The Best Of Muppet Team

 

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Le Muppettate di Alberto Martignani

Alberto Martignani. In viaggio con Marò ….
Alberto Martignani. La classe non è acqua
Alberto Martignani: mi hanno lasciato in mutande
Alberto Martignani: vita da Muppet … mi hanno salvato i vigili
Alberto Martignani: te lo do io il Madagasgar
Alberto Martignani: Il controllo dello scarico ..
Paolo un amico di Alberto: dov’è il buco...
Alberto Martignani: TU CHIAMALE SE VUOI…… EMOZIONIIIIII

 

 

Alberto Martignani. In viaggio con Marò ….

Sì! Anch'io sono stato là col Marò.
Se sinora non ho raccontato niente è perché il viaggio è stato un tale concentrato di scalogna che il solo ripensarci mi fa star male...
Comunque....visto che ci tenete....
Elenco sommario delle sfighe:

1° giorno: arriviamo ad Hankarea e realizziamo che non ci sono piombi sull'isola (quelli del viaggio precedente li avevano portati a Nossi Be e nessuno si era ricordato di caricarli in barca).
La prima giornata di immersioni l'abbiamo fatta legandoci delle pietre alle cinture con lo scotch.
Poi il giorno dopo siamo dovuti andare a mendicare i pesi al Diving Svizzero di Tsarabanjina: ce li hanno dati, ma solo 20 chili che abbiamo dovuto dividere in 8 sub!
Sempre 1° giorno: carico lo stealth (precaricato a 37 Atm.) e questo mi si apre in due!

2° giorno: passo all'arbalegno: mi parte l'ogiva e mi asporto 1/4 di polpastrello.
sempre 2° giorno: nell'estrarre una grossa aragosta da un buco appoggio il ginocchio su un riccio tropicale (quelli con gli aculei lunghi 30 cm.). Passerò la serata ad estrarre gli aculei. Alcuni mi accompagneranno per tutta la vacanza.
Guido, mio compagno di tenda, sviluppa una strana eruzione, resistente ai cortisonici, che gli deturpa progressivamente il viso. Nonostante gli studi in medicina non riuscirò a fare diagnosi....

3° giorno: nell'andare a letto (forse con in corpo un rum di troppo), scivolo sulla scaletta della palafitta, umida di pioggia e cado pesantemente su una coscia , con conseguente sviluppo di ematoma intramuscolare. Resterò azzoppato per tutto il periodo (senza per questo esimermi dall'andare in acqua, arrancando penosamente dietro agli altri).

Dal 1° al penultimo giorno, e qui so che stenterete a credermi: ACQUA COLOR CAPPUCCINO per la presenza di una perturbazione anomala che da metà dicembre a metà gennaio ha stazionato stabilmente sul nord del Paese, gonfiando i fiumi e muovendo il bassofondo.
In pratica abbiamo avuto piogge pressoché continue, mare spesso agitato ed acqua SEMPRE torbida che non ha permesso se non del tutto eccezionalmente di pescare.
L'ultima notte, mentre, sveglio, guardavo il soffitto della tenda ascoltando l'ululare del vento e rimuginando sul perché di tanta sfiga, la tenda si é aperta in due, strappata dal vento, lasciando me e il povero Guido senza parole a guardarci in faccia (avete presente Fantozzi e Filini?)
Dopo una settimana, preoccupati dal peggioramento progressivo delle condizioni meteorologiche,
l'organizzazione ha deciso di evacuarci.
Detto fatto: un motore dell'Heron si è guastato. Non potendo affrontare la traversata con un solo motore (il mare andava sempre più montando), abbiamo dovuto ricorrere ai soliti Svizzeri di Tsarabanjina, che ci hanno traghettato indietro a Nossi Be a prezzi da amatore su un guscio di noce lentissimo ma almeno sicuro (traversata durata 9 ore in acque agitate e sotto una pioggia incessante).
All'arrivo a Nossi Be abbiamo trovato strade allagate (nel senso che ci andavano in piroga) e il Marlin Club pure allagato. Sporchi e laceri abbiamo dovuto ripiegare su un altro albergo, anch'esso allagato ma solo parzialmente.
Il giorno dopo metà della truppa (tra cui io) ha optato per il rientro anticipato in Italia. Piccolo problema: sull'aereo non c'era posto per tutti. Uno doveva restare fuori. Si è tirato a sorte. Chi ha perso? Scommetto che avete indovinato. Ovviamente io. Ho quindi dovuto sorbire sino in fondo l'amaro calice.
Dal giorno successivo, se non altro, è tornato il sole, per cui, a parte qualche altro piccolo incidente di percorso (tipo la rottura del semiasse del Taxi che ci riportava a casa dalla discoteca all'una di notte, in una sordida periferia di Hellville...), la vacanza è terminata quasi normalmente.
Ovviamente non si è pescato (acqua sempre torbida, infruttuosa ricerca di banchi praticabili), tranne ... udite, udite ... il penultimo giorno.
Ebbene sì, 24 ore prima di partire, improvvisamente, le acque sono tornate cristalline (non sapevamo che gioirne o darci delle martellate sulle balle) e abbiamo potuto fare un'ultima soddisfacente pescata. Niente di che, intendiamoci, si era su un isolotto nei pressi di Nossi Be, abbastanza sfruttato, ma se non altro è uscito qualche carangide, qualche red snapper, un king-fish (persino un cefalo!) e ho potuto fare la foto che vedete in allegato.
La pescata è rimasta unica perché il giorno dopo si è ripartiti, ma ... poteva finire così ?
No, infatti all'arrivo a Malpensa, non ho ritrovato il bagaglio (smarrito e rispeditomi dopo una settimana). E per fortuna questa volta, come spesso accade al rientro dai miei viaggi di pesca, non avevo pesce congelato dentro la valigia!
Il rientro a Bologna l'ho fatto ospite sull'auto a nolo di due Indiani conosciuti sull'aereo (probabilmente impietositi dal racconto delle mie peripezie) che andavano a Rimini per comprare una macchina per fare gelati (il mondo è pieno di pazzi !!!)
Presidente Pier, non avevo mai osato chiederlo, ma … una nomina "honoris causa" per me e i miei derelitti compagni?
Si metta una mano sul cuore (considerando anche, e so di non trovarLa completamente insensibile all'argomento, le spese folli sostenute per il suddetto viaggio) e si porti a Bologna una bella nomina ufficiale su carta intestata del Muppet Team...
Saluti
Alberto Martignani
Bologna

P.S.: il Marò, nella buona e nella cattiva sorte, è sempre inossidabile (a Novembre parte per un'altra avventura...)

 

 

Alberto Martignani. La classe non è acqua

È da un pò di tempo che non riesco più a farmi una vacanza di pesca "normale". Sempre qualcosa di "particolare", sempre avventure (più spesso dis-avventure....)
Non hanno fatto eccezioni le recenti (brevi) vacanze in Terrasanta.
Domenica 23 giugno: arrivo a destinazione con la "bava alla bocca", assieme all'amico Marco.
Scarichiamo in un baleno i bagagli in appartamento e ci proiettiamo subito in acqua.
Scendiamo da terra a Costa Paradiso dirigendosi in direzioni opposte. Impugno il monoscocca 100 nuovo-fiammante, al quale, penso, ho finalmente trovato un congruo teatro di operazioni.
Scivolo come un caimano tra il granito interpretando la costa all'agguato.
Eccolo, il primo sarago di taglia, lo vedo scapolando un grosso masso sommerso. Con cautela avanzo il braccio armato, che tenevo arretrato, sino a portare il calcio del fucile davanti al viso, rapidamente collimo e premo il grilletto.
Qualcosa mi colpisce in bocca lasciandomi mezzo tramortito. Faccio appena in tempo a vedere il sarago insagolato che l'acqua davanti a me si vela di rosso. Il dannato monoscocca, azionato a gomito e polso flessi pochi cm. davanti alla bocca, ha rinculato violentemente colpendomi in pieno.
Rapida esplorazione con la lingua: il labbro superiore presenta a destra un'estesa e profonda lacerazione. Maledizione! Capisco subito di avere necessità di una sutura. Resisto alla tentazione di suturarmelo in loco col monofilo come Rambo e parto alla ricerca del socio per avvertirlo del problema e recuperare le chiavi dell'automezzo che tiene appese alla boa.
Faticosamente risalgo, mi cambio e parto alla ricerca di un P.S., tamponandomi il labbro orribilmente sezionato con un fazzoletto. Ma dove andare ? Isola Rossa! La ridente cittadina avrà senz'altro un posto di medicazione. Macché, solo guardia medica, mi dicono, e comunque attiva non prima delle 8 di sera.
Provo senza tante speranze a Trinità d'Agultu. Infatti, niente da fare. Un carabiniere a cui chiedo mi consiglia di proseguire sino all'ospedale di Tempio Pausania, ad una trentina di chilometri. Ci arrivo ormai dissanguato, ma devo comunque fare ancora 50 minuti di anticamera perché, mi dicono, " non sono in pericolo di vita".
Alla fine riesco a sedermi sul lettino della saletta di medicazioni dove il chirurgo mi gratifica di 4 punti di sutura.
Guidando come un pazzo torno a recuperare il povero Marcone che dopo 4 ore di attesa starà sicuramente maledicendo me e la mia dabbenaggine.
Non lo trovo, come mi immaginavo, steso a prendere il sole. Gli abiti e la borsa sono ancora sullo scoglio dove li aveva lasciati. Azz ... penso, che resistenza, ancora in acqua !
Invece me lo vedo arrivare dopo 20 minuti seminudo, dalla strada, scendendo da un'auto con targa svizzera. Lo svizzero lo scarica rapidamente e riparte sgommando sullo sterrato. Ma che cazz...? Lui è distrutto nel fisico e nel morale. Mi racconta di essersi perso in acqua, di non aver più trovato lo scoglio da cui eravamo scesi e, giunto allo stremo, di aver preso terra in una zona assolutamente selvaggia e lontanissima. Qui si è trovato costretto ad abbandonare attrezzatura e pescato, cercando in qualche modo di raggiungere il mondo civile attraverso le rocce e i rovi. Alla fine era giunto disidratato e semisvenuto nel giardino dello svizzero che, dopo averlo dissetato e ripulito con lo spinello per innaffiare il giardino, l'aveva riaccompagnato in auto a destinazione.
Il giorno dopo, armati di scarponcini tattici, zaini e abbondanti riserve d'acqua, abbiamo organizzato un imponente missione di recupero dell'attrezzatura di Marco. Beh, vi dico, è stata dura anche così, ma ce l'abbiamo fatta. La cosa più penosa comunque è stata staccare il pesce ormai putrefatto dalla muta sotto cui il mio brillante e voluminoso amico l'aveva lasciato. In compenso i nugoli di vespe ne segnalavano l'ubicazione a centinaia di metri (avete presente gli avvoltoi nei film western?)
Per la cronaca, i giorni successivi sono stati "un pò più normali", nel senso che siamo riusciti a pescare senza ucciderci o procurarci menomazioni permanenti.
Io sono sceso in acqua nonostante i punti di sutura, prendendomi qualche rischio di infezione e riapertura della ferita (ma voi al posto mio, cosa avreste fatto?).
Per fortuna tutto è andato bene e qualche buon carniere non è mancato.
C'è stato qualche altro episodio curioso....ma questa è un'altra storia.
Ciao a tutti...
Alberto Martignani
Muppet Team

 

 

Alberto Martignani: mi hanno lasciato in mutande

Ad essere derubato mentre sto pescando ormai ci avevo fatto quasi il callo, ma non immaginavo che mi sarebbe successo anche durante l'allenamento in piscina !!
Oggi alle 14.30, dopo l'allenamento e la doccia rientro nello spogliatoio e trovo: armadietto forzato, abiti rimossi, scomparsi agenda, portafoglio (con 200 euro, bancomat, carta di credito, patente e "badge" magnetico dell'ASL), cellulare (nuovo!), chiavi della macchina. Con queste ultime il ladro ha aperto l'auto parcheggiata poco distante asportandovi le chiavi di casa e dell'ambulatorio (tutte da rifare!!). A ciò si aggiunge il danno economico di un pomeriggio di ambulatorio andato perso (ho dovuto frettolosamente telefonare alla segretaria per la disdetta di tutti gli appuntamenti!). Vi risparmio tutti gli altri dettagli....
Il bello è che ho potuto riguardarmi il furto in differita sulla cassetta registrata dalla telecamera a circuito interno della piscina: il ladro è uscito neppure due minuti dopo il mio rientro negli spogliatoi !
Purtroppo i poliziotti accorsi per i rilievi (altre due persone sono state derubate assieme a me) hanno detto che se il tipo non è schedato, sarà ben difficile rintracciarlo (però il suo viso è scolpito nella mia memoria e dovrà stare bene attento a non incrociarmi: io conosco lui ma lui non conosce me...)
Uno sconsolato..

 

 

Alberto Martignani: vita da Muppet … mi hanno salvato i vigili

Orbene, dovete sapere che, godendo del privilegio di un orario di lavoro flessibile e in gran parte autogestito, mi piace sovente "tirare tardi" in studio la sera almeno sino alle 20.00, il che mi consente di accumulare un credito di ore e prestazioni che mi permette magari, quando è stagione, di prendermi qualche mezza giornata libera per andare a pesca.
Orbene, fatto sta che da oggi 13 settembre, dopo lunga vertenza sindacale, il personale di portineria e gli addetti alle pulizie del poliambulatorio dove lavoro hanno ottenuto di terminare inderogabilmente il turno  alle 19.30, invece che alle 20-30-21.00 di prima....
A noi medici era stato pertanto comunicato di adeguarsi e di uscire inderogabilmente dai locali entro le 19.30.
Io, devo ammetterlo, ho preso la cosa un pò sotto gamba.
Insomma, l'avvertenza mi era un pò entrata da un orecchio e uscita dall'altro. Immaginavo comunque che prima di chiudere il personale avrebbe fatto un piccolo giro d'ispezione nei vari reparti, o almeno un giro di telefonate, almeno il primo giorno...
Insomma, ero intento a compilare alcune cartelle di Day-Hospital quando alzo gli occhi all'orologio e vedo l'orario: 19.45.
"Forse è ora di andare"- penso.
Esco dal mio reparto e ... il deserto. Tutto buio e silenzioso. Mi precipito a rotta di collo, al buio giù per le scale sino alla portineria e vedo ... il cancello d'ingresso chiuso sbarrato! Con  qualcosa più di una leggera inquietudine scendo nel seminterrato sino all'ingresso di servizio sperando di intercettare uno dei portieri.
Niente da fare! I maledetti se ne sono altamente catafottuti di avvertire e alle 19.30  in punto hanno timbrato il cartellino, sbarrato tutto e se ne sono andati.
Insomma, non ci posso credere, sembra una barzelletta ma è proprio così: sono rimasto chiuso dentro al Poliambulatorio! Inoltre non posso neppure rientrare nel mio reparto perché uscendo mi sono tirato dietro la porta con chiusura a scatto e non ho le chiavi.  Anche tutti  gli altri uffici e ambulatori sono chiusi a chiave. Non ho neppure alcun recapito telefonico (la vigilanza, la ditta di pulizie) per farmi a liberare. Insomma ... sono nella m..... A tentoni riesco a trovare il quadro elettrico del piano-terra e ad accendere almeno le luci. Pur privo di speranza faccio una piccola esplorazione per tentare di trovare una via d'uscita. Niente. Tutte le finestre sono sbarrate. Riesco a trovare, al primo piano, un ufficio aperto, con una finestra senza sbarre. La apro e valuto la possibilità di calarmi giù. Niente da fare. Troppo alto e troppo pericoloso.  
Per fortuna ho con me il cellulare. Chiamo il 112. Il centralinista dice che non può far nulla e mi consiglia di chiamare i vigili del fuoco.
Lo faccio. L'addetto non si capacita. La situazione gli sembra strana e io non mi sono mai sentito così pirla come in quel momento. Alla fine dice che mi manda una squadra e mi chiede il mio numero di cellulare. Gli rispondo che non lo so perché non mi chiamo mai. Mi dice di pensarci con calma e di richiamarlo quando me lo sono ricordato. Il mio numero di cellulare l'ho scritto nell'agenda ma questa, per la concitazione del momento, me la sono dimenticata in studio (assieme alla giacca e alle chiavi dell'auto), e lo studio è chiuso a chiave! Insomma, un casino. Allora chiamo mia moglie che stava già buttando la pasta, le spiego la situazione, mi faccio dire il numero di cellulare e le chiedo di venire con l'altra auto al poliambulatorio. Poi richiamo i Vigili del Fuoco e comunico il numero di cellulare. Dopo un quarto d'ora sento un rumore dall'ingresso. Sono arrivati i pompieri che stanno cercando di forzare la porta per liberarmi. Li fermo e spiego loro che c'è una finestra accessibile al primo piano. Detto fatto, fanno salire una scala sino al davanzale. Agile come un lemure mi calo finalmente a terra. Inutile dire che sono in maniche di camicie e che fuori fa un freddo finocchio. I vigili mi prendono le generalità, incuranti di un principio di assideramento che mi sta cogliendo. Inutile dire che nel frattempo si è raccolta una piccola folla di curiosi ad assistere al tutto. Provvidenziale arriva finalmente mia moglie a togliermi da una situazione imbarazzante e a riportarmi a casa.

E pensare che avevo pensato di aver toccato il fondo quella volta, in agosto, che rimasi bloccato in ascensore con una vecchietta ... ma questa è un'altra storia....

 

 

Alberto Martignani: te lo do io il Madagasgar

Finalmente mi hanno recapitato il bagaglio smarrito allo "Charles De Gaulle".
Con esso, l'agendina ove avevo annotato, con la pazienza di un monaco cistercense, le vicende salienti del nostro viaggio (mio e di "Supermario" Grandi) in Madagascar.
Posso quindi, alfine, relazionare....

29-30-31 dicembre: lasciamo Bologna col sole e arriviamo a Tanà, la capitale, sotto una pioggia battente. Ci dicono che, anche quest'anno, la stagione delle piogge è arrivata in anticipo e in maniera più virulenta del solito.
Sono pervaso da una leggera inquietudine perchè già due anni fa un viaggio di pesca nel nord del Paese andò praticamente a putt.... per il medesimo motivo. Mi assicurano però che nel sud, dove siamo diretti questa volta, il clima è molto secco e non piove praticamente mai.
I primi tre giorni sono comunque dedicati alla visita di Tanà e delle foreste pluviali del Parco Nazionale del Perinet, che visitiamo sotto una pioggia insistente e pressochè ininterrotta e dove vediamo i famosi lemuri.
Comunque già il fatto di arrivare in Africa e dover comprarmi, per prima cosa, l'impermeabile, mi fà incazzare non poco !

1 gennaio: dopo un volo a tappe su un vecchio "Twin Otter" attraverso improbabili "aeroporti" in mezzo alla foresta e quasi tre ore di camion su piste semiallagate arriviamo a destinazione: Andavadoaka, villaggio di pescatori malgasci, nel sud-ovest del paese.

2 gennaio: prima uscita a pesca. Usciamo con la barca dello scalcinato diving locale: ci depositano, con tanto così di boa segnasub, in corrispondenza di una pass nella barriera corallina, che in tale zona si trova a circa 7 km. dalla costa. Loro poi proseguono per una bombolata in un'altra località. Ci raccatteranno al ritorno. Inizio una serie di aspetti alla base del reef, a circa 12 metri. Mi aspetto, come in precedenti immersioni nei mari tropicali, di essere subito circondato da pesci e pescetti ma, ohibò, questi, invece di essere irresistibilmente attratti dai miei aspetti se la danno a pine levate appena mi vedono. C'è torbido e corrente forte. Dopo una mezz'ora di fuggi-fuggi sistematico di qualsiasi specie ittica pervenuta a meno di 10 metri da me, sparo, esasperato, al primo pesce di una certa taglia che mi capita a tiro di monoscocca: una specie di boccalone rosso dagli occhi prominenti e i dentini aguzzi da predatore. Nonostante le dimensioni contenute tira come un dannato e mi imparrucca tutta la sagola del mulinello. Ci metto una dozzina di minuti a sbrogliare il tutto, attaccare il pesce al pallone e a ricaricare il fucile. Vado per reimmergermi, ma, accidenti, dov'è finita la barriera corallina ? Sotto di mè c'è il blu !
Alzo la testa e mi rendo conto che la corrente in uscita dalla pass mi ha portato chissà dove al largo ! Passerò le due ore successive a fare nuoto pinnato per cercare di ritornare sulla barriera, inutilmente...
La barca mi verrà a recuperare che sono ancora circa a metà strada tra il Madagascar e il Mozambico. Sulla barca uno sconsolato Mario mi racconta di aver visto diversi "red snappers", ma assolutamente inavvicinabili...  "Minimalista" come al solito, aveva montato sul suo 110 una telecamera scafandrata, nella speranza di poter fare qualche bella ripresa. Inutile dire che la suddetta ha cominciato ad allagarsi dopo pochi tuffi e solo per puro caso
"Supermario"è riuscito a salvare la telecamera. Visto che lo "scafandro" era stato acquistato grazie a contatti presi in lista, a qualcuno avranno sicuramente fischiato le orecchie,  considerata l'entità numerica e il carattere particolarmente colorito delle contumelie che ho sentito uscire dalla sua bocca...

3 gennaio: ci sono stati temporali tutta la notte ma la mattina, nonostante qualche nuvolone minaccioso, il mare è calmo e si può uscire. Capiamo di avere necessità di una barca appoggio costantemente a disposizione, così noleggiamo (a prezzi da Costa Smeralda !) il gommoncino del diving e ci apprestiamo ad uscire di nuovo sulla barriera. Ci accompagna per l'occasione Piero, simpatico Torinese ospite anche lui del villaggio, bombolaro ma con trascorsi da pesca-sub. Gli prestiamo un fucile e si và !
Il gommoncino, dotato di un propulsore ridicolo, sovraccarico (è a bordo anche Chicco, il figlio di Mario) è lentissimo, e dopo 40 minuti non abbiamo ancora raggiunto la barriera. Ci siamo quasi quando una minacciosa perturbazione, dal largo, mostra di avvicinarsi pericolosamente verso di noi. Precauzionalmente decidiamo di rientrare. Termineremo mestamente la mattinata peschicchiando sui coralli morti all'interno della laguna, cappottando senza speranza. Alla fine ci beccheremo anche il temporalone !

4 gennaio: decidiamo che così non va e bisogna cambiare strategia! Il pomeriggio precedente, sotto la pioggia battente, abbiamo assoldato Marielle che (purtroppo), non è, ad onta del nome, un'avvenente fanciulla francofona, ma un bel Malgascione, nero come il carbone, che il giorno successivo ci porterà a pescare sulla sua piroga! Contiamo ovviamente di essere guidati su qualche punto particolarmente pescoso .... Marielle ci porta infatti su una bella pass interna dove la corrente è affrontabile e il fondale bello. Purtroppo anche qui poco pesce e nervosissimo .... Ormai abbiamo capito: la pressione pescatoria nella zona è elevatissima. La superficie marina è costellata da piroghe a vela ed a remi che pescano con reti, lenze a mano e fucili subacquei (arbalete rudimentali che però quei satanassi dei Malgasci usano a raffica su qualunque specie pinnuta e no passi a meno di tre metri da loro !)
Prolunghiamo gli aspetti nella speranza di veder passare qualche bel carangide, ma di pelagici neanche l'ombra. Risaliamo mestamente in piroga per farci accompagnare da qualche altra parte quando la solita perturbazione vagante ci coglie in pieno: è uno scroscio violento che mette a repentaglio la galleggiabilità della piroga sovraccarica ! Abbandoniamo qualsiasi velleità piscatoria e impugniamo pagaia e secchio per sgottare. Riusciamo a rientrare per puro miracolo. Marielle, intirizzito dal freddo, si guadagna una generosa gratifica nonostante l'esito sconsolante dell'uscita.

5 gennaio: la sfiga si è abbattuta su di me ! Il pomeriggio precedente, nell'indossare la muta per un tentativo da terra, complice l'umidità (e pensare che mi dicevano che in quella zona possono passare anche 18 mesi senza che cada una goccia d'acqua !) mi sono strappato alla schiena. Invalido, devo dare forfait.... Mario esce da solo in piroga con Marielle (Piero è nel frattempo ripartito per l'Italia) ma è l'ennesimo cappotto senza aver visto praticamente nulla....

6 gennaio: quantunque ancora dolorante ai lombi, decido stoicamente di scendere in acqua. Abbiamo deciso di cambiare ancora strategia! La piroga carica di passeggeri e attrezzature è troppo lenta e rischia di affondare se piove. Del resto una guida che ci indichi i posti meno peggio è necessaria.
Abbiamo assoldato un altro Malgascio ... di cui non sappiamo il nome perchè è sordomuto, ma in mattinata si è presentato al nostro bungalow per venderci un cernione di 8 chili. Decidiamo che è la guida giusta per noi e lo trasciniamo quasi a forza sul gommone dopo avergli sventolato sotto il naso un bigliettone da 10.000 Ariari. Gli spieghiamo a gesti (lui è sordo e comunque il nostro francese è orribile ...) di portarci sul posto dove ha preso la cernia. Ci guida in effetti su un bel reef  più a sud delle zone che abbiamo sinora, infruttuosamente, battuto. Finalmente qualche pesce si vede, anche se certo non quello che ci saremmo a priori aspettati! Il gommone si riempie così con un piccolo carangide, una cerniotta, due-tre ombrine tropicali, un paio di grossi chirurgo che si riveleranno poi buonissimi cucinati al sale. Prede tutto sommato modeste ma che ci hanno fatto ugualmente sputare sangue dato il livello esagerato di malizia che tutte le specie ittiche (per non parlare di polpi e aragoste !) hanno maturato in questo tratto di costa a causa del prelievo esasperato a cui sono sottoposte.

7 gennaio: la sfiga non ci dà tregua: scendiamo in acqua con il gommone. La schiena và meglio, ma mi accorgo con disappunto che il fucile si è allagato.
È pesantissimo e padellerò con ignominia tutto quello a cui sparerò. Mario è devastato dalla dissenteria e deve fermarsi ogni mezzora per una .. ehm ... sosta tattica. Nonostante questo problema metterà a paiolo due grossi chirurgo e due bellissimi pesci, molto simili a grossi saraghi fasciati, sul chilo e mezzo ciascuno.

8 gennaio: scendo in acqua con il Comanche100 prestatomi da Mario: il monoscocca allagato è inutilizzabile e lo Stealth 110 con asta da 7 mm., che ho come secondo fucile, quantunque potentissimo, ha un tiro troppo lento per essere efficace nei confronti di prede sfuggenti e dai riflessi rapidissimi. Ormai ho capito l'antifona: i pesci non si avvicinano .... Bisogna condurre aspetti prolungati e in posizione copertissima e sparare, sempre al limite della gittata, alla prima occasione. I pinnuti restano infatti sempre a diversi metri di distanza dal punto da cui proviene la vibrazione del sub appostato e fuggono non appena percepiscono la presenza dell'essere umano, che conoscono benissimo. Inizia qui la mia personalissima tenzone con il "Monotaxis Grandoculis", o "Dauràde Tropicàle" : come dice il nome, si tratta di una specie di orata dai grossi occhi prominenti che talvolta si avvicina, sola o in piccoli branchi, dopo un aspetto prolungato,  incrociando davanti al sub ma restando sempre circa 50 cm. oltre la portata massima del fucile. Fugge allorchè il sub, spolmonatosi inutilmente,  risale dall'apnea per poi ripresentarsi  irridente, con quei suoi occhioni spalancati, al tuffo successivo, ma sempre a distanza di sicurezza.
Insomma, un autentico tanghero in grado di far uscire dai gangheri anche il più "self- controlled" dei subacquei. Ma comunque un avversario degno con il quale inizio una serie di duelli a colpi di occultamenti magistrali e apnee da competizione, nel tentativo di portarne qualcuno a portata del mio 100. Con infinita soddisfazione (dato che la cattura di questi pesci nulla ha da invidiare, come difficoltà, a quella di un'orata nostrana), riuscirò ad attaccarne un paio sotto la boa.
Mario invece, sempre in preda alla dissenteria, non ha avuto una bella mattinata. Ciononostante, mentre stiamo rientrando, vede improvvisamente a pelo d'acqua una macchia scura formata dalle schiene di grossi pesci. In un lampo carica il fucile e si tuffa. Lo vedo sparare e filare il mulinello: Risalirà poco dopo con il pesce, che assomiglia ad una delle nostre salpe, ma è enorme, almeno tre chili, e molto combattivo. Ne piglierà poco dopo un altro mentre io gli faccio da barcaiolo godendomi, dal gommone lo spettacolo della costa, delle isole coralline e di un cielo tornato finalmente limpido.

9 gennaio: Mario oggi non pesca: esce con il diving assieme alla moglie per una bombolata alla "baia degli assassini", pittoresco golfo che nel XVII secolo ospitava una comunità di bucanieri.  Io invece sto sempre sul piede di guerra: il pomeriggio precedente, uscendo da terra, ho trovato un bel reef interno alla laguna dove ho preso un  "monotaxis" bello grosso e due ombrine e visto i primi carangidi "seri", 3 pesci di 5-6 chili che mi sono incrociati davanti, poco fuori tiro, durante un aspetto...
Questa mattina invece, accompagnato dalla moglie, decido di visitare in gommone una pass a ridosso di un isolotto corallino al largo. Il posto è molto bello e sembra girare qualche pesce decente: alla prima immersione vedo un "poisson capitaine" di una decina di chili in caccia sul reef. Sono bestie dall'aria feroce che non vengono all'aspetto neanche a morire ... Provo ad agguantarlo, ma quando sono quasi a tiro mi sente e si rifugia in una tana inespugnabile. Dopo un pò, grazie ad un aspetto magistralmente condotto, catturo il mio primo (e unico) "red snapper" che in questa zona sono rari e difficili da prendere. È poi la volta di una cernia sorpresa fuori tana. Sto per risalire dato che mia moglie, stesa sul gommone, sta sviluppando un'ustione di III grado, quando, facendo capolino dentro una tana, vedo in profondità un paio d'occhi bovini che mi fissano...Senza pensarci due volte piazzo la fucilata esattamente nello spazio tra i due occhi inchiodando il pescione. Al tuffo successivo (la tana è sui 12 metri di profondità) appuro la situazione: non si tratta di una cernia, come avevo pensato, bensì della "madre di tutte le ombrine", un pesce davvero notevole. L'asta l'ha attraversata, passandola in sagola, poi, chissà come, è uscita dall'apertura posteriore della tana, che è una specie di stretto tunnel. Riesco dopo molti sforzi e diversi tuffi a raggiungere la testa del pesce, ma mi rendo conto che dal davanti non è possibile estrarlo dal momento che la sezione della testa è maggiore rispetto alla sezione dell'apertura della tana. L'unica possibilità è tirarlo fuori da dietro, ma come fare ? Taglio la sagola e libero l'asta, legando la sagola al pedagno della boa affinchè il pesce non abbia comunque la possibilità di fuggire. Rimonto l'asta sul fucile con una legatura di fortuna e vado a doppiare il pesce da dietro estraendolo quindi da questa parte. Un "piccolo capolavoro" di tattica che mi è costato quasi un'ora di lavoro e tanta-tanta fatica (così imparo a sparare i pesci in tana io che tanista non sono mai stato...)

10 gennaio: giornata di semi-riposo: gita in barca con le nostre famiglie e breve pescatina rubata mentre  donne e bambini esplorano un isolotto sabbioso.
Dato che non c'è altro sparo a tre triglioni quasi da chilo per la cena. Mario vede i soliti dentici imprendibili. Io vedo un barracuda a mezzacqua che mi scruta per bene e si allontana poi con regale flemma lasciandomi con un palmo di naso.

11 gennaio: altra giornata fiacca .... pesce  zero. Persino le aragoste, appena ti vedono, scappano terrorizzate. Ne vedo una, grossa, ma per prenderla devo spararla in fondo alla tana e poi lavorarla per mezzora prima di riuscire ad estrarla.

12 gennaio: Mario si presenta a colazione piegato in due. Si è beccato anche lui, come me pochi giorni prima, il colpo della strega ! Ma sono gli ultimi giorni e non vuole assolutamente rinunciare all'uscita. Così gli faccio un'iniezione di "Dicloreum" e si và ! Ancoriamo il gommone a ridosso di un reef e ci separiamo. Io risalirò la corrente e successivamente tornerò al gommone con il quale andrò a recuperare Mario che, menomato, si lascerà invece trasportare dalla corrente medesima  verso l'interno della laguna. Mi rendo subito conto come  la corrente sia molto forte e risalirla risulti estremamente faticoso, ma forse proprio per questo sembra esserci più pesce del solito e raddoppio gli sforzi ! Arpiono quasi subito un bel "monotaxis" sul chilo emmezzo. Durante un successivo aspetto vedo un paio di ombrine interessanti: mi appiattisco dietro il mio riparo sperando di incuriosirle ed ecco che un bel dentice arriva deciso, sorpassa le ombrine e si ferma al limite della gittata del fucile. Si gira. Capisco che non si avvicinerà oltre. Allora mi allungo tutto e sparo. Preso ! Il finimondo, sbatte come un dannato. Mi rendo conto con orrore che la freccia non l'ha passato. Mollo tutto il mulinello ma è inutile. Dopo pochi metri la sagola si incastra tra i coralli. Il pescione dà un paio di scodate violente e si libera ..... In altri tempi avrei reagito ad un simile evento in maniera scomposta, recriminando violentemente contro la malasorte, innervosendomi e compromettendo definitivamente l'esito della pescata. Stranamente da un pò di tempo mi sono accorto di accettare quasi passivamente e con ammirabile auto-controllo ogni beffa del fato (salvo poi precipitare in uno stato depressivo allorchè, a mente fredda, rivivo la situazione.) Mestamente ricarico il fucile e riprendo a pescare. Faccio una ventina di metri, quando, ohibò, che ti vedo, fermo sul fondo ? Un dentice uguale-uguale a quello che avevo appena sparato e perso! Che strano ... sembra morto. Ma guarda .... ha un buco dietro la branchia .... Non ci posso credere: è il mio dentice! Immagino che, improvvisamente, l'animale resusciterà e fuggirà definitivamente ... Invece è proprio morto ... stecchito. Per non saper nè leggere nè scrivere gli tiro comunque una fucilata sul testone e lo salpo. È davvero bello: quasi uguale ai nostri dentici ma con una livrea giallo-brunastra. Più tardi l'autopsia eseguita in cucina evidenzierà un fatto curioso. L'animale ha in corpo diversi lunghi aculei di riccio tropicale. Evidentemente il muppet-dentice, fuggendo dopo essersi liberato dall'asta, ha fatto hara-kiri sul riccio e c'è rimasto secco! Davvero un'insolita culata per il sottoscritto  il cui cuore ha rischiato di cedere per l'emozione, trattandosi di circostanza del tutto inusitata (che la sorte abbia voluto sdebitarsi tutto in una volta ?)
La cattura comunque mi mette le ali, e nelle fasi immediatamente successive catturo un altro dentice (più piccolo) e un "monotaxis".   
Vado quindi, con una punta di preoccupazione, a raccattare Mario che immagino sofferente e ormai alla deriva, e invece me lo trovo arzillo e sorridente e, quel che più conta, con una lunga ombra grigiastra appesa sotto il pallone. Malefico Mario! Ha preso una ricciola! Mi racconta di aver pescato all'aspetto alla base di una parete corallina a picco, in 12-16 metri di fondo. Sono passati un paio di branchi di lunghi pesci argentei che non è riuscito a identificare con precisione (wahoo ??), che l'hanno ignorato e, infine, il branchetto di ricciole, che indivituatolo, l'ha invece circondato consentendogli di catturare un bell'esemplare. 
È stata di gran lunga la nostra migliore uscita e rientriamo tutti soddisfatti...

13 gennaio: capiamo che la giornata precedente è stata solo l'eccezione che conferma la regola. Torniamo nello stesso posto ma i pesci sembrano aver capito che quegli strani bipedi a chiazze marroni sono altrettanto pericolosi di quelli tutti neri che sono abituati a vedere, a che anzi i loro pungiglioni arrivano a colpire decisamente più lontano. Prenderò un solo monotaxis, dopo essermi fatto menare per il naso per tutta la mattina. La giornata è comunque nobilitata dall'incontro di Mario con un piccolo squalo pinna bianca (un metro e mezzo circa) che gli passa sopra e gli fa un paio di volteggi attorno mentre è giù per un aspetto. E qui io mi sono incazzato. Dovete sapere che è il terzo viaggio che faccio in Madagascar. Tutti i miei compagni di pesca hanno sempre raccontato a più riprese di aver incontrato squali e squaletti. Io invece non sono mai riuscito a vedere manco un gattuccio.... 

14 gennaio. L'epilogo. Il pomeriggio precedente ero stato avvicinato dal gestore napoletano del "diving" (lo metto tra virgolette perchè si sarebbe molto di chè ridire, a proposito di questo "diving") il quale, con aria cospiratrice, mi chiede : "Ma voi .... in apnea .... quanto riuscite a scendere ?"   "Mah - azzardo io - 20-22 metri ?"
" Allora non ci stà problema - fà  lui - domani vi porto su una secca fuori la barriera corallina. Ci stanno 20 metri ma là è pieno di pesce ...."
Decidiamo di provare pure questa. La mattina si parte di buon'ora  (dopo i primi giorni di sveglia comoda ormai abbiamo capito come risulti necessario partire all'alba, o quasi, per precedere i dannati pescatori locali sulle zone migliori. A questo siamo ridotti.....) 
La secca si trova un miglio e mezzo circa oltre la barriera corallina. Il cappello effettivamente è sui 22 metri. Ancoriamo e io mi butto sconsideratamente in acqua: dopo10 secondi sono a 200 metri dal gommone. C'è una corrente che neanche sull'Orinoco durante la stagione delle piogge. Mario, vista la mia mala parata, si cala invece prudentemente in acqua tenendosi ben stretto alla cima dell'ancora. Dato che gli altri due non sembrano intenzionati a venirmi a prelevare con il gommone, nuoto sino a guadagnare a mia volta la cima dell'ancora, ma a questo punto sono già stanco come dopo due ore di pesca. Scendiamo in alternanza tenendoci alla cima. Il posto effettivamente è bello e pieno di pesce (branchi enormi di chirurgo e grossi "monotaxis"). Il problema è che la corrente è veramente insostenibile. Io riesco ad arrivare a malapena a metà del cavo poi ne vengo sradicato e trascinato via per decine di metri. Riemergo regolarmente a più di cento metri dal gommone. Dopo tre tuffi sono sfiancato e Mario pure. Decidiamo che "non è cosa" e, pur con rammarico, desistiamo. Facciamo qualche tuffo svogliato attorno all'isola corallina di Nosi Hao e rientriamo.

15 gennaio: è il giorno della partenza. Norme igienico-alimentari draconiane mi avevano sinora preservato dalla dissenteria  che in forma più o meno grave aveva colpito tutti i componenti del gruppo. Purtroppo cado miseramente nel finale: indiziato numero 1, un piatto di frittelle con ripieno di tonno che mi accatto in un laido bar dell'aeroporto di Morondava. Dovete sapere che ero partito dall'Italia con una valigia solo di medicine ma le ho lasciate tutte al "collega" del villaggio indigeno. Mi terrò quindi il mal di pancia per tutti i due giorni successivi dedicati allo shopping e alla visita della capitale Antananarivo. Acme della manifestazione durante il viaggio aereo, allorchè  renderò  a più riprese  impraticabili le ritirate dell'aereo, con somma costernazione degli utenti successivi.
L'epilogo è in linea con il resto del viaggio. Arrivati a Parigi, nella bolgia dello Charles De Gaulle, scopriamo che causa nebbia e conseguente prolungarsi delle operazioni di decollo-atterraggio, le autorità aeroportuali sono state costrette a cancellare un paio di voli "a random". Quali i voli prescelti ? Ma che domande:
San Pietroburgo e ..... Bologna. Solo nel pomeriggio inoltrato riusciamo a salire su un volo per Pisa (dove scopriamo che i bagagli ..... non ci hanno seguito. Li recupereremo solo due giorni dopo). In Italia troviamo un'escursione termica di -40°C rispetto al Madagascar e io comunque, dopo tre giornate al lavoro, ho già perduto tutta l'abbronzatura.....

 

 

Alberto Martignani: Il controllo dello scarico ..

Si era in Croazia col Rubbini e il Mario Grandi. A fine pescata, dopo il rito della pulitura del pesce, vengo colto da crampi addominali e capisco di avere necessità di una "seduta" supplementare (la prima, "regolamentare", l'avevo, come di consueto, espletata in acqua dopo una mezzoretta di pesca). Mi calo in acqua e mi allontano una quindicina di metri dal gommone per liberarmi. Stavo per ricompormi, dopo l'operazione, quando sento degli improperi provenire dal gommone.
Data l'urgenza della situazione non avevo fatto caso alla direzione della corrente, così la massa delle deiezioni aveva investito il gommone "contaminando" la retina  appesa fuori bordo con dentro i pesci già puliti....
Ecchessarà mai...
A tavola in fondo nessuno si è lamentato (alle donne non l'abbiamo detto. O sì ??? Ma solo comunque a fine pasto.)

 

 

Paolo un amico di Alberto: dov’è il buco ..

20 febbraio 2000: eravamo a pesca a Capo Ceraso. Faceva un freddo porco, fuori e dentro l'acqua. Lui, particolarmente freddoloso, decide per l'occasione di scendere in acqua non con la normale muta da pesca, ma con una semistagna nuovissima, che si era fatto fare per le immersioni con le bombole. Lo aiuto a indossare la muta (che ha le cerniera posteriore) e scendiamo da terra prendendo direzioni opposte. Dopo un'ora di deserto ittico totale, tiro su la testa e butto l'occhio verso la macchina parcheggiata a riva. Vedo uno strano figuro che si struscia contro una fiancata. Stò per innestare il turbo per  risalire e sventare un verosimile tentativo di furto quando nello strano personaggio riconosco Paolo. Mi tranquillizzo e peschicchio per un'altra mezzoretta. Poi risalgo con solo un polpo in cintura.
Nell'arco di pochi metri incontro:

  1. macchina.
  2. montagna di m@@@ fumante e puteolente a 10 (dieci) centimetri di distanza dalla portiera.
  3. muta semistagna abbandonata per terra.
  4. Paolo abbandonato sull'erba con un'espressione stravolta sul viso (a metà tra quella della puerpera soddisfatta appena uscita dalla sala parto e quella di chi è appena scampato per puro miracolo ad un pericolo mortale.)

Mi racconta che, colto da coliche addominali durante la pescata (quella mattina non era riuscito andare di corpo, come suo solito, prima della pescata) era risalito ma, da solo, non riusciva ad azionare la cerniera lampo, collocata posteriormente sul dorso.
Era riuscito a liberarsi, per puro miracolo, solo pochi istanti prima dell'inevitabile "esplosione", agganciando l'asola della cerniera all'antenna radio dell'auto !!!

 

 

Alberto Martignani: TU CHIAMALE SE VUOI……EMOZIONIIIIII

Bene, domenica mattina parto per la consueta “battuta di caccia alla spigola nel torbido estremo”, questa volta in Altissimo Adriatico.
Giunto sul posto, batto sul tempo un concorrente, grazie alla mia ben nota velocità di vestizione, e mi porto per primo su certi  scoglietti…..
La bassa marea rende l’acqua particolarmente torbida…ma è normale da quelle parti.
Dopo alcuni aspetti inconcludenti finalmente l’occasione: passa un cefalo, ne passa un’altro, poi una grossa ombra grigia  mi punta per un’attimo sbucando improvvisa dalla sospensione, per altrettanto rapidamente scomparire. Sparo alla disperata dove un attimo prima c’era il pesce. Sono conscio del ritardo con il quale ho scoccato il tiro e sono quasi certo d’averlo mancato. Percepisco altresì una forte trazione sulla sagola durante il recupero. No, non è l’asta incagliata, il pesce c’è.  Recupero con delicatezza, non sapendo come e dove sia stato preso: è una bella spigola di almeno un chilo , eccola che affiora, ma, orrore!, è stata trafitta solo alcuni mm. sopra l’apertura anale e si dibatte disperata, ma ecco, ce l’ho quasi in mano, è fatta e…. noooo,  proprio all’ultimo si stacca, cerco di afferrarla al volo ma è un’impresa disperata, sguscia via come una saponetta bagnata. Urlo al cielo tutta la mia rabbia…
Continuo la battuta ma tremo quasi per l’adrenalina che ho in corpo. Non riesco a ritrovare la concentrazione. Un’altra spigola, un pò più piccola, sbuca da uno scoglio in superficie. È tranquilla e avrei  tempo per una rapida collimazione, ma sparo quasi a casaccio e ovviamente la sbaglio. Lei mi irride restando per diversi secondi ferma a guardarmi con aria falsamente ebete…la maledetta.
Ho il morale sotto le pinne, ma proseguo….
Ed ecco accadere il fattaccio:
Conduco un aspetto in un altro punto che reputo buono. Infatti qualcosa accade : alcuni cefali passano in rapidissima successione, e dietro a loro una grossa ombra scura al limite della visibilità: se ne individuano a stento i contorni nella nebulosità giallognola. Minchia che spigola , penso, mentre scocco il tiro, con l’asta che si perde, fuori dalla mia vista, dietro l’apparizione.
È presa !! sento una trazione violentissima sulla sagola, per cui, non avendo il mulinello, pinneggio come un disperato assecondando la fuga dell’animale. Pavento un esito simile a quello di poco prima ma sono di nuovo lucido e determinato: è sicuramente la spigola della vita e non posso perderla….
Ecco che viene su, qualcosa si materializza a pelo d’acqua….ma….la spigola  è nera
(una cernia ?!?) , ma…ma….ha le piume !!!! Noooo, non è una spigola. È UN CORMORANOOO !!! Sento il mondo cadermi addosso mentre il povero uccello si dibatte cercando di prendere il volo. Nel mio animo si sovrappongono la pena per le sofferenza della bestia alla tremenda delusione per lo spigolone inesistente.
Strattono l’asta e l’animale si libera. Vola via berciando. Era preso sulla schiena. Mi auguro che il folto piumaggio abbia ridotto la penetrazione del ferro in modo tale da non procurargli danni irreparabili…
Che fare? Ormai non mi restano neppure gli occhi per piangere. Mi sento un coglione che ha appena speso una fortuna per comprare un monoscocca che userà pochissimo dal momento che va abitualmente a pescare dove non c’è nemmeno la visibilità per distinguere una spigola da un cormorano…
Comunque provo a continuare a pescare. La visibilità sembra improvvisamente migliorare (infatti la marea sta salendo…)
Gira tuttavia pochissimo pesce. Decido di fare una deroga alla mia tecnica usuale basata sul ritmo. Normalmente faccio apnee brevi ma frequenti: le spigole, se ci sono, arrivano quasi subito. Decido di provare a tirare l’apnea: dopo un pò passa un branco di cefali (e io, fermooo…),  poi per una ventina di secondo il nulla ( e io sempre inchiodato sul fondo ). Dopo quasi un minuto di apnea alla proibitiva quota di due metri ecco il miracolo : una bella spigola con il consueto corollario di cefali.
Stavolta non ci sono se e non ci sono ma: l’animale è tranquillo, vicino, bordeggia lentamente porgendomi il fianco. Miro con precisione e sparo a colpo sicuro.
Ho l’esatta percezione del colpo messo a segno a centro corpo, per cui mi concedo un recupero senza patemi. Spigola in cintura e giornata salvata….
All’uscita  mi incontro, come stabilito, con Stefano Bulgarelli, listaiolo DOC e forte spigolatore locale.
Strabuzza gli occhi al racconto del cormorano. Poi valuta con occhio clinico la spigola: “un chilo e cento, forse duecento”  sentenzia (infatti, a casa ,  risulterà  un chilo esatto eviscerata). Lo vedo prendere atto compiaciuto  dell’occhiello cesellato con precisione dalla tahitiana poco sopra la linea laterale,  subito dietro la branchia. 
Sta per scendere in acqua in una località poco lontano. Sono ormai le 10. Gli chiedo come mai così tardi (mentre noi “peones” ci obblighiamo a levate antelucane per scendere  all’alba).
Per tutta risposta mi mostra un calendarietto che ha in auto sul sedile del passeggero (assieme alla foto di una spigolozza di 2.5 chili catturata, assieme ad altre sorelline, poche settimane fa): è  il diario delle maree.  Mi spiega come convenga sempre scendere in fase di marea crescente allo scopo di assicurarsi le migliori condizioni di visibilità .  
Certo, se lo avessi saputo prima, ora un povero cormorano non se ne andrebbe in giro per le lagune con un buco sulla collottola…

 
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