattempo, si delizia con una truppa di gattini semirandagi che bivaccano sulla banchina. Korcula ha una cattedrale che merita una visita, strette stradine in salita in fondo alle quali luccica l’azzurro del mare, una cinta muraria dalla quale si gode il panorama della baia, una piazza con una fontana canterina, caffè, negozi, mercatino; nel mercatino una simpatica scenetta: in una bancarella sono esposti, tra vari esempi di artigianato in legno, anche delle riproduzioni, interamente in legno dolce, di quell’arma medievale formata da un’impugnatura e una testa in piombo o ferro con infisse punte metalliche, una turista domanda cosa sia lo strano attrezzo (in legno laccato ha effettivamente poco senso) e a cosa serva, il venditore allarga le braccia , si stringe nelle spalle e risponde “Souvenir!!!”. Pranziamo in un piccolo locale con tavolini all’aperto sul fondo di uno stretto vicolo, praticamente quasi sempre all’ombra, con pane, olive, formaggio e insalata. Partenza per Orebic alle 13.00. Appena arrivato preparo l’attrezzatura per la prima uscita: giacca da 5 mm foderato/spaccato, pantaloni da 3 mm. bifoderati, fucile apache 90 con elastici top sub (già collaudati e, finora, i migliori mai provati), schienalino leggero anti mal di schiena e cintura. Alle 16,00 trasporto il tutto al gommone; il tempo è nuvolo, mi fermo alla prima baia verso Est, l’intento è quello di sturarmi le orecchie, controllare l’assetto e riprendere confidenza con l’elemento acqueo, Monica mi raccomanda di ritornare in caso di maltempo. In acqua abbondanza di minutaglia, le rocce scendono al massimo a 10-12 metri , poi inizia un uniforme pendio sabbioso. Quasi subito incoccio due reti che chiudono la baia, le hanno posate dopo che ero entrato in acqua, poi comincia a diluviare. Rientro precipitoso al gommone, riporto all’ormeggio una incazzatissima consorte e riparto per cercare un altro posto senza reti, smette immediatamente di piovere. Alla prima discesa per far uscire l’aria dalla muta mi sistemo dietro un grosso masso mirando alla sommità, sono distratto, non penso di iniziare subito l’azione di pesca , controllo gli elastici, mi guardo intorno, e vedo, con la coda dell’occhio, scodare a ½ metro dalla punta dell’asta, una orata da kg. e ½. Proseguo più concentrato, ma quello era l’unico riparoL. Acchiappo una corvinetta da ½ kg fuori dalla tana e ne avvisto un’altra intanata che lascerò stare, ho già la cena, mia moglie snobba il pesce e io punto adesso al pescione. Grazio parimenti un marvizzo da kg, sta annottando e decido di rientrare (non ho luci di via sul gommone). Qui necessita un intermezzo da guida turistica: la caletta dove tengo il gommone, Blace, è rinomata per una caratteristica del fondale, che è basso e fangoso, la gente del posto raccoglie il fango e se lo spalma addosso, con intenti cosmetici o curativi; l’origine del fango nerastro non sembra minerale; probabilmente, poiché la caletta è quasi completamente chiusa al mare, è formato da terriccio e dai detriti vegetali in decomposizione del sovrastante boschetto (comunque poco sopra c’è anche il cimitero). Ormeggio e, è ormai buio, salto dal gommone sul pontile, coperto dal fango lasciatovi dai vari cultori, normalmente una crosta solida, ma il temporale l’ha trasformato in una pista da pattinaggio, scivolo malamente e mi strappo un paio di muscoli importanti della coscia destra (adduttore e tricipite). Non emetto suono ma rimango immobile tremando per il dolore per 15 minuti, realizzando che sono appena sfumate le mie aspettative di una vacanza “sportiva” con tanto mare e tanto pesce, poi comincio a testare le capacità della gamba, camminando con prudenza su e giù per il pontile, la gamba comincia ad irrigidirsi, di scaricare il gommone non se ne parla; ricomincia a diluviare, mi avvio zoppicando e sacramentando verso casa con la muta addosso, suscitando la curiosità delle poche persone che incontro. Giunto a casa Vitalijc busso alla finestra del ns. appartamento e chiedo a mia moglie di sfilarmi i pantaloni della muta e di preparare una iniezione di voltaren. Mi verso una generosa dose dell’analgesico gentilmente fornito dal ns. padrone di casa e, mentre Monica va a recuperare il carriolo, giaccio bocconi sul letto in attesa che i due medicinali facciano effetto; non posso fare a meno di pensare a una stupida freddura: “Babbo natale è pronto per il giro annuale, va nella stalla e trova tutte le renne sulla schiena e con le zampe per aria, stecchite, disperato chiama subito il veterinario che fa loro un’iniezione, queste si rimettono immediatamente in piedi; che medicinale ha usato il veterinario? Il Volta-ren!!”
Pesci non sparabili avvistati in questa prima sfigatissima uscita: saraghetti, occhiate, uno scorfanetto da 3 etti, branchi di cefaletti e salpe grassottelle.
02/08/03 Zoppico a doccia e colazione, mi gratifico con krapfen con marmellata e strudel e giornale. Poi a letto con la gamba sollevata per far defluire il sangue, leggo 2 romanzi, a sera a cena alla locanda Dubrovnik. Monica preferisce carne, ordiniamo grigliata mista; scopriremo trattarsi di carne tritata a forma di hamburger, carne tritata a forma di polpette e la stessa carne non tritata infilzata su uno spiedino, vino rosso buono per acidificare l’acqua (forse era meglio ordinare pesce), affittano anche camere e parlano un discreto italiano.
3/8/2003 Oggi lo dedico a un tentativo di riabilitazione. Uscendo dal paese verso l’interno, svoltiamo quasi subito a destra verso il Divna Camp (c’è l’indicazione), da lì parte una strada che attraversa un panorama gradevole: tra le montagne scabre si aprono vallicelle coltivate a vite e olivo, alternati a piccoli appezzamenti a foraggio recintati da muretti a secco e a qualche lembo di macchia mediterranea, dopo 5-6 km arriva al campeggio Divna, con la sua baia di acqua cristallina chiusa da un isolotto. Dopo il campeggio la strada segue la linea di costa, permettendo di raggiungere una serie di spiaggette di ciottoli poco frequentate e molto pulite (salvo le ormai immancabili bottiglie di plastica), scendiamo a una di queste e faccio massaggiare la mia gamba dolorante dall’acqua fresca, seduto su uno scoglio a pelo d’acqua (la mia diabolica consorte fa ogni genere di battute sulla “sirenetta croata”). A fatica indosso le pinne corte e provo a scioglierla per due ore e ½; senza corrente e senza muoverla in risalita dovrei farcela (pinneggiando in superficie lavorano perlopiù le fasce muscolari anteriori); sul fondo sabbioso ho visto le tracce del pascolo di cefali e mormore, non ci sono ripari, non sembra convenga tornarci con altri intenti. Dopo un sonnellino decido di tentare un calasole nella baia dell’altr’ieri (con l’assistenza attiva della consorte, stavolta). Dimentico le cavigliere che bilanciano lo schienalino, la gamba malridotta non ne vuole sapere di restare sul fondo, i ripari sono pochi e piccoli, o incastro le gambe o nascondo il corpo, l’acqua è torbida a causa di un po’ di maretta e il boccaglio si riempie spesso a causa dello sbilanciamento, dopo un po’ sono piuttosto scocciato, rientro al gommone dimenticando che la gamba destra NON spinge, nel risalire mi sbilancio e mi stiro il bicipite del braccio destro. Arrivati a casa Vitalijc mia moglie si rende conto che sto spalmando anche questa parte del corpo con gel antidolorifico e mi consiglierà di dedicarmi a qualche attività più sedentaria, tipo la coltivazione dei cetrioli; obietto che già in passato mi ero dedicato ad attività da pensionato come la raccolta dei funghi (precipitato da un dirupo, 15 gg. di letto, inseguito da un toro, caricato da un cinghiale maschio da 100 kg. e rotti, caduto in un torrente in piena) e l’allevamento delle api (diventato allergico, viaggiavo con ammoniaca, adrenalina e cortisone, rischiando altrimenti lo shock anafilattico). E’ domenica e le taverne offrono montoni allo spiedo e vitello cotto nella campana di ferro, Monica reclama minestrina e letto, io, obbligato alla sedentarietà forzata, mi adeguo a un’insalata con Rakia.
04/08/2003
Sveglia alle 7,00, colazione con comodo e partenza alle 10,00; il tragitto con l’attrezzatura fino al gommone con andatura da paralitico richiede non poco tempo; mia moglie riceve le attenzioni un po’ invadenti di un dalmata (cane, non indigeno). La destinazione ci è stata consigliata da Ivana Vitalijc: si tratta di un’ampia spiaggia a Ovest del campeggio di Divna, poco dopo il porticciolo dove termina la strada sulla costa, dietro la spiaggetta di ciottoli c’è pure uno stagno salmastro, si raggiunge solo dal mare (o nuotando per un centinaio di metri dalla spiaggia del vicino paesello). 1 buona e una cattiva notizia, la buona: riesco a caricare il fucile afferrando gli elastici prima con la sinistra, la cattiva notizia: non ci sono altre buone notizie. Sono in favore di corrente: alla mia sinistra la liscia parete calcarea, alla mia destra ciottoli, sabbia e posidonia che scende ripidamente. Appendo il 75 al pallone (si impiglierà continuamente nella parete). Comincio ad avvistare mormore, orate e spigole, piuttosto lontane. A mezzogiorno, con muta nera contro roccia e sabbia bianche spicco come una mosca nel latte. Provo a insidiare le mormore, generalmente meno guardinghe, ma l’unico tiro che mi consentono va a vuoto (dopo due ore in tensione anche gli elastici top sub perdono di efficacia). Tornando alla base mi viene in mente un vecchio trucco che da noi non funziona più: scendo appena vedo la nuvola di sospensione che indica mormore al pascolo; mi ancoro a una pietra allo scoperto e alzo una manata di sabbia; incredibile! Qua ci cascano ancora! Purtroppo si avvicinano dalla parte sbagliata e il mio braccino non può ovviare. Mi sposto e inchiodo una oratella da porzione distratta, quindi ci riprovo. Ho un sussulto: imbrancate con le mormore ci sono le orate, la mia tensione improvvisa deve essere risultata evidente, poiché si danno alla fuga, ci riprovo due volte ma due nuotatori con pinne mi passano sopra vanificando la mia strategia; alla terza sento rumore di eliche e riemergo: è mia moglie che si è stufata della spiaggia ed è venuta a prendermi, speravo di risalire in spiaggia per non insultare ancora il braccio offeso, ma riuscirò comunque a farmi scivolare dallo specchio di poppa usando solo il lato sinistro del corpo (mi spezzo ma non mi piego). Rientro e pranzo con birra e noccioline. Sonnellino, manutenzione al 75 , rifornimento di benzina e giretto a Ston; ne vale la pena, il luogo trasuda storia e antichità e, anche se non ci fermiamo, i piatti che vedo servire nei ristoranti di pesce hanno un aspetto decisamente appetitoso e ragionevolmetne sofisticato. Monica si stanca presto, ci fermeremo per cena a metà strada, a un bar ristorante (detto Beach Bar) dove ordiniamo birra e molluschi in umido (buzara). Ci arriva un vassoio di cozze, arche di noè, ostriche e tartufi di mare (direttamente dalla baia sottostante alla cucina) in salsa di aglio, pomodoro e aceto; stranamente non tutti i molluschi sono all’interno del guscio e molti gusci non recano traccia del muscolo con cui il mollusco aderisce alla conchiglia (riciclati, forse?); con le cozze non ci sono problemi di questo genere, troppo abbondanti e a buon mercato. Per strada vediamo i resti di un brutto incidente d’auto; qua la strada è priva di guard rail e non perdona distrazioni o velocità eccessiva, l’ospedale più vicino è a più di 100 km e non ho visto eliambulanze. Fine di serata con la rakia di casa Vitalijc.
05/08/2003 Colazione con bagel al cioccolato, strudel e quotidiano (penso che potrei abituarmi a questa vita da semi invalido). Destinazione odierna una spiaggetta di ciottoli duecento metri dopo quella di ieri, lunga 15 metri e profonda al massimo 5, Monica ne prende immediatamente possesso, l’acqua è di un azzurro chiaro e ha una temperatura di 26°. Peccato, non ho la macchina fotografica, il quadretto è quasi surreale: ombrellone a fiori perfettamente diritto, minuscola spiaggia candida e dietro e attorno solo macchia e rocce per centinaia di metri. Ricomincio la pescata da dove l’avevo interrotta, prima che capiscano il trucco infilzo una mormora da 300 e una da 800g.; padello una orata da kg. nascondendomi nella nebbia sollevata dalle mormore; altre due padelle su due mormore arrivate da dietro. Avvisto un branco di orate di peso ma non riesco ad avvicinarle a più di 5 metri. I saraghi non ne vogliono sapere di venire; vabbeh, sono sottopeso, ma se non ci cascano i piccoli, figurarsi i grandi, mentre risalgo da un aspetto vengo superato da un branzinetto curioso che finisce in cavetto (400 g.). Stasera voglio mangiare pesce e sono accomodante per quanto riguarda la taglia. Qua ormai i pinnuti mi hanno inquadrato e il dolore sta diventando fastidioso, torno da Monica che è nel pieno della beatitudine nella sua spiaggia su misura. Pesci avvistati: saraghi fasciati e pizzuti sotto peso, un tordo da due etti nell’unica roccia spaccata, diversi branchi di cefaletti, castagnole, aguglie, alici, 2 grosse sagome al limite della visibilità. Credo di avere inventato una nuova tecnica: aspetto in acqua bassa allo scoperto nascosto dal polverone del pascolo di un branco di pesci J. Rientro alle 14.00, spuntino con uova e pomodoro, sonnellino e doccia. Alla sera grigliata dalmata: ovvero accompagnata da Ajvar (salsa di polpa di peperoni dolci e melanzane); il sig. Vitalijc ci offre un assaggio della sua produzione di olio: ha potato alla base un centinaio di olivi secolari (Arrggghh) che dopo alcuni anni sono tornati in produzione, l’olio è molto buono, come tutta la produzione croata, al livello dei migliori toscani. Il ns. ospite ci informa che i recenti incendi hanno danneggiato anche impianti di olivi e viti; qua, e il disastro ecologico delle Kornati ce lo insegna, ogni isola e buona parte della costa è a rischio di desertificazione, le risorse destinate alla prevenzione e alla lotta contro gli incendi non sono mai troppe.
06/08/2003
Colazione con strudel (mia moglie lo trova delizioso) e panini dolci farciti di marmellata; ieri sera una scivolata in bagno ha vanificato due giorni di processo di guarigione, ho potuto osservare il livido in uno specchio: va dalla natica al ginocchio, enorme e rosso-violaceo. Visto che il fisico è malmesso mi gratifico su altri fronti. Proseguo sulla rotta di ieri fino a giungere a una punta dopo un allevamento di pesce, roccia liscia e un paio di gradoni con caverne ricche di camini e cunicoli sui 15 metri, un intoppo con la sagola della boa che si impiglia nei piombi quando penso di sganciarla mi impedisce di arrivarci di soppiatto, così posso vedere solo un tordo fuori tiro. Risalire dal fondo con una gamba sola non è particolarmente agevole, sarà il caso che mi limiti a queste quote. Saraghetti, cefaletti, oratelle, corvinette, unico pesce sparabile una corvina sparita nella posidonia, provato con planate e un paio di aspetti nella stessa senza risultati, le poche tane piene di saraghetti e occhiate, nessun nonno visibile. Rinvenuto, semisepolto sotto sabbia e posidonia quello che sembra un relitto abbastanza antico: alcune tavole piuttosto lunghe tenute assieme da ordinate con chiodi di un azzurro intenso (rame o bronzo, presumibilmente) e qualche coccio di vasellame. Monica si è beata della nuova insenatura con rocce bianche a pelo d’acqua per la tintarella; rientriamo alle 15.00. Nota importante: con l’alta pressione qua la brezza spira in modo costante, da Est tutta la mattinata, senza combinare granchè, per quanto tesa sia il percorso sul mare è troppo breve perché possa produrre più di un po’ di rimescolamento e increspatura, verso le 14.00 incomincia a farsi sentire quella che proviene da Ovest, il mare che si avventa all’interno del Malo More è piuttosto cattivo, onda corta e alta, il rientro e la navigazione in queste condizioni sono piuttosto scomode per sub azzoppati e doloranti. Pranzo con pomodoro, olive e locale formaggio affumicato, la serata sarà piuttosto calda, per cui cenerò con birra, noccioline e cocomero. Prima di cena esplorata per un tratto la parte meridionale della penisola, preso una stradina che segue la costa da Orebic verso oriente, c’è un solo acceso a mare praticabile, non vale la fatica.
07/08/2003
Partenza di buon’ora, alle 8.00 dirigiamo verso l’interno del Malo More, dopo circa 20 km (1/2 ora di navigazione), mi fermo in una insenatura con due casette, l’acqua è più torbida, fondale di sabbia e posidonia, qualche masso sparso in 10 mt. di fondo al massimo. Avvisto numerose pinne nobilis di notevoli dimensioni e branchi di occhiate. Ho problemi di compensazione causa abuso di aria condizionata. Durante un aspetto adocchio una conchiglia per mia moglie (le colleziona) è una capasanta, ma è viva! (yuhm!), la infilo nella muta e proseguo, poco più in là trovo una nassa abbandonata e sfondata ricoperta di ostriche. Vengo preso da una delle mie fissazioni culinarie, ritorno al gommone per il retino e rimedio il pranzo. Dopo tre ore visto solo un branzino a reazione. Vorrei spostarmi ma Monica è stanca. Rientro con una variazione: invece di salire da Blace al sentiero che porta a casa Vitalijc con zavorra e attrezzatura in spalla, esercizio che mi fa vedere le stelle per il resto della giornata, entro in porto, scarico bagagli e moglie su una banchina, di fronte a un bar, e torno a Blace, + leggero, recupero l’auto e con questa sposa e bagagli. Un po’ macchinoso, ma, a conti fatti, preferibile (lo so per esperienza, fossi andato da un medico mi metteva a riposo completo per una decina di giorni). Avvertenza: il porto di Trpanj è un porto naturale, le banchine sono costruite sulla corona irregolare di scogli che lo racchiudono, in prossimità dei moli capita che ci sia qualche pietrone, occhio al piede del motore! (ormeggio rigorosamente di prua) Dopo pranzo (ostriche, capasanta e qualche tartufo), pulizie (i sig. Vitalijc ci hanno lasciato il cambio di biancheria). Cena con grigliata di carne e una bottiglia del celebrato Dingac, rosso locale che fa 14,3/14,5 gradi e, a parte il tenore alcolico, è vino aspro e corposo.
08/08/03 Oggi ho intenzione di esplorare l’estremo limite orientale dei miei viaggi in gommone, ovvero il primo isolotto all’imbocco della parte più stretta del malo more. Ignoro di quanto si spostino branzini, orate e cefaloni, ma questo dovrebbe essere l’ultimo rifugio prima di spiagge affollate e del cibo rappresentato dagli allevamenti di molluschi . L’uomo propone etc. etc., il vento da oriente oggi è particolarmente teso e su quella rotta avrei 12 miglia di onda corta di prua. Per la gioia di Monica dirigo alla spiaggia delle mormore, l’acqua si è rimescolata, 3° in meno di temperatura superficiale e il mare sbatte un po’. Dalle mie parti, quando succede, le mormore abbandonano i pascoli sottocosta, quelle croate anche. Tenterò svariati aspetti tra la posidonia, le orate non si fanno avvicinare a meno di 5 metri, su una punta scorgo una tana di saraghi, non mi va di scendere con il 90 e si tratta di una tana di passaggio, probabilmente, la memorizzo per tornarci con fucile corto e al mattino presto. Il mare sta calmando e comincio a rivedere alcune mormore imbrancate con spigolette baby, non ne vogliono sapere di avvicinarsi. Torno al gommone (Monica dovrebbe essere ormai di cottura) quando vedo un branzino di discrete dimensioni veleggiare al largo, botta sull’acqua e sprofondo nella posidonia, arrivano saraghetti e 2 spigolette ma dopo un minuto ancora niente, giro lentamente la testa a destra e a sinistra, niente, conoscendo l’animale mi viene un sospetto: mi giro con il fucile di 180°, è lì, mi è arrivata da dietro ed è ancora fuori tiro, al mio movimento, sia pur lento, schizza via repentinamente. La gamba dx dice che è ora di rientrare. Pranzo/cena con pasta al pomodoro e birra, Monica cade in un leggero stato comatoso fino alle 19.00, io mi leggo un romanzo ottocentesco pescato a Rimini su una bancarella. Spesa, passeggiata zoppicando e sudando e a nanna.
9/8/2003
Colazione alle 8,00 e partenza per quella che sarebbe dovuta essere la destinazione di ieri; 40 min. alla minima velocità di planata; ancoro a una trentina di metri da una barchetta con su una signora dall’aria “ma che ci faccio io qua?”. Mentre mi vesto Monica avvista le bolle di un ARA, penso: “Sarà in decompressione”; me la prendo calma ma dopo 15 minuti le bolle sono ancora lì; scendo in acqua e scopro l’arcano: il tipo sta sferrando violente mazzate a un macigno con l’evidente intento di raccogliere datteri. Sono sul lato orientale, dove un pianoro di roccia liscia termina sulla sabbia L. Avvisto un branco di cefaloni, tento qualche aspetto allo scoperto; vengono due volte e li faccio sfilare sperando in un branzino, alla terza sparo al più grasso, lo piglio basso e si strappa, raccontando immediatamente al resto del branco che razza di tipo infido io sia. Non si avvicineranno più. Continuo il giro dell’isolotto: il fondo non è granchè interessante: pochi macigni lisci, sabbia, posidonia e uno sbarramento di nasse che contengono qualche occhiata, una oratella, poco altro. Incontrerò qualche mormora e una seppiolina. Il fondo è disseminato di enormi pinne nobilis, verso l’interno, sulla posidonia, comincio ad avvistare diverse orate di discrete dimensioni, piuttosto guardinghe, aspetti, agguati e cadute a foglia morta sono inutili. Rientro con un guscio vuoto di pinna per la collezione di conchiglie. Temo che l’albata sia indispensabile per fare carniere: qua, tra lo scalpellino e svariati nuotatori nonché diportisti, per le mie modeste capacità non c’è modo di battere chiodo. Al rientro a Blace, come tutti i giorni, da cespuglie e macchie di pini e cipressi, spuntano esseri umani coperti da un esoscheletro di fango nerastro e untuoso o giallastro e screpolato, sembra la scenografia di un film di Romero, mentre avanzo con il motore al minimo verso il pontile mi osservano, uscendo dai propri ripari sempre più numerosi, ora so come si sentiva il protagonista di “cuore di tenebra”. Stamattina, mentre percorrevo il pontile assorto nei miei pensieri stavo per calpestare un ammasso di fango quando questi ha aperto gli occhi e mi ha guardato; agghiacciante! Nel pomeriggio continuo la mia esplorazione in auto con una gita a Loviste, centro situato sull’estrema punta occidentale della penisola. La strada per arrivarci è molto, molto panoramica, tanto panoramica che uno, potendo scegliere, non la percorrerebbe una seconda volta. Comincia partendo da Orebic e costeggiando il mare, tanto stretta che due auto non ci passano, la strada, peraltro, è una specie di cortile per le case, i bar e i campeggi che ci si affacciano, qualche edificio ha pure le scale di pietra in mezzo alla carreggiata (occhio ai cerchioni se la fate di notte); finito questo purgatorio (corrispondente ai piccoli centri di Viganj e Kuciste) comincia la salita con pendenza del 9% (e vista mozzafiato sul canale tra Peljesac e Korcula) fino a un altopiano brullo, racchiuso da picchi rocciosi, di tanto in tanto i ruderi di qualche casa in pietra, dopo qualche km di questo panorama incredibilmente aspro e selvaggio, dopo un dosso appare la baia di Loviste, al centro di una vasta piana verdeggiante di ulivi, la linea di dimarcazione tra i due ambienti è netta e riesce ancora a prendere di sorpresa il viaggiatore. L’ingresso del paese è transennato e scopro che le auto non possono accedervi: ingresso a piedi e parcheggio auto 10 kn. Se fino ad ora il tragitto ha offerto veri e propri spettacoli, Loviste è deludente. Le difficoltà del tratto stradale che permette di raggiungerla non me la farebbe scegliere come base, d’altronde è il posto ideale per che si sposta in barca. La baia è protetta dai venti dominanti, tanto ampia da parere deserta nonostante le diverse barche a vela che si sono messe alla ruota, contornata da banchine e moletti, manca il distributore di carburante e una spiaggia: la gente si organizza stendendo sulle banchine materassini, sdrai, poltrone e tavolini, i bambini corrono tranquilli per la strada deserta; ci sono un paio di caffè e di ristoranti pizzeria, un minimarket. Al ritorno cerco di evitare l’affollatissima litoranea ma l’unica altra strada, leggermente più a monte, finisce in un cul de sac dopo aver superato un paio di insediamenti con grandi case in pietra, anche di pregevole fattura, con tetti e solai crollati (il nucleo originario di Kuciste e Viganj forse?). Stasera vogliamo provare una Konoba lontano dalla folla dei vacanzieri; poco prima del bivio per Orebic abbiamo visto l’insegna “konoba Tomasevic – vendita vino di nostra produzione”. Imbocchiamo la stradina buia che porta a un gruppo di vecchi edifici in pietra, saliamo a piedi per un viottolo lastricato di cemento che ci porta all’ingresso del locale. Detto locale è composto da una cucina con un grande camino e da uno stretto cortile con sedili in pietra lungo i muri, coperto da un pergolato di vite, nel quale trovano posto 4 tavoli. Tutto qui, non mi sono accertato della presenza di servizi igienici e suppongo che, dato che questa è l’attività principale dell’azienda, sotto ci sia anche una cantina. Il gestore, cuoco, cameriere, rosticciere e sommellier è un giovanottone trafelato. Siamo gli unici clienti, abbastanza in alto per sfuggire alla caligine serale, ci facciamo accarezzare dalla brezza mentre aspettiamo. Abbiamo ordinato antipasto di formaggio e prosciutto locale, maiale alla brace, insalata e, naturalmente, vino. Il giovanotto ci informa che deve accendere il fuoco per cui ci sarà da aspettare ½ ora per la grigliata, non abbiamo problemi, qua ci troviamo decisamente a nostro agio. Monica, in crisi di astinenza da gatto di casa, ha trovato pure una nidiata di gattini red tabby con cui trastullarsi nell’attesa. Io mi godo il fresco e il silenzio. Arriva il vino ed è una sorpresa: avevo rinunciato, ormai, a bere un vino decente alla giusta temperatura di servizio, questo bianco risponde invece a questi due requisiti minimi (un po’ troppo acido, forse), lo faremo seguire da un rosso corposo, ancor più gradevole (le bottiglie sono da litro). Il prosciutto affumicato è buono, il formaggio delicato, la carne ben cotta, tenera e in porzioni abbondanti (viene automaticamente servita con patatine fritte). Dalla cucina viene un odorino di cascina, quel sentore di fumo di legna e di cantina, non stantio, appena accennato. Ai gattini si aggiungerà un bel cane, un meticcio di lupetto di media taglia, sveglio, tirato a lucido e ben nutrito come tutti i cani che ho visto da queste parti. Il gestore si sincera che non ne siamo infastiditi, lo rassicuriamo che questa è la normale disposizione delle ns. cene estive in giardino e che ci sentiamo come a casa. Dopo averci visto tracannare un litro di vino cadauno senza problemi, il ns. ospite, assieme al conto (210 Kn), ci omaggia di una bottiglia della sua produzione migliore “Postup Tomasevic”. Il locale serve anche su ordinazione (la cottura richiede circa tre ore) carne cotta nella campana di ferro, specialità locale, il vino non ha praticamente ricarico sui prezzi correnti nei locali supermarket. Per quanto riguarda noi, seguirà una nottata agitata causa arsura da stravizio.
10/08/2003
Monica è un po’ scombussolata per gli eccessi etilici, il tempo è nuvoloso, stamattina tergiversiamo, facciamo conoscenza con uno dei ns. nuovi vicini, una signora tedesca di origine cilena che parla un buon italiano in quanto lavora in una azienda che produce impianti frenanti per la FIAT. Ci informa che, incredibilmente, in Germania le temperature hanno raggiunto i 36°. Monica resta indecisa sul da farsi fino alle 15,00, solo allora scioglie la riserva e mi informa che non si muoverà da casa Vitalijc. Parto con il gommone verso Ovest, il mare sbatte parecchio, e penso di mettermi al ridosso dell’isolotto di fronte al Divna Camp. Riesco ad entrare in acqua dopo mezz’ora in dislocamento: sotto roccia liscia e posidonia, decido di fare il giro in superficie rasentando la parete, al fine di analizzare la situazione ed agguatare, eventualmente, qualche pesciotto al pascolo dove frange l’onda. Il lato più interessante si rivelerà quello settentrionale. Gli aspetti verso terra producono solo l’avvicinarsi di un gruppo di salpe grassottelle e di spigolette mignon. A questo punto ho completato il giro e rotto il fiato, sono pronto a dirigermi verso la parte più impegnativa e, presumibilmente, più fruttuosa. Mi dirigo verso l’esterno con qualche aspetto ai limiti della posidonia, quando mi vedo davanti e poco sopra le pinne di un collega; che fare? Io sono arrivato prima ma sono gommomunito, mentre questo parte da terra e più di tanto non può spostarsi, vabbeh, mi sposto io. Mentre salpo l’ancora lo vedrò tornare a rivaL. Mi consolo pensando che, comunque, la parte interessante era coperta di resti di reti e di palamiti, piuttosto inquietanti. Mi ancoro in un punto qualsiasi lungo la costa, solite orate che ti osservano da 20 metri, occhiate, aguglie e mormorine, alla fine compare la sagoma di un branzino discreto, scendo ad aggrapparmi alla posidonia, si avvicina a 5 mt. per poi fermarsi, rilascio una bolla d’aria, mi punta e si avvicina da dietro (fossero tutti gay ‘sti branzini croati?), ruoto il fucile e tento un tiro lungo dal basso verso l’alto, aggrappato alla posidonia, nella risacca, risultato: lisciato a fine corsa, al suo posto restano un paio di squame che volteggiano verso il fondo. L’altezza del sole all’orizzonte mi dice che è ora di tornare, il mare è ancora bizzoso, il secchio per il pescato vola fuori bordo e scompare, le barche da pesca dei locali escono adesso, io sarò a blace mentre annotta. Stasera a Trpanj si svolge uno dei principali eventi stagionali: la corsa dei somari, preceduta dalla corsa nei sacchi e dalle gare di spalmatura di fango sul proprio partner e di bevuta di birra; presenziano alla manifestazione un dj locale che infila brani melodici uno via l’altro e una addetta dell’organizzazione che spiega alla folta rappresentanza di turisti stranieri cosa stia succedendo (in croato stretto). Per assistere ci sediamo in uno dei caffè sulla riva (subito prima del distributore di benzina), non a caso il meno affollato; per dare una idea delle vette culinarie raggiunte: Monica, presa da pulsioni salutiste e avendola vista sul menu, ordina una “minestra di verdura”, le serviranno un piatto con brodo di dado, un ½ cucchiaio di spaghetti tritati, una rondella di carota divisa in 4 e 2 (sì, proprio 2) piselli; a rendere più rara e preziosa la presenza di questi vegetali va’ aggiunto che, dati i tempi del servizio, probabilmente questi erano stati fatti crescere appositamente per lei. Ce ne torniamo a casa quando compaiono gli asinelli, di bassa statura, scuri e con il pelo ispido (dietro di loro corre un inserviente con bidone e paletta). Per l’occasione vengono vendute anche magliette con impressa l’immagine di un somaro e l’anno dell’evento.
11/08/2003 Stasera arriva la ns. amica Luisa al porto di Korcula, le abbiamo promesso che saremmo andati a prenderla per cui non possiamo permetterci ritardi. Tragitto scelto il più veloce possibile: verso Ovest (e la spiaggia prediletta della mia facente funzioni di infermiera Monica) e poi indietro con la prima brezza in favore di vento e prima che il mare alzi troppo. Mi fermo in prossimità della punta dove avevo avvistato la tana di sargahi, prendo il 90 e il 50 con il 5 punte, oggi è uno di quei giorni in cui non intendo privilegiare l’esplorazione ma prendere pesce, niente cavalleresche cessioni di campo o selezione troppo rigida delle catture. Purtroppo non sempre questo stato d’animo coincide con la presenza di pesci L. Ad un aspetto arriva una mormora di 3 etti, ieri l’avrei lasciata perdere, oggi no; più avanti un marvizzo di 8 etti, fino ad ora ne ho già graziati 2, adesso basta: insagolato a 2 metri dalla punta dell’asta. Qua pescano con il fucile, ma perlopiù agguatando dalla superficie, più si scende, più il pesce è tranquillo, peccato che la morfologia del fondo non offra che ripidi pendii sabbiosi e posidonia sotto i 10/15 metri. Durante una planata a una decina di metri avvisto un testone e un movimento sinuoso tra due scogli: è un grosso grongo, risalgo senza perderlo di vista, prendo il 5 punte e gli cado sopra, colpito sul testone e poi lavoraccio di 15 minuti per finirlo (3 kg circa per un metro abbondante), tempo sufficiente per ricordarmi perché di solito evito di sparare a gronghi e murene; mi strappo anche il guanto sinistroL A seguire un agguato di 15 mt. lineari a un branco di orate, aggrappato ai ciuffi di posidonia, profondità 10-12 metri, arrivo a tre metri dalla più vicina al limite della vegetazione, ma non oso tentare il tiro (se sbaglio chi le rivede più?), si allontanano e io riemergo. Arrivo alla tana delle occhiate, dove avevo visto qualche pizzuto sparabile; non prendo subito il 50, plano per vedere la situazione, lo spacco è sui 15 mt., davanti a una mensola vedo un affollarsi di saraghetti che non osano intanarsi, agitatissimi, penso di trovare il nonno e dirigo lì la mia planata. Quello che vedo è però un riflesso dorato anziché argentato, fidando nella robustezza dell’asta Devoto tento il colpo con il 90; l’asta comincia a scomparire nell’anfratto, l’afferro e tiro con forza, estraendo un corvo abbondantemente sopra il kg., un po’ sgraffignato e con qualche spina rotta, risalgo e lo finisco. Faccio un po’ di conti: 0,3 + 0,8 + 3 + 1,5, supero i 5 kg., non ricarico il fucile e torno al gommone, spuntino con podmodori, formaggio e pane poi via a Orebic per l’imbarco per Korcula. Aggiorno il diario all’ombra di una tamerice, presto sono circondato dai frequentatori dell’antistante spiaggia che, convinti che li stia ritraendo, sbirciano il taccuino. Costo della traversata 48 kn. per l’auto e 10 per persona, quando il traghetto finisce di scaricare viene invaso da una turba di ragazzini e ragazzine che si arrampicano sui ponti superiori e iniziano a tuffarsi dai parapetti, alla faccia della 626! Attraversiamo per l’intera lunghezza l’isola di korcula (circa 40/50 km), un paesaggio di vigneti, ulivi e boschi, con ben visibili le cicatrici degli incendi, i paesini dell’interno, con le loro case in pietra, hanno un aspetto grazioso e lindo, da segnalare ai turisti liguri l’esistenza di una “konoba Belin”. Per strada superiamo un cicloturista che ci stupisce per il maglioncino che indossa (in salita e con 36°), durante la manovra di sorpasso scopriremo trattarsi di villosità naturale. Arriviamo a Vela Luka (che la nostra guida definisce orribile o giù di lì) e scopriamo una cittadina bella e vitale, ha cantieri e una piccola zona industriale, ma anche un centro storico con begli edifici, perlopiù ottocenteschi, un’ampia rada per le barche da diporto e piccole passerelle in legno per i tender, un mercatino colorato per turisti e numerosi negozi di ogni genere, caffè e ristoranti, un distributore di benzina e un meccanico per i motori nautici che vende anche olio e pezzi di ricambio. Mentre aspettiamo il catamarano da Pescara, una connazionale che ci sente chiacchierare ci chiede se alloggiamo nel locale campeggio, saputo della ns. provenienza si informa sulle condizioni della strada “E’ molto ripida?”, deve essere raggiunta da un amico che dovrebbe essere partito da Korcula in biciclettada un paio d’ore ed è un po’ preoccupata, le facciamo l’identikit del ciclista villoso, è lui!! Tutto bene, sta arrivando!! Si ricongiungeranno, infatti, mentre il catamarano starà attraccando. 50 km. circa con pendenze del 9%, temperatura di 34/36°, umidità da acquario e bici carica di zaini, un’impresa non da poco. Il catamarano aveva un leggero ritardo, partiamo immediatamente per Korcula, è sorta la luna piena che illumina il canale di Lastovo e il braccio di mare che separa l’isola da Peljesac, un incanto. Il traghetto parte a mezzanotte e sono solo le 10,20; ci dirigiamo verso Korcula centro per una passeggiata e qualcosa da bere (il porto traghetti è a circa 3 km.). Scopriamo che Korcula centro è inavvicinabile in auto la sera (sembra di essere a Riccione, in via Dante, per lo “struscio” serale). Ci rifugiamo in un bar vicino al porto dei traghetti, i frequentatori danno l’impressione di conoscersi tutti, ciononostante non rileviamo la solita diffidenza croata (e non solo croata) per gli stranieri, servizio rapido e cordiale. Imbarco, traversata, all’una siamo a Trpanj. Nonostante la visita con cui preannunciavamo l’ora di arrivo, troviamo tutto sbarrato; un ospite sofferente di insonnia ci comunica, in tedesco, a quale finestra bussare. Il giovanotto che ci aveva assicurato l’accoglienza anche a ora tarda ci riceve in mutande e con una faccia che, tradotta dal croato all’italiano, dice “madonna, me l’ero dimenticato!!”, 20 minuti e un paio di calzoncini sulle mutande dopo, scopriremo che la moglie del titolare ha ceduto la camera prenotata con tanto di caparra; una serie di telefonate porta al reperimento di una stanza nella vicina pensione Aurora, almeno per la notte, domani si dovrebbe aggiustare tutto. Auguriamo la buona notte a Luisa e ce ne andiamo a dormire anche noi.
12/08/2003 Colazione alle 9,00; si preannuncia una giornata caldissima, da casa ci giunge notizia di temperature superiori ai 40°; il mio vecchio cane cardiopatico non se la passa bene, i miei genitori sopravvivono grazie all’aria condizionata, come purtroppo anche tutti quelli che hanno irriso, negli ultimi 20 anni, coloro che lanciavano grida d’allarme per i mutamenti climatici suggerendo provvedimenti. Scambio frenetico di messaggi con Luisa, ci vediamo al porto alle 10,15, contrordine, non è ancora riuscita a depositare il bagaglio; riuscirà a vedere la propria camera solo alle 11,00 (giungendo alla conclusione che la soluzione di ripiego era preferibile); mentre l’aspettiamo abbiamo l’occasione di contemplare il buffet della colazione: nescafè, latte annacquato, latte annacquato con cacao (poco), the, qualche fetta di mortadella e di formaggio accomunati dalla stessa sfumatura grigiastra e dal non suscitare alcun interesse nelle mosche pur presenti. Per non sconvolgere ulteriormente la ns. amica l’accompagnamo alla spiaggia più vicina (sempre la solita, quella delle mormore). Ho 5 kg di pesce in frigo e non sono granchè motivato alle catture, cerco solamente l’approccio con il branco di orate; oggi, con la stessa tattica di ieri, riesco ad avvicinarmi a 2,5 metri al pesce più piccolo del branco (700/800 g.), aspetto ancora sperando in una delle consorelle, ma il branco si allontana. Rientro con cavetto vuoto. Sono le 16,00 e il mare è al massimo della turbolenza pomeridiana, oggi ci si mettono anche le escursioni di marea, più forti del solito. Con il peso sbilanciato da una persona in più il gommone risponde diversamente, per la prima volta infilo la prua nel cavo di un’onda procurandomi un livido simmetrico al precedente e qualche sbucciatura. Appena rientrati puntiamo verso Orebic, Luisa deve pagare il soggiorno all’agenzia e io devo trovare l’olio per il fuoribordo. Luisa ha il preventivo per ½ pensione, chiede il trattamento bed & breakfast, su 40 euro al giorno gliene abbuonano 4; è combattuta tra l’estrema convenienza del pasto serale e il timore di cosa possano ammanirle al costo di 4 euro, vince quest’ultimo. Stasera, comunque, è invitata da noi: grigliata di pesce, insalata, vino acquistato in una rivendita specializzata in paese e la bottiglia regalataci alla konoba Tomasevic; il primo si rivelerà quantomeno sconcertante, il secondo (Postup) ottimo. Durante la cottura il sig. Vitalijc mi indica i nomi locali dei pesci: il gronco “Gruh”, la corvina “Kavala”, la mormora Ovciza, il marvizzo “Fi*a”, mia moglie si rifiuta di assaggiarlo. (ho il sospetto che mi prenda in giro, comunque non devo chiederlo in pescheriaJ.)
13/08/2003 Stamani si tira tardi in capitaneria per registrare Luisa come passeggero. Mi sposto un po’ più a Ovest di ieri. Qui c’è più fondo, la parete termina sulla sabbia con una mensola tra i 12 e i 18 metri, sotto solo saraghetti, occhiatine e qualche tordo microscopico. In una conca di sabbia tra i 10 e i 15 mt (digrada dolcemente) avvisto un branco di triglie di cospicue dimensioni. Vengo colpito da una delle mie fissazioni culinarie, prendo il 75 pensando a una padella di triglie alla livornese, stranamente, abituato al 90, comincio a sbagliare tutti i tiri, recupero il 90 ma vengo, apparentemente, colto da attacco di braccino, ne strappo 1 e ne padello ½ dozzina, perdendoci più di un’ora. Alla fine si scocciano e spariscono, lasciandomi conun’oratella e solo 4 triglie tra i due e i tre etti. Rientro in un’atmosfera rovente; reidratazione con due bottiglie di birra gelata e spuntino con crackers e formaggio. Giretto esplorativo: all’uscita dal paese, poco dopo il campo di calcio, c’è un’insegna “Auto Camp 500 mt.”, imbocco la stradina e arrivo a una spiaggia con un piccolo parcheggio, l’unico punto che penso possa permettermi un calasole o un’albata partendo da terra. Stasera cena da Tomasevic, qua il caldo è più sopportabile che sul mare, menù lo stesso dell’ultima visita; stasera c’è anche un’altra coppia di italiani. Persone diverse hanno punti di vista diversi: inostri connazionali non sono pienamente soddisfatti, l’insalata è di soli pomodori e cipolla (pomodori sodi e dolci, maturi al punto giusto, saporitissimi e cipolla rossa da insalata locale, ai livelli della celebrata Tropea), la non disponibilità immediata di tutte le voci del menu (caratteristica questa, ahimè, di locali con cella frigorifera e microonde); il cane, che si ricorda di noi, gironzola tra i tavoli e li infastidisce (peraltro aizzato da mia moglie che continua a passargli bocconcini); l’attento gestore, rendendosene conto, provvede ad allontanarlo, ovvero gli fa un cenno e lo accompagna all’ingresso, l’animale è docile e intelligente. Il cortese anfitrione ci fornirà anche il numero di telefono per prenotare la carne sotto la campana di ferro. A fine pasto una bottiglia di Rakia autoprodotta e il conto (215 kn in tre, circa 9 euro a testa).
14/08/2003 Oggi niente mare: avevamo in progetto la visita a Dubrovnik e domani (ferragosto) probabilmente sarà inavvicinabile. Il viaggio da Trpanj richiede appena un’ora e mezza (prendendosela comoda e calcolando anche il tratto cittadino). Il centro storico non è accessibile in auto; troviamo un’ampio parcheggio all’autostazione, capolinea delle linee extraurbane e fermata obbligata per quelle urbane, lì ci muniamo di biglietti per l’autobus (linee 3, 6, 9). Dubrovnik vale senz’altro la visita, ma preferibilmente non a Agosto; la folla colorata e caciarona (ci sono molti connazionali) dopo due settimane di Trapanj risulta quasi asfissiante. Vi risparmio quello che potete trovare su qualsiasi guida, di seguito parlerò delle cose che più mi hanno colpito. Assolutamente da visitare i chiostri dei conventi francescano e domenicano, con giardini geometrici di palme, agrumi ed eriobotrie circondati da esili colonnati scolpiti che sono veri e propri merletti di pietra. Non riusciamo a visitare l’antichissima sinagoga con annesso museo, aperti solo al mattino, mentre noi, tra una foto e una fila per i bagni, ci siamo attardati. Imperdibile la vista della città dall’alto delle mura cittadine (accessibili pagando); avrei invece fatto a meno della vista di un connazionale in calzoncini da bagno, panza e marsupio che, dopo poderoso rutto, si mette a urlare, per chiunque fosse nel raggio di 150 mt. “aho’, jo vojo magnà! Quanno se magna!?!”. Per errore (cercavo il museo navale), mi infilo nell’acquario cittadino, sito nella parte più bassa del forte San Giovanni, il museo navale è al piano superiore, ci si arriva con un lungo giro,i due piani, per ovvie ragioni difensive, non comunicano direttamente. La mia guida turistica, scritta da un inglese spocchioso, bolla come squallido l’acquario; personalmente l’ho trovato interessante: una rassegna di fauna locale con i nomi degli esemplari stampigliati in varie lingue. In vasche interrate nuotano grosse ricciole (10/15 kg circa) o emergono in cerca di cibo cernie massiccie; c’è anche una vasca con una caretta caretta, una con dentici e corvine, una di orate, una di spigole, una di saraghi, persino una cernia di fondale, l’indice della mano destra si contrae nervosamente. Vedo dal vivo per la prima volta una cicala di mare in un vasto acquario; poco dopo mi rendo parimenti conto che forse le ho già viste ma non riconosciute; mi ci sono voluti cinque minuti buoni prima di rendermi conto che quello che mi sembrava un acquario con una singola cicala in mezzo a rocce ornamentali era in effetti una intera vasca piena di grosse e rocciose cicale . Il museo navale ospita perlopiù rappresentazioni delle navi armate da ragusani, dai galeoni ai piroscafi di moderne compagnie armatoriali, e qualche oggetto personale di ufficiali e medici di bordo. A Dubrovnik sono scomparse le tracce evidenti della guerra; in uno dei palazzi pubblici è allestito un sacrario a memoria di quei giorni, apprendo così che l’intera città (di cui il centro è una minima frazione) è stata colpita da circa duecento granate e che i caduti tra semplici cittadini e tra i difensori che hanno portato il contrattacco alle forze serbe, sono circa trecento. Una strage ma, rispetto alla risonanza internazionale, un episodio bellico minore, poco più che una diversione. E’ un po’ avvilente che abbiano fatto più presa sulle coscienze dei cittadini del resto d’Europa i tetti della città vecchia colpiti da schegge e granate che i massacri nel resto del settore balcanico. Il caldo è infernaleAlle 16.00 ci rifugiamo ai tavolini di un caffè all’aperto, dopo eis cafee (caffè con gelato alla panna) e acqua minerale torniamo alla base. Sosta a un chiosco a Ston per acquistare qualche kg. di cozze appena raccolte, prezzemolo, melone e una bottiglia di vino nel solito contenitore riciclato in pet. A cena antipasto di cozze (2 kg.), triglie alla livornese, zuppa con quel che resta del grongo (non è il titolo di un film), e melone. Le cozze sono ottime, di sapore delicato e grassottelle, il vino, nonostante il trattamento subito, buono. A nanna a ora tarda.
15/08/2003
Ci svegliamo tardi, va bene l’obbligo morale di sfamare Luisa, ma devo trovare il modo di limitare il tempo passato a tavola la sera. Arriviamo sul porto alle dieci passate, è in corso l’annuale funzione religiosa ai piedi della statua della madonna che guarda le barche e le case dall’alto dello scoglio che proteggeva il porto naturale di Trpanj prima della costruzione delle muraglie in pietra e cemento. Lo scoglio si raggiunge solo in barca (o a nuoto, ma non oggi), tutte le barche del posto sono ancorate di fronte, ci accodiamo rispettosamente. La voce dell’officiante e quella del coro riecheggiano nella baia, i fedeli che non hanno trovato posto sui battelli si assiepano sulle banchine, l’insieme è decisamente suggestivo. La funzione si concluderà di lì a poco, l’aria è caliginosa, sembra probabile che il tempo cambi, le passeggere mi invitano a non allontanarmi troppo dal porto, trovo una caletta dall’aspetto gradevole per le bagnanti e mi faccio 4 ore d’acqua senza avvistare alcunchè di sparabile, sono stanco e scocciato, rientro, doccia e pisolino. Le padelle con le triglie dell’altro giorno mi hanno lasciato perplesso, quindi mi decido a dare un’occhiata al 90, scoprirò che l’unico guida asta che ho lasciato si è spostato (forse un colpo durante il trasporto in gommone), provvedo a mettere verticale il fucile e a riposizionare il guida asta finchè l’asta non è “a piombo” sulla guida. La brezza da mare ques’oggi non si è levata e la caligine aumenta, sembra che l’alta pressione abbia mollato ma non piove. La sera appuntamento con Luisa al porto, dopo cena (spaghetti e cozze); la solita pro loco ha organizzato una serata danzante nel luogo dell’appuntamento, c’è un biglietto di ingresso, la bigliettaia parla e intende solo croato, faccio un tentativo di spiegare che dobbiamo solo attraversare, poi rinuncio e pago la gabella (quanti siete? Dove andate? Sì, ma quanti siete? 1 fiorino). Beviamo qualcosa al locale all’estremità occidentale della baia (quello coi tavolini sulla spiaggia, praticamente), musica non troppo fracassona da coprire il rumore del mare, possibilità di ordinare una grigliata, se ho capito bene occorre rivolgersi qui anche per immersioni ara o per un posto barca nella darsena. Sulla strada del ritorno saremo inseguiti da una versione croata di “you can leave your hat on”, sparata a tutto volume sulla balera improvvisata.
16/08/2003
Vorrei cambiare ambiente (marino, s’intende), arrivare all’estremità di Peljesac richiede una navigazione lunghetta, per cui prendiamo l’auto e dirigiamo verso la località di Zuljana. E’ un paese minuscolo, ancor più di Trpanj, con un ufficio turistico, la posta, un mercatino, e un porticciolo fitto di gommoni ormeggiati in acqua bassa, un caffè, 2 konobe e una lunga spiaggia di ciottoli che, fatti due passi, lasciano il posto a morbida e candida sabbia (dopo tante pietre una delizia per i piedi). All’ufficio turistico (su questo lato è probabilmente la base migliore per un pescasub) mi informano che si può prenotare per l’alloggio a partire da maggio scrivendo all’indirizzo e-mail tzmzuljana@hotmail.com o telefonando al 0038520756227. Prendo a destra rispetto al porto e si rivelerà un errore, per un’ora e ½ pinneggerò su sassi lisci e sabbia, unici pesci triglie e mormore (no, oggi no, oggi sono partito per una cernia). Finalmente avvisto qualche sasso un po’ più fondo. Trovo anche una bella caverna ricca di concrezioni, tra i 15 e i 20 metri, ampia e profonda, con mensole e camini verticali. Conoscendo il comportamento delle cernie in situazioni simili concentro l’attenzione sui camini e miro una cerniotta che valuto sotto i 2 kg.; la lascio perdere e proseguo, le mie ricerche produrranno solo altre due cerniotte di taglia simile e stessa aria ingenua e perplessa con la punta dell’arpione a 50 cm dal muso, più oltre la situazione peggiora, penso di attraversare la baia e provare l’altro lato ma due sciatori acquatici, svariati motoscafi e gommoni, due grossi motoryacht, un peschereccio, una barca appoggio di un diving, tutti in transito a velocità sostenuta e il dolore e la mancanza di forze alla gamba destra mi dissuadono. Lento rientro in spiaggia con fucile scarico, scopro che nella spiaggetta c’è pure una doccia, ne approfitto per togliere il sale di dosso e dalla muta. Monica è in crisi di zuccheri, io disidratato, per cui ci fermiamo all’unico caffè (sono le 16,30), Luisa vive perlopiù di aria e del profumo dei fiori. Sulla lista del locale ci sono sandwich e gelati, ordiniamo a una sorridente ragazzina un sandwich e ci risponde che la cucina è chiusa, sandwich solo dopo le 18,00, perplessi chiediamo un gelato, ci risponde che il gelato si può avere solo dopo le 18,00, dirottiamo su caffè freddo e acqua minerale, poco dopo ritorna al tavolo spiegandoci che è spiacente, ma il caffè freddo si può avere solo dopo le 18,00, vada per cappuccino, caffè e acqua minerale, la quale ultima non abbiamo visto (forse è arrivata dopo le 18 J). Vabbeh, quando ero studente anch’io ho fatto il cameriere, durante le vacanze estive, per tirare su qualche soldo (in servizio dalle 6,00 fino alle 22,30, salvo interruzioni per pasti e andare al cesso), al 16 di agosto dormivo in piedi, una sera mi sono fermato al distributore di benzina con la bicicletta, dimenticando che il motorino l’avevo distrutto in un frontale con un’auto la sera primaJ. Posso solo tirare ad indovinare per quanto riguarda i motivi dell’impossibilità di avere sandwich e gelati, forse la ragazzina non disponeva di una qualche necessaria autorizzazione sanitaria? Non si fidavano a lasciarle la chiave della dispensa? Mah! Rimarrà un enigma! Giretto a Ston per qualche foto della cinta muraria (non è molto distante), ritorno alla base e cena alla Konoba Trpanj, minuscolo locale che ha l’aria di essere sul mercato da tempo, probabilmente l’unico non stagionale, a giudicare dall’aspetto “vissuto” e dalla clientela fissa di residenti, dobbiamo metterci in fila per un tavolo, ma la cucina si rivela ottima.
17/08/2003 L’ultimo giorno speravo di chiudere con una galoppata, verso Hvar o verso Loviste, mi rendo invece conto che è domenica, il distributore di benzina è chiuso e con 15 litri nel serbatoio non posso allargarmi tanto; ci si mettono anche le due passeggere per le quali la brezza mattutina, leggermente più tesa del solito, diventa un “forte vento” e chiedono a gran voce una destinazione comodae vicina = solita spiaggia. Scendo in acqua con il 100, caricando alla prima tacca mi rendo conto che l’archetto sta scivolando via, lo lascio scaricarsi togliendo le dita (mi ha già fregato una volta); non so se dipenda dalla taccaodalla testata, comunque prendo il solito 90, comincio a perlustrare il fondo sabbioso per soddisfare l’improvviso desiderio di Monica di un’altra conchiglia di murice (da noi le trovi in pescheria) intatta; trovatola inizio il giro. La brezza un po’ più tesa del solito ha rimescolato l’acqua: incrocio un branco di cefaloni che mi snobbano, le solite orate che non si fanno avvicinare a più di 5metri. Una spigoletta mi punta diritta dall’alto: vedo solo la punta del muso e gli occhi, impossibile valutare le dimensioni correttamente, non si mette di lato, nel dubbio tiro: centrata in mezzo agli occhi, sulla fronte (il controllo tecnico sul guida asta ha reso il fucile di nuovo precisissimo). Ahimè solo 300/400 g., un casino togliere l’asta che ha attraversato il pesce per il lungo, uscendo in prossimità della coda. Ne incontrerò altre, di più rispettabili dimensioni, imbrancate con le mormore, ma, dati i tempi di reazione delle mormore, a quest’ora più diffidenti che affamate, nessuna viene a tiro, snobbo mormore e triglie, ma niente da fare. Avvisto una corvina gigante nella posidonia, mi lascio cadere a distanza di agguato, si allontana con noncuranza. La marea e la brezza pomeridiana stanno montando, è ora di rientrare. Appena la spiaggia si è vuotata andiamo a caricare il gommone sul carrello, stesso punto dell’alaggio a mare. Ci troviamo un po’ in difficoltà (le ruote del carrello affondano nella ghiaia, il gommone imbarca acqua dallo specchio di poppa causa vento da mare), ma rimediamo grazie all’aiuto di un valente gommonauta locale. L’emerito collega è titolare di uno zodiac smontabile e di un Tomos (equipaggio che possedetti anch’io in passato, ricordo ancora con nostalgia i mal di schiena dovuti alla necessità di caricare 70 kg. di gommone bagnato sul portapacchi dell’auto); è stata l’unica volta che qualcuno ha guardato con ammirazione il mio mariner 430!! 2 tavole sotto le ruote del carriolo prese dall’immancabile barca sfasciata abbandonata nei pressi e una spinta di Monica e del più che benvenuto coadiutore, ci permettono di portare a buon fine l’operazione. Saldiamo il conto e omaggiamo del branzinetto da porzione la ns. padrona di casa, magrissimo omaggio che viene più che ricambiato da una bottiglia del preziosissimo olio casalingo (produzione limitatissima di 75 litri annui). Cena da Tomasevic, finalmente proviamo la carne cotta sotto la campana di ferro con patate e verdure di stagione, ottima!! Con questa preparazione la carne resta molto tenera (la campana rovente impedisce la condensa del vapore caldissimo) ma anche compatta e saporita. Peccato che non sia riproducibile nel mio appartamentino cittadino. Ricordo uno dei ricettari presenti nella mia biblioteca, peraltro ben fatto, che proponeva una ricetta per l’oca affumicata, recitava più o meno così: “.. questa ricetta è alla portata di tutti, occorre solo una casa di campagna con ampio camino…” L Acquistiamo tutto il vino che le norme italiane ci permettono di importare (2 litri a testa) e ci congediamo.
18/08/2003
Sveglia alle 6.00, carico il carriolo, per far posto a Luisa; le sacche da viaggio le piazzo sul portapacchi, alle 8,30 il carico è terminato, andiamo a recuperare la nostra amica e il gommone, che era rimasto parcheggiato sul porto, apro le valvole e lo sgonfio un po’. Viaggio senza storia: sosta a Split per ultimi acquisti al locale mercatino: io souvenir per i miei genitori; Luisa, salutista, una dotazione gigante di carrube e prugne, io e Monica, in pantagruelico sodalizio, un locale prosciutto affumicato per cene con amici al ns. ritorno. Superato Sinji cerchiamo alloggio, al terzo tentativo troviamo un appartamento a 3 letti con ampio parcheggio per auto e rimorchio(50 euro). L’appartamento è nuovo ma senza condizionatore o ventilatore. Monica ha qualche problema per scorpacciata di prugne acerbe acquistate a Split, io e Luisa ceniamo in un locale vicino. Il clima è incredibilmente afoso; anche senza aria condizionata a Trpanj, per quanto più a meridione, le notti erano decisamente più tollerabili.
19/8/2003 Mi sveglio prima dell’alba: le scogliere di Pag, nella luce del mattino hanno scambiato l’aspetto livido con un chiarore perlaceo che sfuma gradatamente in un rosa sempre più accentuato. Facciamo colazione e partiamo verso le 8,30. Viaggio senza storia, arrivo alla base alle 16,00.
CONCLUSIONI Per chi volesse soggiornare qua, meglio se con natante al seguito, le basi più comode risultano essere Zuljiana per la zona meridionale e Trpanj per quella settentrionale; i posti sono evidentemente pescosi, anche se, specie in questo periodo, l’alba e il tramonto sono sempre i momenti migliori, il traffico di natanti nella parte settentrionale è pressochè inesistente, in quella meridionale occorre avere attenzione, ma è comunque tollerabile; la concorrenza è praticamente assente, le possibilità di svago, oltre allo sport, e di movimento sono varie e diversificate, una meta senz’altro da consigliare.
Massimo Pruccoli
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