Pinocchio d'Oro

 

Due racconti di Gianni Lepri

 

Pinocchio d'Oro

I anno

II anno

III anno

IV anno

V anno

VI anno

VII anno

 


Una cattura non convenzionale

Il vincitore

 

Premi speciali:

Buciardo per iscritto

Sega-sub

Er barcarolo va

Il vento è girato

Preda sicura

Spari 1 prendi 2

Tanto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana… ma forse era soltanto un mare lontano lontano: sapete, dopo tanto tempo ed alla mia età, la memoria può fare di questi scherzi…
Bene, in quel mare si protendeva un promontorio roccioso sulla punta del quale sorgeva una torre che, come ogni torre delle favole, era maledetta: vi aleggiavano attorno oscure leggende e si diceva che negli abissi sottostanti vi fosse una grotta sottomarina dove vivevano esseri mostruosi.
Insieme all’amico Bruno Corrias, oggi insigne docente di scienze biologiche all’università di Sassari, decidemmo di esplorarla. Ancorammo la barca sotto la torre e, indossato l’autorespiratore. Cominciai la ricerca armato del glorioso Saetta B e di una potente lampada subacquea.
Poco dopo essere entrato in acqua trovai l’imboccatura della grotta e, una volta entrato, constatai che era formata da tre camere consecutive collegate tra loro da due angusti cunicoli. Arrivato alla terza e ultima camera non riuscii a vederne il fondo: la visuale era, infatti, ostruita da un autentico muro di corvine, tutte di taglio superiore ai due chili.
Ne fiocinai tre delle più grosse, poi le altre si intanarono in una spaccatura irraggiungibile e così decisi di tornare verso l’uscita, quando lo sguardo mi andò verso un anfratto laterale dove vidi una cerniotta di circa 5 chili. Sparai anche quella e mi avviai nuovamente verso l’imboccatura della grotta. Ma mentre stavo per uscire, guardando per caso verso il soffitto della prima camera, rimasi di stucco vedendo in una crepa verso l’alto un’altra cernia, ben più grossa della prima, che sembrava salutarmi agitando la coda verso di me.
Uscii dalla grotta e passai i pesci già presi all’amico Corrias che quel giorno mi faceva da barcaiolo; in quel momento mi venne un’idea balzana e senza neppure farmi ridare il fucile tornai nella grotta: avevo deciso che quella cernia, poi risultata di oltre 15 chili, l’avrei presa con le mani!
Mi incastrai più a fondo possibile nella spacca del soffitto dove la cernia si era arroccata con gli opercoli aperti come le alette di un arpione, la bloccai con la classica presa sugli occhi e, facendo leva alternativamente prima con una mano, poi con l’altra per chiuderle gli opercoli, riuscii dopo circa venti minuti, ed al prezzo delle mani massacrate, a tirarla fuori.
Uscito nuovamente dalla grotta la passai all’amico sulla barca avvertendolo con un ghigno sornione di tenerla forte perché non era sparata: al che, lui mi chiese con aria incredula: “ma come l’hai presa”? Quando, con falsa noncuranza, risposi “chiaro, con le mani!”, esplose nella versione ante litteram della famosa esclamazione del cronista sportivo Galeazzi, detto Bisteccone: "ma vaffanculo!"

 


 

La cernia intanata

 

 

Vorrei raccontarvi una mia avventura, che definirei di carattere giuridico-subacqueo. Ma veniamo al dunque: mi trovavo a Tabarka in Tunisia, insieme a qualcuno dei presenti, dove in una delle uscite in mare, su di un fondale di 12/15 metri, vidi una cernia di, forse, 20 chili (dico forse perché quella volta i pesci nemmeno si pesavano) che, sorpresa in acqua libera, si rifugiò in una tana di fortuna, sotto un lastrone. La sparai di fianco ma non feci in tempo a bloccarla e si incastrò in fondo alla tana che girava ad elle per cui, pur vedendo spuntare l’asta dal braccio della elle non riuscivo, malgrado gli sforzi, ad arrivare al fondo della sagola per impugnare l’asta. Durante un ennesimo quanto inutile tentativo, mi accorsi, però, che il lastrone che costituiva il tetto della tana, si muoveva appena percettibilmente pur essendo di dimensioni ragguardevoli: circa 2 metri per 2.
A quel tempo esercitavo la turpe professione forense (per i non addetti ai lavori facevo l’avvocato). Memore, quindi, delle procedure di sfratto più volte espletate, identificai nella cernia intanata la fattispecie dell’inquilino senza titolo di locazione e renitente ad abbandonare il domicilio abusivamente occupato: infatti la tana in cui si era rifugiata non era la sua abituale. C’era, inoltre, da considerare lo stato pericolante dello stabile il cui tetto non era solidale con le pareti.
In tali casi si procedeva allo sfratto forzoso con l’ausilio di personale tecnico e della forza pubblica e quindi alla demolizione dello stabile pericolante.
Trovandomi all’estero e non potendo disporre, per ovvi motivi, di tali mezzi, decisi di ricorrere ad una diversa figura giuridica: la violenza privata.
Risalito in superficie. Mi ossigenai a lungo poi mi immersi di nuovo, puntai i piedi sul fondo e abbrancato saldamente il tetto della tana, un po' con la forza dei trent'anni, un po' con l’aiuto della spinta di Archimede, rovesciai il lastrone mettendo completamente allo scoperto l’“inquilina:” ebbene, se mai ho visto in un pesce un'espressione di sbalordimento, quella mi sembrò di scorgere negli occhi di quella cernia. Non solo: sono certo che da una delle bolle d’aria che emetteva mentre la portavo in superficie uscisse una voce strozzata che diceva: “ M’HAI FREGATO!”.

Gianni Lepri, Marzo 2005

 

 

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