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Il vincitore
Premi speciali:
Buciardo per iscritto
Sega-sub
Er barcarolo va
Il vento è girato
Preda sicura
Spari 1 prendi 2 |
Tanto tanto tempo fa, in una
galassia lontana lontana… ma forse era soltanto un mare lontano lontano:
sapete, dopo tanto tempo ed alla mia età, la memoria può fare di questi
scherzi…
Bene, in quel mare si protendeva un promontorio roccioso sulla punta del
quale sorgeva una torre che, come ogni torre delle favole, era maledetta:
vi aleggiavano attorno oscure leggende e si diceva che negli abissi
sottostanti vi fosse una grotta sottomarina dove vivevano esseri
mostruosi.
Insieme all’amico Bruno Corrias, oggi insigne docente di scienze
biologiche all’università di Sassari, decidemmo di esplorarla. Ancorammo
la barca sotto la torre e, indossato l’autorespiratore. Cominciai la
ricerca armato del glorioso Saetta B e di una potente lampada subacquea.
Poco dopo essere entrato in acqua trovai l’imboccatura della grotta e, una
volta entrato, constatai che era formata da tre camere consecutive
collegate tra loro da due angusti cunicoli. Arrivato alla terza e ultima
camera non riuscii a vederne il fondo: la visuale era, infatti, ostruita
da un autentico muro di corvine, tutte di taglio superiore ai due chili.
Ne fiocinai tre delle più grosse, poi le altre si intanarono in una
spaccatura irraggiungibile e così decisi di tornare verso l’uscita, quando
lo sguardo mi andò verso un anfratto laterale dove vidi una cerniotta di
circa 5 chili. Sparai anche quella e mi avviai nuovamente verso
l’imboccatura della grotta. Ma mentre stavo per uscire, guardando per caso
verso il soffitto della prima camera, rimasi di stucco vedendo in una
crepa verso l’alto un’altra cernia, ben più grossa della prima, che
sembrava salutarmi agitando la coda verso di me.
Uscii dalla grotta e passai i pesci già presi all’amico Corrias che quel
giorno mi faceva da barcaiolo; in quel momento mi venne un’idea balzana e
senza neppure farmi ridare il fucile tornai nella grotta: avevo deciso che
quella cernia, poi risultata di oltre 15 chili, l’avrei presa con le mani!
Mi incastrai più a fondo possibile nella spacca del soffitto dove la
cernia si era arroccata con gli opercoli aperti come le alette di un
arpione, la bloccai con la classica presa sugli occhi e, facendo leva
alternativamente prima con una mano, poi con l’altra per chiuderle gli
opercoli, riuscii dopo circa venti minuti, ed al prezzo delle mani
massacrate, a tirarla fuori.
Uscito nuovamente dalla grotta la passai all’amico sulla barca
avvertendolo con un ghigno sornione di tenerla forte perché non era
sparata: al che, lui mi chiese con aria incredula: “ma come l’hai presa”?
Quando, con falsa noncuranza, risposi “chiaro, con le mani!”, esplose
nella versione ante litteram della famosa esclamazione del cronista
sportivo Galeazzi, detto Bisteccone: "ma vaffanculo!"
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Vorrei raccontarvi una mia avventura, che definirei di carattere
giuridico-subacqueo. Ma veniamo al dunque: mi trovavo a Tabarka in
Tunisia, insieme a qualcuno dei presenti, dove in una delle uscite in
mare, su di un fondale di 12/15 metri, vidi una cernia di, forse, 20 chili
(dico forse perché quella volta i pesci nemmeno si pesavano) che, sorpresa
in acqua libera, si rifugiò in una tana di fortuna, sotto un lastrone. La
sparai di fianco ma non feci in tempo a bloccarla e si incastrò in fondo
alla tana che girava ad elle per cui, pur vedendo spuntare l’asta dal
braccio della elle non riuscivo, malgrado gli sforzi, ad arrivare al fondo
della sagola per impugnare l’asta. Durante un ennesimo quanto inutile
tentativo, mi accorsi, però, che il lastrone che costituiva il tetto della
tana, si muoveva appena percettibilmente pur essendo di dimensioni
ragguardevoli: circa 2 metri per 2.
A quel tempo esercitavo la turpe professione forense (per i non addetti ai
lavori facevo l’avvocato). Memore, quindi, delle procedure di sfratto più
volte espletate, identificai nella cernia intanata la fattispecie
dell’inquilino senza titolo di locazione e renitente ad abbandonare il
domicilio abusivamente occupato: infatti la tana in cui si era rifugiata
non era la sua abituale. C’era, inoltre, da considerare lo stato
pericolante dello stabile il cui tetto non era solidale con le pareti.
In tali casi si procedeva allo sfratto forzoso con l’ausilio di personale
tecnico e della forza pubblica e quindi alla demolizione dello stabile
pericolante.
Trovandomi all’estero e non potendo disporre, per ovvi motivi, di tali
mezzi, decisi di ricorrere ad una diversa figura giuridica: la violenza
privata.
Risalito in superficie. Mi ossigenai a lungo poi mi immersi di nuovo,
puntai i piedi sul fondo e abbrancato saldamente il tetto della tana, un
po' con la forza dei trent'anni, un po' con l’aiuto della spinta di
Archimede, rovesciai il lastrone mettendo completamente allo scoperto
l’“inquilina:” ebbene, se mai ho visto in un pesce un'espressione di
sbalordimento, quella mi sembrò di scorgere negli occhi di quella cernia.
Non solo: sono certo che da una delle bolle d’aria che emetteva mentre la
portavo in superficie uscisse una voce strozzata che diceva: “ M’HAI
FREGATO!”.
Gianni Lepri, Marzo 2005
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