PESCI RICCIOLA
Massimo Fantino, 04/2001
 

 

LA PESCA DELLA RICCIOLA

 

La ricciola è una della prede più ambite dai pescatori subacquei, non solo per la difficoltà tecnica della sua cattura, ma soprattutto per la fase del recupero, che è forse quanto di più emozionante si possa provare in mediterraneo. Infatti, a parte i grossi tonni, è una delle prede più grandi catturabili nei nostri mari e vi sono molti pescatori che nella stagione estiva si concentrano esclusivamente sull’ aspetto profondo,  la tecnica regina, ma non l’ unica, per catturare questo splendido pelagico.

Può infatti raggiungere i 70 kg di peso, anche se esemplari oltre i 40 kg costituiscono già prede alquanto rare. La ricciola può essere presente anche tutto l’ anno sotto costa, specie negli individui più giovani con una taglia sui due o tre chili, ma i grandi esemplari accostano nel periodo che va da maggio a novembre, attirati dalla grande concentrazione di mangianza e dalla temperatura più mite dell’ acqua, per poter espletare le formalità riproduttive. Il luogo classico dove può avvenire l’ incontro con la ricciola è la secca profonda con improvvise risalite e ripidi strapiombi che formano cigliate verticali che sprofondano nel blu, quasi sempre spazzate dalla corrente e quindi con  abbondante presenza di mangianza, ma anche le punte che hanno nelle immediate vicinanze grandi profondità ed un andamento del fondale molto accidentato. Ovviamente non è una regola fissa, visto che può capitare di incontrare grosse ricciole che vanno a caccia in pochi metri d’ acqua, anche sulla sabbia, ma questi pelagici non amano i fondali uniformi e pianeggianti, dove magari è più facile portare a tiro i dentici , ed il loro incontro è di gran lunga più probabile aspettandole affacciati ad un ciglio nel blu o sui bordi più ripidi di una secca.

Le tecniche più usate per catturare questo splendido predatore sono essenzialmente due: L’ aspetto e la caduta.

La pesca all’ aspetto della ricciola è una tecnica che va praticata da subacquei esperti. Non basta infatti cercarsi una secca , tuffarsi ed aspettare che il pescione ci passi a tiro. Certo, il colpo di fortuna può capitare, ma il più delle volte si torna a casa a mani vuote. In primo luogo è molto importante l’ orario in cui ci si immerge. Come sempre i momenti più indicati sono l’ alba ed il tramonto, che vogliono dire quiete assoluta in mare e periodo in cui i predatori sono più attivi. Fondamentale poi è la conoscenza delle zone di pesca. Quello che sto per dire potrà sembrare un’ eresia parlando di un pelagico, ma la ricciola è un pesce molto abitudinario nei suoi luoghi di caccia e di passaggio ed una zona che ci ha dato qualche soddisfazione potrà essere un posto buono anche negli anni a venire. Se quindi non abbiamo esperienze dirette , bisogna aguzzare l’ ingegno e cercare di conoscere le zone battute da sub più esperti o magari dai pescatori a traina. Solitamente la quota operativa impone un certo impegno, ma non è detto che si debba operare sempre a quote da capogiro. In nostro aiuto molte volte viene il termoclino. Se è addirittura più in alto del cappello della secca allora sono dolori, ma se è poco più in basso siamo certi che le ricciole nuoteranno nella zona di acqua calda , facilitandoci la scelta della batimetrica a cui operare. Un altro importantissimo fattore da considerare prima di immergerci è la presenza o meno di corrente e la sua eventuale direzione. La mangianza infatti sarà disposta di conseguenza, tutta dal lato esposto, ed è lì che aspetteremo la nostra preda, ricordandoci che 9 volte su 10 i predoni portano i loro attacchi controcorrente, sia per sfruttare la loro enorme potenza di nuoto, che per il fatto che le vibrazioni che emettono mentre avanzano vengono contenute dal flusso di corrente e quindi percepite in ritardo dalle loro vittime. 

La posizione che dobbiamo assumere nell’aspetto non deve essere eccessivamente nascosta, ma piuttosto rialzata perché questi pelagici, specie se di grosse dimensioni, hanno pochi nemici naturali ed è facile che siano loro stessi , vedendoci, a ridurre le distanze consentendoci di piazzare il tiro.

E’ una pesca che richiede grande pazienza e la consapevolezza che c’ è la elevata probabilità di tornarsene a casa a mani vuote, anche in mari abbastanza ricchi come quelli delle nostre isole. Ma la soddisfazione che dà la cattura di una grossa ricciola vale anche diversi cappotti. Uno degli errori più frequenti che commettono i pescatori con poca esperienza è proprio quello di lasciarsi tentare dal sarago da chilo o dalle tanute, magari belle grosse, che girano intorno agli spuntoni della secca, ma guai a sparare.  Solo per un bel dentice è ammesso infrangere questa fondamentale regola. Ecco che in un attimo di ingordigia ci siamo bruciati la zona che invece va battuta con metodo e pazienza, provando magari a spostarsi un po’, a variare quota, per poi ritornare nel punto dei primi tuffi , e così via. Se non è giornata, non importa, seguendo questa strada presto saremo ricompensati. Durante l’ attesa dobbiamo prestare la massima attenzione al comportamento della mangianza, in particolare le castagnole. Sono loro che infatti ci segnalano se nei dintorni nuotano dei predatori . Se ci sono i dentici saranno a grappolo e si apriranno in buchi che indicano la direzione di arrivo dello sparide,  che solitamente attacca in prossimità del fondo. Al contrario con le ricciole il muro di pescetti si sposterà per un’ altezza molto maggiore perché l’ attacco arriverà con più probabilità a mezz’ acqua. Proprio per questo motivo durante l’ attesa dovremo guardare in ogni direzione, anche verso l’ alto e alle spalle, movendo la testa lentamente ma molto di più di quanto non si faccia nell’aspetto tradizionale.

La ricciola potrà entrare nel nostro raggio d’ azione all’ improvviso, piombando sulla mangianza a velocità inimmaginabile e facendoci trasalire con il fragoroso rumore delle sue scodate, oppure molto lentamente, mettendo a dura prova la nostra apnea. Inutile ricordare che anche al cospetto di quella che potrebbe essere la preda della vita rinunciare è difficile, ma imperativo se ci avviciniamo troppo ai nostri limiti e magari siamo molto profondi. A volte ci punterà decisa , venendoci in bocca, altre pur avendoci visto, continuerà indifferente per la sua strada . In questo caso dovremo uscire dal nascondiglio con estrema lentezza, tirandoci con la mano, e dirigerci verso una rotta che porterà a convergere con la sua. Se avremo fatto le cose per bene riusciremo a portarla a tiro. A  questo proposito va ricordato che bisogna prestare molta attenzione al momento dello sparo in quanto , specie se non si è a stretto contatto col fondo, le dimensioni del pesce possono ingannarci e farci valutare male la distanza. Non sono rari casi di padelle clamorose perché la preda era almeno al doppio della gittata del fucile. Bisogna osservare attentamente le dimensioni degli occhi ed il colore: quando si iniziano a percepire le sfumature più chiare ed i contrasti fra la parte superiore ed inferiore della livrea, allora siamo sicuri di essere abbastanza vicini. Dal momento che questo pelagico non ha certo i riflessi del dentice, possiamo permetterci di aspettare il momento in cui mostra il fianco o addirittura, se si pensa di essere ancora lontani, provare a guadagnare l’ ultimo metro con un improvviso scatto in avanti facendo però attenzione a sparare subito, altrimenti ci rimarrà come unico ricordo dell’ incontro il rumore della possente scodata dell’ animale. Il tiro va indirizzato subito dietro le branchie, in corrispondenza della linea laterale. E’ il punto di maggiore tenuta e se si riesce a trapassare il pesce ci sono buone probabilità di concludere positivamente la cattura. Appena colpita la ricciola può avere un attimo di esitazione, poi parte come un treno, scatenando tutta la sua grande potenza. Bisogna salire subito verso la superficie lasciando filare la sagola dal mulinello e , per quanto ci è possibile, evitare che il filo vada ad impigliarsi in qualche roccia, dato che spesso questo pesce dà delle forti schienate contro il fondo nel tentativo di liberarsi dalla freccia. Appena a galla si serra la frizione del mulinello e si lavora la preda con il filo in mano. Essere trainati in superficie è una sensazione esaltante. E’ del tutto inutile ingaggiare un duello di forza con la nostra preda e cercare di salparla il più in fretta possibile. Si corre solo il rischio di andare incontro a qualche rottura o disarpionamento. Bisogna invece assecondare le sfuriate e forzare la mano solo in caso si avvicini troppo agli scogli, recuperare un po’ per volta con pazienza. Il recupero di una grossa ricciola può durare anche più di mezz’ ora. Piano piano perderà progressivamente energie  e quando sarà vicina dovremo cercare di abbracciarla e stringere la coda in mezzo alle gambe, per bloccarne l’ organo propulsore ed evitare che con la forza della disperazione ci freghi sul più bello ed afferrata sotto le branchie porremo fine alle sue sofferenze con il coltello.

La ricciola, oltre che all’ aspetto, può essere pescata anche in caduta. Francamente non mi sognerei mai di impostare una battuta di pesca con questa tecnica, perché dall’alto, anche operando in acque molto limpide, è difficile scorgere il dorso scuro del pesce, a meno che non si stagli nettamente da un fondale più chiaro. Piuttosto può accadere di scorgerla mentre scendiamo per fare un aspetto. A questo punto bisogna dirigersi molto lentamente verso di lei o verso un punto dove potremo incrociarla ed appena a tiro sparare. Il fatto di sparare dall’ alto verso il basso potrà farci osare qualcosa di più nel tiro, ma ricordiamoci sempre di stare attenti a valutare bene le distanze. Può essere redditizio, a volte , fare delle cadute nel blu ai margini delle secche, nelle zone più profonde, perché molte volte le ricciole girano intorno ai monoliti rocciosi, in acqua libera, e vi fanno solo qualche rapida scorribanda alimentare. Questa tecnica richiede abitudine , tranquillità ed esperienza, perché immergersi nel blu, senza riferimenti, provoca a molti un senso di angoscia che impedisce discese tranquille.

Per finire due parole sui fucili. Per quella che è la mia esperienza l’ arma migliore per questa preda è un oleopneumatico lungo modificato, almeno un 110, con tante atmosfere ed asta da 7 taitiana a doppia aletta, perché ha dalla sua una grande forza di penetrazione anche a grandi distanze. Ho usato per molti anni i fucili ad elastici, ma ho riscontrato due tipi di problemi. Se si spara entro i tre metri va tutto bene. Con gomme da 20 o doppio elastico da 16 il tiro è quasi sempre passante. Per i tiri lunghi , magari effettuati dal basso verso l’ alto col pesce che arriva a mezz’ acqua, francamente la differenza è molto evidente. Il pneumatico a fine corsa buca anche bestioni da 30 kg, con l’ arbalete invece l’ asta arriva “stanca” sembra quasi che si fermi quando urta la massa del pescione e non trapassare una ricciola grossa vuol dire perderla al 90%. Il secondo problema che ho riscontrato con gli arbalete è che ogni volta l’ asta è da buttare, perché irrimediabilmente piegata, se si colpiscono pesci oltre 7 / 8 kg. Non mi è mai successo che si sia spezzata a livello delle tacche,  ma comunque quello è un punto di debolezza e ho sentito diversi casi in cui è capitato. Il mulinello deve essere molto capiente, perché una ricciola colpita su un ciglio che punta nel blu può svuotare il rocchetto ad una velocità impressionante ed impedirci di raggiungere la superficie ed anche molto robusto, meglio se dotato di carenatura o dispositivo anti parrucche, utile per evitare problemi nei casi di abbondante e veloce richiesta di sagola. Quest’ ultima va imbobinata in modo tale che tenda a far girare il tamburo nel verso in cui si allenta la frizione, evitandoci il rischio che si blocchi tutto con buone possibilità di perdere fucile e pesce.

 

Massimo Fantino

N.B. Le catture documentate in queste foto sono state effettuate dal sottoscritto e dai miei amici e compagni di tante avventure di pesca Angelo Carlevarino e Marco Arbarello.